Letture Mediterranee - 3 poeti per Casa della poesia - Baronissi (SA) - 23/1/2010

Il nuovo anno di attività (il quindicesimo) conferma l’internazionalità e il cosmopolitismo del progetto di Casa della Poesia, presentando a Baronissi, sabato 23 gennaio, alle ore 21,00, tre grandi interpreti della poesia e della letteratura internazionale: la siriana Maram al-Masri, lo spagnolo Juan Carlos Mestre e il greco Sotirios Pastakas. I tre poeti saranno protagonisti di un attesissimo reading nella sala conferenze della Biblioteca-Mediateca del Comune di Baronissi presso il Convento della SS. Trinità, in una sorta di festa della poesia, per inaugurare il nuovo anno e festeggiare il traguardo raggiunto del quindicesimo anno di attività che rende Casa della poesia uno dei punti di riferimento riconosciuti della poesia internazionale in Italia e all’estero. Tre grandi protagonisti della cultura del Mediterraneo che è, a dispetto di quanto si sta affermando in questi ultimi anni, cultura dell’incontro, delle relazioni, dello scambio, dell’accoglienza. È possibile sentire nella poesia di questi protagonisti profumi, maree, spezie, racconti, nenie, tradizioni e modernità, il piacere e le difficoltà del vivere. Il mare nostrum è territorio comune e diverso, spazio autonomo e condiviso. Per Maram al-Masri, siriana di Lattakia, è un ritorno nel nostro territorio dove recentemente è stata ospite per una serie di letture e presentazioni del suo nuovo libro "Ti guardo". Autrice di grande fascino, ha conquistato in breve tempo i lettori di tanti paesi europei e oltreoceano grazie ad una visione poetica dove passione ed erotismo vengono riportati all’essenzialità del quotidiano femminile. Una poesia delle piccole cose che si configura come metafora di resistenza verso ogni forma di proibizione ed impedimento. Un inno alla vita e alla libertà. Juan Carlos Mestre è certamente uno dei maggiori poeti spagnoli della generazione nata alla fine degli anni ‘50. Pochi mesi fa il Ministero della Cultura di Spagna gli ha attribuito il prestigioso Premio Nacional de Poesía. Poeta-cantastorie visionario che con i suoi versi, accompagnandosi a volte con un bandoneon, crea immagini nelle quali realtà e invenzione si miscelano in maniera sublime, creando atmosfere incantate, in una cosmogonia governata dall’azione della differenza e dell’immaginazione. Quella di Mestre è una voce di insolita profondità, il fervore di una parola illuminata dalla necessità etica dell’ultimo faro dell’utopia: la poesia. Sotirios Pastakas greco di Larissa, in Tessaglia, che affronta la poesia con uno stile originale e di grande eleganza formale. Una scrittura, la sua, nella quale la tradizione si coniuga sapientemente con il linguaggio contemporaneo, sempre intriso di grande ironia. Nei suoi versi affiorano a volte gli echi della poesia italiana che Pastakas conosce bene anche da traduttore di Sereni, Penna e Saba, e in questo momento di Alfonso Gatto. Dal 2002 ha creato il sito "Poiein.gr" dove ospita anche poeti internazionali con ampio scambio di idee sul divenire della poesia contemporanea. Prosegue l’impegno di Casa della poesia per una cultura dell’incontro!
Auguri di Buon Anno!

Chiudiamo un 2009 denso di soddisfazioni, ma anche di difficoltà. Il prossimo, sarà il quindicesimo anno di attività. Intanto, l'ultimo regalo dell'anno: Juan Carlos Mestre nel corso di "Napolipoesia nel Parco" a luglio del 2009, in una incredibile serata d'estate, fredda e ventosa. AUGURI!

Ricordo di Alfonso Gatto -

In occasione del Centenario della nascita di Alfonso Gatto, Giacomo Scotti ricostruisce la storia dei suoi incontri con il grande poeta salernitano a partire dal 1948, fino agli anni '70 e fino all'amicizia con Izet Sarajlic. Un ricordo commovente e ricco di notizie e informazioni inedite.
Heart Muscle -

Per Aggie Difficile per me scrivere di un poeta. Se poi si tratta di Agneta Falk, mia amica ed anche compagna del caro Jack Hirschman, la cosa si fa ancora più complessa ed emotivamente coinvolgente. Conosco Aggie e Jack da tanti anni, numerosi sono gli eventi ed i readings che ci hanno visti insieme, l’affetto è ormai talmente involto nella familiarità — (la Casa della poesia... “la tavola della nostra famiglia italiana”) — che ciò che apparentemente potrebbe sembrare semplice, lo scrivere a proposito dei versi di una cara amica, diventa straniante e davvero complesso. Se aggiungiamo che non ho alcuna dimestichezza con lo sguardo ed il linguaggio della critica.... Procedo dunque cercando di dissolvermi nella sua scrittura e, come prima considerazione, mi sento sollevato dal fatto che questa stessa mi facilita il percorso grazie alle qualità che già di per sé esprime. Agneta Falk è svedese di nascita, ma raffinata anglofona di adozione, dunque la prima osservazione fondamentale è sulla sua grande capacità di utilizzare una lingua non originaria. Questa prerogativa l’ha certo aiutata ad affrancarsi da eventuali “questioni della lingua” ed a calarsi in maniera diretta in una scrittura che riesce ad aprire gli occhi sulla vita, e sulla sua realtà più frammentata e sofferente, fino a farcene intravedere spietatamente e consapevolmente tutta l’amarezza. Ma, pur restando sempre colloquiale e diretta, la sua lingua non s’indebolisce, anzi, l’assenza di giochi formali, enfasi, ermetismi... la rende più acuta e penetrante, sostanziale e inevitabile. Dove ci si potrebbe perdere, ci riporta subito all’essenza con immediatezza ironica o concretezza dolorosa. Ma senza violenza di forzature, cercando sempre una risposta, un forte sostegno di speranza, aggrappata profondamente ad una irriducibile coscienza etica. Il suo verso, femminile nello sguardo e spesso anche nella sostanza dell’osservazione o dell’affettività ("Le donne come te", "Venduta", "Astrid", "Madge", "Lei"...), è popolato da umanità di emarginati e vittime di cui rivendica ed espone la sofferenza, tutelandoli con un vigile senso di pietà che mostra ad oltranza la dignità anche nelle sue violazioni più estreme (tante facce/sull’orlo delle loro vite/urlano ammutite/dentro me). Solo un’identità così forte ed onesta poteva impugnarne i simboli per agitarli davanti alle nostre coscienze (I morti ci ammoniscono). Versi di ribellione? Sì, certo, se in questa comprendiamo ciò che anche a noi più sta a cuore, che ci coinvolge senza dubbi: amore e indignazione permanente, senza rassegnazione. Ecco l’amore, accumulato in sedimentazioni interne, che riaffiora sempre diventando linguaggio, ricerca, tensione costante, che emerge e si conforma in dignità ogni volta che ne affronta la mancanza. È questo paradigma l’elemento che conduce l’esistenza di Aggie. Sia nella sostanza della sua vita pubblica e privata, che dentro le pagine di questo libro, al quale la vita stessa ha chiesto di essere accolta per poter continuare a restare in dialogo. Un amore perseguito con sensibile accuratezza e ruvida ostinazione, diretto ed impetuoso nell’affrontarne le pulsioni, quanto tenero di pazienza nel progettarne visioni familiari, desideri, passioni. L’amore, che qui sa confrontarsi con l’amore stesso in modo semplice e diretto, chiama la poesia a dire, accogliendo il sentimento e respingendo i sentimentalismi, rifiutando le sublimazioni, cercando sempre il confronto, assumendo il disagio della differenza. Perché è vivo, quindi capace di trasportare la propria complessità e parteciparla all’interiorità di tutti. In naturale continuità con il suo libro precedente ("It’s not love it’s love"), ora da Aggie Falk abbiamo un altro vero libro sull’amore, accogliente come una spaziosa strada da percorrere, universale e profonda. Alberto Masala
Centenario Alfonso Gatto (1909-2009) - Salerno - 23/10/2009

OMAGGIO AD ALFONSO GATTO (1909 - 2009) Venerdì 23 e sabato 24 ottobre, alle ore 20,30, presso il Complesso di Santa Sofia (Piazza Abate Conforti, Salerno) nell'ambito delle attività relative alle celebrazioni per il Centenario della nascita del grande poeta salernitano Alfonso Gatto, si terranno due ricchissime giornate di poesia con alcuni protagonisti della scena poetica nazionale ed internazionale. I progetti per il Centenario sono promossi dal Comune di Salerno, dall'Università degli Studi di Salerno e da Antonio Amato Molini e Pastifici e curati da Casa della poesia e dal Centro Studi per la Fondazione Alfonso Gatto. Dieci straordinari interpreti della poesia contemporanea offriranno il loro omaggio al grande poeta salernitano: Antonella Anedda, Mariano Bàino, Giancarlo Cavallo, Gianni D'Elia, Sinan Gudzevic, Sotirios Pastakas, Antonio Riccardi, Gianluca Paciucci, Giancarlo Pontiggia, Giacomo Scotti. Sotirios Pastakas e Sinan Gudzevic, partecipano al progetto di traduzioni di Alfonso Gatto all'estero (il primo in Grecia, il secondo nei paesi della ex Yugoslavia), che Casa della poesia e Centro Studi per la Fondazione Alfonso Gatto stanno promuovendo in vari paesi europei e negli Stati Uniti. Parteciperanno in video: Jack Hirschman, Giancarlo Majorino, Josip Osti, Milo De Angelis, Mario Santagostini, Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi. Inoltre sabato 24 mattina, alle ore 11,30, nelle sale del Convento San Michele (Via Bastioni 8, Salerno), sarà presentato "Ricordo di Alfonso Gatto" di Giacomo Scotti. Insieme all'autore, Francesco Napoli e Vittorio Dini.
Sarajevo 2009. Incontri internazionali di poesia - Sarajevo - 25/9/2009

Il 25, 26 e 27 settembre 2009 si svolgerà l'ottava edizione degli “Incontri internazionali di poesia di Sarajevo”. La magia che avvolge la capitale bosniaca produce ogni anno il miracolo di realizzare una delle più belle ed entusiasmanti manifestazioni poetiche del panorama internazionale. Gli incontri sono dedicati ad Izet Sarajlić, grande poeta di Sarajevo, Presidente onorario di Casa della poesia, cittadino onorario della città di Salerno, poeta amatissimo in Italia, amico del nostro concittadino, Alfonso Gatto. L’evento, nasce nel 2002, dopo la scomparsa di Sarajlić avvenuta nel maggio di quell’anno, per realizzare quello che negli ultimi anni era stato il sogno del grande poeta bosniaco, riportare, dopo la tragedia della guerra e dell’assedio, la grande poesia internazionale a Sarajevo. A pochi anni dalla fine degli orrori della guerra di Bosnia e dal terribile assedio della sua capitale, acquistava un valore simbolico e politico, ricollocare la città in un progetto che avesse come centralità la cultura dell’incontro, della conoscenza, dello scambio e della fratellanza. Si trattava inoltre di una sorta di “elaborazione del lutto” da parte del circuito di Casa della poesia che aveva perso uno dei suoi rappresentanti più prestigiosi. E ricordando che “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” (versi di Izet che hanno caratterizzato da sempre il lavoro della Casa della poesia) abbiamo pensato di portare nella sua città i poeti suoi amici e compagni di viaggio di tante avventure e di farli incontrare con gli altri poeti di Sarajevo e della ex-Jugoslavia. Sarajlic, è stato un compagno di viaggio straordinario. È lui che ha sempre incoraggiato il lavoro di costruzione di quella “grande famiglia” che è il circuito di Casa della poesia. Sono indimenticabili le sue letture italiane a Salerno, Baronissi, Napoli, Amalfi, Pistoia, Trieste, Roma, Genova, Reggio Emilia. Sono per noi ricordi commoventi la sua gioia quando venne alla luce il suo libro italiano Qualcuno ha suonato tradotto con amore da Raffaella Marzano e Sinan Gudžević, quando ha ricevuto a Roma il Premio Moravia 2001 e quando la città di Salerno ha voluto tributargli quella cittadinanza onoraria che lo ha reso orgoglioso e felice forse per l’ultima volta. Lo ricordiamo quindi ogni anno nella sua città, con la poesia e con i poeti, provando a farlo senza retorica, come lui avrebbe voluto, ricordando la sua ironia e la sua malinconia, le sue poesie e le sue canzoni. La manifestazione, promossa dall’Ambasciata italiana di Sarajevo e curata da Casa della poesia, è resa possibile dalla collaborazione di enti italiani e stranieri e piccoli sponsor, che generosamente contribuiscono alla realizzazione dell’evento. Come ogni anno due gruppi di “viaggiatori consapevoli” raggiungeranno Sarajevo, dall’Italia in bus (via Trieste) e in auto (via Bari), per vivere e condividere questa straordinaria esperienza. Tanti i poeti che in questi anni hanno voluto onorarci della loro presenza. Per ognuno di loro dovremmo spendere parole di affetto, di amicizia, di gratitudine. Sono tutti insieme e con tanti altri quella “grande famiglia poetica” che Izet aveva nel cuore e che ci ha insegnato ad amare. E ci auguriamo, che attraverso manifestazioni come quella di Sarajevo, si riesca sempre più ad ampliare questa rete di amicizia, stima, solidarietà, capacità di ascolto. Quest'anno sarà il "Kamerni Teatar 55", ad ospitare gli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, in un clima di solidarietà, amicizia, affetto, scambio, desiderio di incontro. Tutta la manifestazione si svolgerà in due lingue, quella locale e l'italiano, grazie all’impegno di tanti e soprattutto all’enorme lavoro, dedizione, impegno di Sinan Gudžević. Nel corso dell’evento saranno proiettate come sempre alcune videoclip poetiche che vedono Sarajlic leggere le sue poesie. E naturalmente un grazie di cuore ai poeti straordinari per qualità e umanità che vengono selezionati con una sorta di intervento miracoloso che estrae ogni anno per Sarajevo il meglio in fatto di uomini e di poeti dal grande cilindro del circuito internazionale. Ci auguriamo che l’evento di Sarajevo, ormai riconoscibile e riconosciuto nel panorama internazionale dei festival di poesia prosegua e si consolidi come un indiscutibile, importante, momento “poetico”, e come un ponte tra l’Europa e i Balcani, un momento di incontro, di conoscenza e di scambio tra culture, lingue, religioni. Siamo certi che la magia di questa città ancora una volta attribuirà una sorta di valore aggiunto all’evento poetico, facendolo diventare, cosa diversa rispetto alle altre manifestazioni sulla poesia, che pure dispongono di altri mezzi finanziari, altre strutture organizzative, altri supporti tecnici. Questa magia costruisce la poesia come luogo d’incontro, che costruisce legami, amicizie, che diventa momento di scambio, che si sedimenta nel cuore e nella mente delle persone fino a diventare un’esperienza indimenticabile e inalienabile della propria coscienza. Le tre giornate di solito consentono ai poeti e ai visitatori di poter apprezzare anche le bellezze della città e dei suoi dintorni, gustare le specialità gastronomiche e di vivere pur nel tempo ristretto tutte le proposte degli Incontri.
VersoSud. Incontri internazionali di poesia - Reggio Calabria - 3/10/2009

Straordinario appuntamento poetico a Reggio Calabria. Nei giorni 3 e 4 ottobre si svolgerà la seconda edizione di “VersoSud. Incontri internazionali di poesia” con la partecipazione di alcune delle voci più importanti del panorama poetico internazionale. La manifestazione, promossa dalla Provincia di Reggio Calabria è curata dalla Casa della poesia e dall’Associazione Angoli corsari. Reggio Calabria, andando incontro alla propria vocazione culturale, storica, artistica, si propone all’attenzione internazionale per due intensi giorni, come snodo e punto di riferimento per la poesia e per l’incontro tra popoli, culture, religioni. “VersoSud”, verso un sud ideale, luogo di partenza e di approdo, luogo di incontro e di scambio, di accoglienza e convivenza. “Ci piace immaginare questa manifestazione più che come un festival come una festa, il luogo dove la poesia, che qualche sacerdote vorrebbe confinare in tabernacoli e loculi racchiusi in cripte accessibili solo agli adepti, celebra la propria vitalità, sfugge alle classificazioni ma non alle contaminazioni, esce dalle pagine dei libri e si fa voce, e si fa canto e si fa musica e si fa danza e azione e perfino video o segno grafico o qualunque altra cosa serva per poter esprimere l’inesprimibile, la contraddizione più radicale... Una festa in un luogo dove la storia sfuma nel mito, dove l’incontro tra i popoli e le razze ha radici antichissime e problemi attualissimi, dove il mare sfida la terra e il fuoco del vulcano minaccia il cielo, per ricordarci che tutto ciò che è vivo è in perpetuo movimento, che la storia non è affatto finita, ma anzi si arricchisce di sempre nuove ed impreviste varianti. Portati da un vento leggero, atterreranno, in una dolce notte mediterranea, i migratori della parola e l’incantesimo, almeno per tre giorni, potrà essere rinnovato: la poesia potrà tornare nella vita. Sussurrerà, o magari urlerà, ad ognuno di noi, che la “tenerezza è rivoluzionaria”, che l’amore è sovversivo, che la diversità è ricchezza, che il cambiamento è possibile, anzi indispensabile per impedire che l’offesa fatta al mondo si ritorca contro tutti noi.” L’evento si svolgerà presso il Castello Aragonese di Reggio Calabria: la sera, alle ore 21,00, con letture spettacolari e con a volte l’ausilio di musicisti che interagiranno con i diversi poeti; nel pomeriggio, invece, seminari, incontri, proiezioni. Un programma dettagliato sarà on-line nei prossimi giorni su: www.casadellapoesia.org Per informazioni di carattere logistico (alberghi, bed & breakfast, treni, aerei, ecc.) per quanti pensassero di vivere insieme a noi questi tre giorni di grande poesia, ecco alcuni riferimenti: angolicorsari@yahoo.it Giada 339 8022713 / Mauro 339 5318515 / Elisa 333 1238935 Per la stampa, foto, interviste, e per informazioni di “carattere poetico”: direzione@casadellapoesia.org Sergio Iagulli 347 6275911 / Raffaella Marzano 328 8450483 angolicorsari@yahoo.it Giada Diano 339 8022713
Ti guardo -

Ho visto una sola volta Maram Al Masri, e una sola volta l’ho ascoltata leggere le sue poesie. Tanto è bastato per capire la qualità del suo lavoro e cogliere in lei un intreccio inscindibile di bellezza e sofferenza, come solo i poeti al mondo sono capaci di sopportare. E leggendo questo suo libro mi rafforzo in quella mia prima impressione. Maram al-Masri ci dona un canzoniere d’amore luccicante come perle, e tenebroso come la più nuvolosa delle notti. Invito il lettore a immergersi in questo libro come se fosse una fontana , una di quelle fontane sacre in cui gli antichi amavano pensare di potersi purificare e di celebrare un rito di rinascita. Giuseppe Conte
Undefeated -

TI DO LA MIA PAROLA: Le azioni di Paul Polansky
Il modo migliore per introdurre al lettore l’opera di Polansky è quello di raccontare una storia, perché le sue stesse poesie sono spesso racconti (ma con qualità molto speciali): una sera, negli anni 70, a San Francisco andai ad una grande mostra delle opere di Man Ray, un importante esponente dell’arte moderna. Fu una mostra formidabile, realizzata con molti mezzi espressivi. Le gallerie erano invase di fiumi di gente desiderosa di vedere le opere di Man. Anche io lo ero, specialmente perché gli avevo fatto visita nel 1967 nella sua casa in Rue Ferou di Parigi, dove avevo trascorso un bel pomeriggio con lui e la moglie Julia, ad ammirare le maschere che stava creando a quel tempo. Alcune di queste furono esposte al MOMA di San Francisco. Mentre stavo osservando una parete di sue foto, — il lettore ricorderà che Man faceva foto “lente”, cioè teneva l’otturatore aperto per un tempo più lungo del solito, il mio occhio, o il suo angolo, fu attratto da una foto lontana circa 5-6 metri, appesa ad una colonna del museo. Mi avvicinai alla foto. Era una foto di corpi in movimento, che infatti si spostavano ondeggiando rapidi da una parte all’altra come nella corsa dei tori a Pamplona, in Spagna. A destra della foto vidi scritto un cartoncino: Ernest Hemingway mi chiese di prestargli la mia macchina fotografica. Questo è il risultato. Se pure avessi avuto in precedenza dei dubbi sul fatto che la fotografia fosse un’arte, tali dubbi svanirono quando vidi la foto di Hemingway. VIDI, con una chiarezza che non avevo pienamente realizzato negli scritti di Hemingway, che il moto della sua mente è movimento inteso come Azione sposata alla parola, e nel sopracitato esempio, la macchina fotografica era soltanto un altro mezzo per dire quel qualcosa che sta alla base dell’essenza della sua espressività. Come Hemingway, Paul Polansky ha a che fare con la parola come Azione. Ma anche con qualcos’altro: nelle opere di Polansky non c’è alcuna artificiosa fuga attraverso lo stile. Queste poesie sono le azioni autobiografiche dell’uomo. Si, lui riesce a dar voce ad una donna vittima dell’Olocausto. Si, è capace di descrivere un sogno con l’elaborazione di immagini. Ma la dinamica che sta alla base della poesia di Paul echeggia in quella frase contenuta in Howl di Ginsberg,
QUESTO È SUCCESSO DAVVERO.
Vale a dire che, o per un innato istinto di giornalista che è in lui, o perché egli rifugge dai voli lirici della poesia, Polansky si è dedicato in modo quasi ossessivo all’arte della Concretezza. Quindi ciò che si coglie nella poesia di Polansky è un’azione narrata: Ecco com’è, dice, o Ecco com’è che mi è successo — niente fronzoli —nessun sibilo melodioso — questa è FactiCity, la città in cui per lo più vivo anche io. Ed è questo ad essere disarmante in queste poesie. Il fatto che non lo siano quasi per nulla. Sono azioni, a volte quasi dei telegrammi scritti con un linguaggio sintetico che riporta un’urgenza, o un’ingiustizia, o, in un centinaio di poesie diverse, mostra le popolazioni Rom, o altri aspetti della vita gitana in luoghi come la Cecoslovacchia o il Kosovo, dove Polansky ha vissuto negli ultimi dieci anni, aiutando gli zingari — intrappolati nel conflitto tra Serbi e Albanesi —, portandoli in ospedale quando hanno bisogno di cure mediche, e facendosi carico delle altre necessità della comunità gitana. Ha diretto il restauro del cimitero ebraico di Nish, in Serbia, in un progetto che coinvolgeva musulmani, Rom, ebrei e protestanti uniti nel lavoro da un nuovo spirito di collaborazione. E si può anche dire che tra tutti i poeti americani in Europa, ma anche negli Stati Uniti, Polansky è il più concretamente impegnato nelle cause per i diritti umani che riguardano le vittime dell’olocausto, specialmente quello inflitto alle popolazioni Rom, e questa è una delle ragioni per cui nel 2004 gli è stato conferito il Premio Weimar, il prestigioso riconoscimento tedesco per i diritti umani. Andando alla radice della Parola/Azione di queste poesie — ed è forse proprio questo il cuore dell’autenticità delle opere di Polansky — il lettore entrerà in un mondo che non conosce, come la maggior parte di noi. Apprenderemo, ed impareremo davvero alcune cose su popoli diversi, con modalità che saranno totalmente e straordinariamente indimenticabili — rivelate da un uomo che ha viaggiato per il mondo e che è passato dall’essere un attaccabrighe in una cittadina del Middle West americana, ad essere un pugile di fatto, per poi spostarsi in Europa nel 1963 e continuare la Giusta Battaglia, nei suoi numerosi libri di poesie, con la migliore arma in mano. Jack Hirschman Baronissi, 2009
Qualcuno ha suonato + CD Audio -

"PER IZET" di Erri De Luca - Guardo le date delle tue poesie. Sono geloso del millenovecento che tu hai esplorato con vent'anni di vantaggio su di me. Apparteniamo entrambi all'intero secolo, anche alla parte in cui non eravamo nati. Sono geloso del tempo che tu hai amato di più. Bisogna abitare in una città fluviale per trovarsi in poesia a una confluenza di acque correnti. In te scorrono russi, tedeschi, spagnoli, francesi e qualche italiano, tu li contieni. La Mliacka di sarajevo non è il Guadalquivir né la Neva, però il suo piccolo letto regge l'onda di piena e di raccolto dello scroscio di versi di un secolo, un torrente passato nel tuo cranio di "mentsch", persona del genere umano. Ho bevuto con te e così, per la misteriosa proprietà transitiva dei poeti e dei bicchieri, io mi sono trovato seduto a tavole remote, dove mai mi sarei azzardato a chiedere permesso. Dietro un nostro bicchiere ho potuto stare con Bohumil Hrabal nella birreria di Praga, al suo tavolo che non ospitava scrittori né lettori, ma solo bevitori amici. Ho potuto sapere come lui portava il vetro all'altezza dei denti e come ci appoggiava sopra il silenzio. Ho tirato tardi con Nazim Hikmet, Alfonso Gatto, Esenin, all'ombra dei nostri bicchieri e ora so con che dita si stropicciano gli occhi. Ho ascoltato la parola comunismo senza inflessioni di invettiva o inno, senza versione ufficiale, come uno pronuncia la parola pioggia, sandalo, balcone. La storia del nostro millenovecento si è tanto preoccupata di infilarsi nelle case, staccare genitori da figli, mogli da mariti, stabilire diete di scarsità nelle cucine spente, distribuendo addii come biglietti da visita. Questa invadente storia maggiore nei tuoi versi è ridotta a margine slabbrato della pagina. Conta di più la storia minore di avere amato una donna, di avere tremato meno per gli scoppi delle granate e molto di più per la febbre di una figlia, per la tosse notturna di un nipotino. È potente per te, molto più che per me, l'esclusiva della vita personale, prepotente il diritto alla felicità, scippata al volo, gustata pure prima di noi non ha avuto nessuno". Dici giusto: anche se siamo gli ultimi di una serie innumerevole, con poco e niente margine di novità, ecco che nella felicità possiamo essere primizia assoluta, sicuri che nessuno può essere stato così felice prima di noi. È antica, ovvia, ripetuta, l'ingiustizia, la guerra, rime stantie delle generazioni, ma la felicità, quella è strepitosamente nuova, vergine per il poeta e per ognuno di noi che è poeta quando sa riconoscerla in tempo, mentre succede, mentre in cucina una pentola bolle. Poeta è chi trova la felicità nella stanza accanto e mai dice dopo: quelli erano bei tempi. Mai la felicità è retroattiva, o riconosciuta all'istante o perduta. Ma quando è insopportabile la pena, allora servi tu, poeta, tu e non un romanziere che la tira in lungo, tu con dei versi da imprimere a memoria quando si è alle strette e viene tolta la biblioteca e la luce del giorno. Là servi tu che puoi rispondere di tutto. Ricordi Izet la fila davanti alla prigione di Leningrad, era il cinquantasette e Anna Achmatova da un anno si incolonnava insieme ai parenti dei prigionieri nella fila delle visite, al freddo. E qualcuno la riconosce, è lei la famosa poeta, perché in Russia i poeti erano famosi. E una donna che sta in fila dietro di lei, che non l'ha mai sentita nominare, le domanda a bassa voce: "A eto vi mojete opisat'?", e questo voi lo potete descrivere?, e lei risponde con altrettanto soffio: "Mogù", posso. E finisce il racconto scrivendo: "Allora qualcosa di simile a un sorriso scivolò su quello che era stato un volto". Ecco, mio Izet, dentro ogni tuo verso di guerra subita, di lutto, c'è la risposta alla domanda di uno come me che sta in qualche fila all'addiaccio delle molte prigioni e chiede: "Questo voi potete descriverlo?" e tu con la carta piena del segreto dell'aria, rispondi: "Mogù", posso. Ho visto la tua patria, Izet, città al buio, le file per l'acqua, ho visto la guerra tornare in Europa e lasciarla illesa e uguale. La Bosnia degli anni novanta era migliaia di miglia più lontana del Vietnam del sessantasette. Sono gli anni a fare la geografia, non le distanze. Oggi si può prendere un aereo per Sarajevo, Belgrado, io ho amato le tue città quando non si poteva prendere un caffè. Amo il tuo suolo, amo: un verbo che è stato la tua sola bandiera e ha sventolato sul bavero della tua giacca per una vita intera. Da te imparo di nuovo a dire: amo. A cinquant'anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi asciugandoli con l'aria di quel verbo all'indicativo presente. Tutte le tue poesie vengono da questa igiene del verbo amare, da questa soglia delle labbra. Bentornato in italiano, benvenuto col tuo verbo a grattare la ruggine della nostra pentola e a farla profumare, noi t'invitiamo ma tuo è il fuoco e la pietanza, tuo il vino che dà profondità ai nostri occhi, un grano d'infrarosso per vedere al buio. Erri De Luca
Etel Adnan: Jenin

Nel 2002, dopo la tragedia di Jenin, Etel Adnan, una delle più grandi scrittrici contemporanee, scrive un testo straordinario, di rara potenza. Ecco la sua lettura. L'attualità di quel testo è immutata. Ci auguriamo che la poesia "arma fragile e potente" possa far palpitare i vostri cuori, in comunione con coloro che soffrono.

Mahmoud Darwish: Stato d'assedio

Napolipoesia 2002. Mahmoud Darwish, grande poeta palestinese, inviò un testo, uscito poi su "Le Monde Diplomatique". Questa è la registrazione della lettura. Sono trascorsi anni, ma la tragedia è sempre la stessa. Questo è il nostro modo di partecipare, di manifestare, di ricordare tutte le vittime innocenti, e anche Darwish.
Rose Spagnole -

VENIAMO DAL NULLA ED È NEL NULLA CHE ANDIAMO
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo;
nessuna luce d’argento o neve scintillante;
nessun profumo di rose spagnole;
né notte sulla città;
quando sto in piedi, so di essere caduto.
Sono in cima a un precipizio.
Non
disapprovarmi.
A volte è dura qui.
La mente fa rughe e disapprova.
Sei il mio Tesoro Adorato; qui sarò un uomo
non un dannato clown.
A volte scivolo ma non cado.
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo
ma io qui sono un uomo, sono l’uomo che conosci.
Siamo venuti dal nulla ed è nel nulla che andiamo.
A volte scivolo ma non cado.
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo
ma io qui sono un uomo, sono l’uomo che conosci.
Siamo venuti dal nulla ed è nel nulla che andiamo.


Buon Compleanno, Jack Hirschman - Baronissi (SA) - 13/12/2008

Il 13 dicembre 2008 compirà 75 anni il grande poeta americano, Jack Hirschman, tra i fondatori del progetto Casa della poesia e uno dei suoi più assidui frequentatori e collaboratori. La partecipazione e la presenza di Hirschman nel nostro territorio sono state determinanti per lo sviluppo di Casa della poesia. Hirschman ha davvero aperto la Casa al mondo, al circuito internazionale della poesia. Senza di lui probabilmente non avremmo avuto oggi tra i nostri amici poeti come Lawrence Ferlinghetti, Michael McClure, Amiri e Amina Baraka, Janine Pommy Vega, Leonard Cohen, Devorah Major, Genny Lim, Aharon Shabtai, Francis Combes, Cletus Nelson Nwadike, Michael Horowiz, Judi Benson, Martin Matz, Ken Smith, Carter Revard, Piri Thomas, Agneta Falk, Sarah Menefee, Victor Montejo, Etel Adnan, Ira Cohen, Paul Polansky, Sonia Sanchez, John Giorno, Vojo Sindolic, Paul Laraque e tanti tanti altri. Nel corso degli anni la nostra casa editrice (Multimedia Edizioni) ha pubblicato 4 sue raccolte di poesia e nel 2006, in lingua inglese, la sua "grande opera", "The Arcanes". Nello stesso anno Jack viene nominato "Poeta Laureato" della città di San Francisco". Ci piace anche segnalare che nel 2007 Hirschman ha ricevuto il Premio Alfonso Gatto (sezione internazionale) e che attualmente sta traducendo proprio Gatto negli Stati Uniti (dopo aver già tradotto poeti italiani come Pasolini, Scotellaro, Brugnaro, Vendola, e tanti altri). Ora in occasione del suo compleanno Casa della poesia organizza per il suo poeta una festa (a sorpresa perché non sa nulla) di poesia, musica e amicizia. Il Comune di Baronissi conferirà al grande poeta la cittadinanza onoraria. Ci sembra molto bello immaginare, proprio in questo momento storico, una città nella quale i poeti ricevono l'attenzione che meritano e nella quale i poeti diventano "cittadini". Tanti amici, i poeti, i musicisti saranno presenti per rendere omaggio a Hirschman. Tra questi: Agneta Falk, Paul Polansky, Sinan Gudzevic, Giancarlo Cavallo, Maram al Masri, Alberto Masala, Giacomo Scotti, Cletus Nelson Nwadike, Gianluca Paciucci, Ferruccio Brugnaro, Andrea Zuccolo, Marco Cinque, Jasmina Ahmetagic, Gaspare Di Lieto, Maurizio Carbone, Anna Lombardo, ed altri ancora.
Politica -

Introduzione Davide Mano La collezione di poesie ebraiche che qui si presenta raccoglie la recente produzione letteraria di Aharon Shabtai, uno tra i maggiori esponenti della poesia politica in Israele. Attento e originale osservatore delle vicende del conflitto israelo-palestinese, Aharon Shabtai è uno degli uomini di cultura in Israele ad avere più apertamente dichiarato il suo dissenso, opponendosi in maniera categorica, attraverso i versi delle sue poesie, all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e alla costruzione del muro di separazione. Egli è conosciuto in Israele, fin dagli anni Ottanta e Novanta, per la sua poesia erotica, incentrata su una metafisica del sesso e del corpo. In queste composizioni, ordinate secondo brevi frammenti, la personale ricerca delle forme della materialità erotica raggiunge una radicalità, nel linguaggio come nelle ardite immagini evocate, che si ritrova ancor più esaltata nella più tarda produzione politica. Shabtai pone spesso al centro della sua opera la vita privata, svelandola fin nei particolari più intimi, esponendo così la sua intera persona al pubblico. Dal divorzio dalla prima moglie all’intensa storia d’amore con Tanya Reinhart (docente di linguistica e analista politica radicale, recentemente scomparsa), dai violenti attacchi contro i governanti alle accuse nei confronti dell’establishment letterario israeliano, i temi del privato si uniscono a quelli del politico in un unico corpus poetico. Più spesso è il politico a farsi privato, sfidando non solo lo status della letteratura ebraica, ma anche il senso del pudore, i tabù e le gerarchie della società israeliana in genere. Certamente, sono le violente invettive dell’ultimo Shabtai ad aver suscitato le reazioni più risentite. Molte delle poesie qui raccolte, apparse la prima volta sull’inserto letterario del quotidiano Ha’aretz, hanno causato una serie di lettere di protesta, ed anche minacce di annullamento degli abbonamenti. Nella poesia di Aharon Shabtai, i temi del politico sono affrontati con una ricca gamma di registri, dal satirico al sarcastico, dal sublime al sentimentale, fino al kitsch e al comico. La cronaca del drammatico conflitto tra israeliani e palestinesi emerge attraverso i diversi usi retorici, che l’autore sperimenta con l’intento di mettere a prova la scrittura poetica e calarla sui toni bassi del reale. È in questa operazione radicale e provocatoria che si concentra la carica d’opposizione della poesia di Shabtai. Al presente di una società fantasma, chiusa a riccio davanti ai pericoli di una guerra totale, Shabtai oppone un’attenzione per l’evento nella sua traumatica, dolorosa essenzialità. Per contro a un dibattito pubblico miope, che sempre più colpevolmente mette in secondo piano la barbarie dell’occupazione, Shabtai si propone in veste di informatore, di educatore e maestro. Come un poeta che, affrontando l’orrore del suo tempo, si guarda allo specchio, e parla al suo popolo. Le poesie di Shabtai spingono a far riflettere il lettore sugli effetti della logica dell’occupazione israeliana, non solo sulla vita degli oppressi ma anche su quella degli stessi oppressori. Shabtai si chiede come possa esistere ancora cultura, e come possa nascere poesia, in uno Stato che si macchia di crimini efferati, in mezzo a un popolo che soggioga un altro popolo. La poesia trova il suo posto nel dissenso: suo dovere è quello di opporsi, denunciare, farsi dunque strumento d’accusa. In questo J’accuse rivolto al suo paese, grande importanza ha la personale esperienza di vita di Shabtai: egli fa continuamente appello ai valori fondanti della società ebraica nata in Palestina e ai principi democratici dello Stato ebraico sorto sul modello socialista. Le poesie incluse in questa collezione sono state composte sull’onda dei fatti, e pertanto vengono a configurare una sorta di “diario politico” dell’occupazione. L’apparato di note posto in fondo al volume è stato pensato in questo senso, per ricordare al lettore le figure dei politici e la cronaca dei fatti citati dall’autore. * * * * * Prefazione Egi Volterrani Questa raccolta di poesie di Aharon Shabtai esce in un momento per molti aspetti particolare, che può pregiudicarne una fruizione attenta a tutte le articolazioni del discorso poetico e alla ricerca formale, spesso innovativa e disinvolta che l’Autore porta avanti con determinazione, pur affrontando spesso temi di impegno civile che facilmente possono spostare l’attenzione e la sensibilità del lettore nel campo dell’emozione e della drammaticità del messaggio comunicato. La pesante, difficile particolarità congiunturale, determinata sia dall’iniziativa politica e sia dal comportamento internazionale dello stato di Israele – l’ambito sociale dove si sviluppa quotidianamente l’attività del poeta – si complica in questi giorni per le polemiche suscitate in Francia e in Italia dall’invito allo stato di Israele come ospite d’onore delle fiere internazionali del libro di Parigi1 e di Torino. L’invito è stato sollecitato dalla diplomazia israeliana, e conseguentemente formulato dagli interlocutori europei, in occasione del sessantesimo anno dalla fondazione dello Stato Ebraico. L’iniziativa si qualifica immediatamente come “di parte”, sia rispetto alla situazione conflittuale che si registra in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, e sia rispetto alla disputa politica interna alla società israeliana, dove l’opposizione alla linea aggressiva e oppressiva del governo attuale è da quello stesso governo duramente conculcata, per non dire perseguitata. In questa situazione, le composizioni di Aharon Shabtai potranno incontrare polemiche e provocare fraintendimenti che non gioveranno, forse, a una lettura critica intesa soprattutto a cogliere la caratterizzazione molto originale della scrittura di uno dei più interessanti poeti contemporanei di ispirazione “civile”. La struttura stessa della compilazione, che mette insieme versi di raccolte recenti, è organizzata in modo attentamente significativo. Dopo alcuni componimenti che documentano un sottofondo generale, un ambiente ostile e coercitivo (Aeroporto Ben Gurion, Sharon, Il muro…), si liberano a sorpresa brevi, lineari ed eleganti invocazioni, le preghiere che auspicano la sconfitta dell’esercito di Israele impegnato nella recente guerra del Libano. Inaspettatamente, queste preghiere si organizzano in un canto. “È possibile cantare in tempi oscuri? – Si domandava Bertolt Brecht – Si può cantare l’oscurità dei tempi”. Poi, il canto di Aharon Shabtai si sviluppa su altri temi, dell’attualità o della memoria, con la stessa linearità, traendo ispirazione – con incredibile immediatezza, verrebbe da dire “freschezza” – da frammenti di una realtà quotidiana, intima ed evocativa, che si definiscono dettagliatamente emergendo dal marasma di un paesaggio di guerra, sconvolto dalla violenza o reso impenetrabile dalla devastazione – e magari congelato da un implicito giudizio morale, determinato soltanto con la scelta icastica di parole che non giudicano, dicono. La parola del poeta comunica al lettore le sensazioni della sua attenta partecipazione a una realtà difficile, a volte colta soltanto attraverso la struggente incongruità di particolari sorprendenti.
Rosa Mystica -

La scrittura ci ha portato lontano dall’origine nel giardino idilliaco di Tomaj dove gli amanti si trattengono e, anche se forse apparentemente ci troviamo ancora lì, è sempre più chiaro che ci siamo lasciati ingannare dal misterioso linguaggio poetico dal quale non si vede via d’uscita. Abbiamo dimostrato che dietro la leggerezza intimistica e vitalistica dello stile poetico di Osti si nascondono vortici ontologici magici che si ampliano in un labirinto infinito. Josip Osti è bravissimo a rappresentare i complessi stati d’animo, i difficili quesiti esistenziali e le fantastiche visioni poetiche in un modo apparentemente semplice, talvolta persino documentario e aneddotico. Egli uguaglia i motivi fantastici e quelli concreti sullo stesso livello finzionale e quello dello stile poetico, che è apparentemente spesso realistico, e mi sembra che l’etichetta più adeguata della sua poesia potrebbe essere il realismo magico. Ma anche quella è, infine, solo un’etichetta e come tale priva di vitalità. E questo è dopotutto di poca importanza. È importante però rimarcare che Josip Osti, quando ha iniziato a scrivere le sue poesie in lingua slovena, ci ha donato un tesoro, un patrimonio che continueremo a scoprire. - Igor Divjak
Quadreria dell'Accademia e altre poesie - Giancarlo Cavallo

Scrive Francesco Napoli: «Il poema occupa una centralità nello sviluppo della poetica di Cavallo. Con la Quadreria, infatti, si passa da una sorta di giovanil furore diffuso nella più sciolta e libera forma del poème en prose a una maturata considerazione della misura poematica capace di dare adeguato respiro e illustrazione alla materia. (…) Il verso, come detto, è breve, per lo più pennellato e d’intensa coloritura espressionista. C’è una straordinaria quanto inconsueta plasticità delle immagini sulla quale si fonda la forza evocativa della parola. L’altra materia fondante il tratto pittorico, la luce e il suo battere sulle immagini, si diffonde in un’assimilazione nella quale l’“occhio bramò/ una fedeltà minuziosa/ inseguendo/ la chimera del vero”. (…) ma nella sorpresa della luce riesce a “dar vita/ in forma di figura”, lontano dall’arte dell’illusione e dell’apparenza, a una riuscita sintonia tra parole e cose. (...) Di Alfonso Gatto sembra resistere in Giancarlo Cavallo la tensione morale della poesia come mostrano i poemetti Sarai Sarajevo e Poema a matita per Pier Paolo Pasolini. Plastici nel loro equilibrio formale, queste due opere offrono l’omaggio a due grandi poeti che, pur distanti tra loro, sono sentiti molto prossimi sul piano dell’etica della poesia: Izet Sarajlic e Pier Paolo Pasolini. (…) Ambedue sembrano da adesso vestire i panni dei lari famigliari con i quali Cavallo vuole ora accompagnarsi “perché la Storia non è mai finita” e la poesia può e deve trovare le risposte più appropriate al divenire dell’uomo.»



9-1-2010 - L'occhio tagliato. Omaggio a Luis Buñuel
Lunedì 18 gennaio alle ore 21,00 riprendono le proiezioni nelle nuova sede di Casa della poesia (via Convento 21A, Baronissi) con una serata speciale deicata ai primi, straordinari, scolvongenti, sperimentali film di Luis Buñuel: "Un ch...
19-11-2009 - Allora è proprio vero? "NEMO PROFETA IN PATRIA"
Cari amici,
le notizie che dobbiamo darvi continuano a non essere piacevoli.
Pur svolgendo in questi mesi un’intensa attività in tante città italiane e all’estero, pur avendo raccolto grandi successi ed entusiasmi nelle ultime cose org...
2-11-2009 - Maram al-Masri a Napoli
Domenica 8 novembre, alle ore 21,30, a Napoli, presso il teatro Canto Libre (Via S. Giovanni Maggiore Pignatelli, 35) si terrà il reading della straordinaria poetessa siriana Maram al-Masri, in occasione della presentazione in Italia del suo nuovo li...