Nuova collaborazione Casa della poesia e il Fatto Quotidiano
04/04/2011

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Izet Sarajlić Bosnia serbocroato
Izet Sarajlić nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni ’60 e ’70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica "Grigio week-end" considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).
Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" (1997).
Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia ("Verba Volant", "Lo spirito dei luoghi", "Napolipoesia", "Parole di Mare", "Il Cammino delle comete", "Poesia contro la guerra", "Sidaja"). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta "Qualcuno ha suonato", pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro "Qualcuno ha suonato".
Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po’ salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo, a Sarajevo, vengono organizzati gli "Incontri internazionali di poesia".
Nella nuova struttura di Casa della poesia, una casa-alloggio per poeti (la “casa dei poeti”), inaugurata il 21 marzo 2008, proprio su una vecchia idea di Sarajlic, una sua grande foto e la sua linea “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” all’ingresso, danno il benvenuto a tutti i poeti e gli appassionati di poesia.
Nell'aprile 2009 è stato ristampato il suo libro “Qualcuno ha suonato” accompagnato da un cd audio di Sarajlic che legge le proprie poesie (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).
U susretu (Nell’incontro), Sarajevo 1951.
Sivi vikend (Weekend grigio), Sarajevo 1955.
Minutu cutanja (Un minuto di raccoglimento), Sarajevo 1960.
Posveta (Dedica), Belgrado 1961.
Tranzit (Transito), Sarajevo 1963.
Intermeco (Intermezzo), Kruševac 1965.
Godine, godine (Anni, anni), Beograd 1965.
Portreti drugova (I ritratti degli amici), Sarajevo 1965.
Putujem i govorim (Viaggio e parlo), Sarajevo 1967.
Ipak elegija (Eppure elegia), Belgrado 1967.
Vilsonovo šetalište (Viale Wilson), Sarajevo 1967.
Stihovi za laku noć (Versi per la buona notte), Belgrado 1969.
Pisma (Lettere), Sarajevo 1974.
Nastavak razgovora (Continuazione del dialogo), Belgrado 1977.
Trinaesta knjižica poezije (Il tredicesimo libro di poesie), Priština 1978.
Knjiga prijatelja (Il libro degli amici) Sarajevo 1981.
Neko je zvonio (Qualcuno ha suonato), Cacak 1982.
Nekrolog slavuju (Il necrologio dell’usignolo), Belgrado 1987.
Slavim (Celebro), Titograd 1988.
Oproštaj s evropskim humanistickim idealizmom (Addio all’idealismo umanistico europeo), Nikšic 1989.
Sarajevska ratna zbirka (Raccolta di guerra di Sarajevo) Sarajevo 1995.
Knjiga oproštaja (Il libro degli addii), Sarajevo 1996.
30. februar (Il 30 febbraio), Sarajevo 1999.
A Izet Sarajlic
Per diversi giorni ho cercato fra le mie carte una vecchia lettera indirizzata a Izet Sarajlic, "scritta il 20 marzo 1996 da Parigi, su una macchina da scrivere che non ha i nostri caratteri". Chissà dove è andata a ficcarsi, si è perduta. Stamattina, tre maggio 2002, a Roma, inaspettatamente l'ho trovata. Così, per caso, rovistando fra le solite vecchie carte che si accumulano sempre di più sul tavolo. Ne sono stato contento e ho deciso di rispedirla a Izet: forse anche lui l'ha perduta di vista nel disordine provocato dalla guerra.
Sapevo che era stato malato, abbiamo parlato al telefono due-tre giorni addietro. Era appena uscito dall'ospedale, si sentiva meglio. Aveva risposto alla mia chiamata dalla camera da letto. Oggi volevo rallegrarlo rispedendogli un mio "pastiche" delle sue poesie. E' un'operazione letteraria di cui quasi nessuno si occupa oggi! Ma proprio nel momento in cui mi accingevo ad uscire di casa, per andare all'ufficio postale a imbucare quel "pastiche", il mio telefono ha preso a strillare. Dal "Krug 99" di Sarajevo ha chiamato il poeta Slavko Santic. "Ieri sera e morto Izet Sarajlic", ha comunicato.
Non so scrivere necrologi. Tutto quello che potrei dire in questo momento sta scritto in quella lettera battuta sulla macchina da scrivere che non ha "i nostri caratteri". Il titolo e il post scriptum erano stati scritti già allora.
LE ROSE DA TÉ
Raramente ho regalato rose. Mi dispiace coglierle e per molto tempo non sono stato in grado di comprarle dal fioraio. Nella nostra infanzia, caro Izet, di fiori ce ne sono stati pochi. Nei campi e sui pascoli crescevano soltanto fiori selvatici.
Nel corso della guerra, la seconda guerra mondiale intendo, quella che fu meno terribile dell'ultima abbattutasi sul nostro paese, a Mostar si soleva portare agli amici, nelle visite, un cartoccio di zucchero o di caffè al posto di un mazzo di fiori. (Hatidza, mia vicina di casa, una cara donna alla quale mi affidavano quand'ero bambino, mi disse che quel dono si chiamava "pesces" o "peskes"). In seguito, quando non ci fu più penuria e c'era di tutto di più, talvolta abbastanza, mai troppo, solevamo portare al vicino di casa o all'amico, a Mostar come a Sarajevo, una o due mele, oppure arance, per i bambini e gli ammalati.
Mia nonna Vida, donna laboriosa e onestissima, originaria di Citluk, ci teneva ai doni da portare nelle visite. La ricordo per le cose buone che mi ha insegnato. Diceva: "Questa è l'usanza, figliuolo: non puoi andare dal vicino di casa o dall'amico senza il peskes", il dono.
Eh già, caro Izet, per noi le rose erano un lusso.
A Sarajevo, quando sono venuto a farti visita e per rivedere i nostri amici colpiti dalla sventura della guerra, ho visto che mani laboriose avevano piantato nei cortili e sui balconi, insieme a verze e cipolle, anche qualche fiore.
Erano rarissimi i fiori nel quartiere di Bembascia lo scorso inverno, quando su di voi sparavano i mortai e i cannoni da Pale. Né c'erano fiori sulle tombe, solo qualche mazzolino qua e là.
Quando tornerò nuovamente nella tua città, andrò alla ricerca e certamente troverò da qualche parte un bel mazzo di quelle rose che una volta i Russi chiamavano "rose da té". In silenzio ce ne andremo al cimitero dove riposano le tue due sorelle, le hai perse ambedue in questa maledetta guerra. Andremo a trovare Razija che ho conosciuto ed alla quale volevo bene, e Nina che non ho mai incontrato. Lasceremo le rose da té sul loro guanciale. Ci sforzeremo di non piangere, non sta bene che vedano i nostri occhi piangere.
Mi hai scritto dicendo di essere abituato da sempre ad essere fratello. Adesso, ecco, sei rimasto senza le sorelle. Come farai? Se hai bisogno di un fratello, io sto qua, caro Izet. Lo sai, anch'io ho pianto per il tuo fratello maggiore Esho e per i suoi compagni "nati nel 1923, fucilati nel 1942", come dice il titolo di una tua poesia.
(Come vedi, ho tentato di imitare lo stile delle tue poesie, ma non va. Solo tu ci riesci bene).
P.S.
Hanno vinto loro, "quelli che odiano" come tu li chiami e citi per nome nel tuo ultimo libro. Certo, hanno vinto, ma non su tutta la linea: non sono riusciti a separare i Sarajlic dai Matvejevic, noi e la nostra umile gente. Non formiamo la maggioranza, è vero, ma questa non è la cosa più importante. Non eravamo maggioranza nemmeno prima. E non ci serve la maggioranza. Non siamo nemmeno abituati a vincere. Che ce ne facciamo della vittoria? Quanto ai tuoi libri "li passo avanti". Il tuo
Predrag Matvejevic
Libro degli addii Izet Sarajlić
Libro degli addii 2017 192 Poesia come pane
Qualcuno ha suonato + CD Audio
Qualcuno ha suonato + CD Audio 2009 192 Poesia come pane