Sarajevo 2009. Incontri internazionali di poesia - Sarajevo - 25/9/2009

Il 25, 26 e 27 settembre 2009 si svolgerà l'ottava edizione degli “Incontri internazionali di poesia di Sarajevo”. La magia che avvolge la capitale bosniaca produce ogni anno il miracolo di realizzare una delle più belle ed entusiasmanti manifestazioni poetiche del panorama internazionale. Gli incontri sono dedicati ad Izet Sarajlić, grande poeta di Sarajevo, Presidente onorario di Casa della poesia, cittadino onorario della città di Salerno, poeta amatissimo in Italia, amico del nostro concittadino, Alfonso Gatto. L’evento, nasce nel 2002, dopo la scomparsa di Sarajlić avvenuta nel maggio di quell’anno, per realizzare quello che negli ultimi anni era stato il sogno del grande poeta bosniaco, riportare, dopo la tragedia della guerra e dell’assedio, la grande poesia internazionale a Sarajevo. A pochi anni dalla fine degli orrori della guerra di Bosnia e dal terribile assedio della sua capitale, acquistava un valore simbolico e politico, ricollocare la città in un progetto che avesse come centralità la cultura dell’incontro, della conoscenza, dello scambio e della fratellanza. Si trattava inoltre di una sorta di “elaborazione del lutto” da parte del circuito di Casa della poesia che aveva perso uno dei suoi rappresentanti più prestigiosi. E ricordando che “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” (versi di Izet che hanno caratterizzato da sempre il lavoro della Casa della poesia) abbiamo pensato di portare nella sua città i poeti suoi amici e compagni di viaggio di tante avventure e di farli incontrare con gli altri poeti di Sarajevo e della ex-Jugoslavia. Sarajlic, è stato un compagno di viaggio straordinario. È lui che ha sempre incoraggiato il lavoro di costruzione di quella “grande famiglia” che è il circuito di Casa della poesia. Sono indimenticabili le sue letture italiane a Salerno, Baronissi, Napoli, Amalfi, Pistoia, Trieste, Roma, Genova, Reggio Emilia. Sono per noi ricordi commoventi la sua gioia quando venne alla luce il suo libro italiano Qualcuno ha suonato tradotto con amore da Raffaella Marzano e Sinan Gudžević, quando ha ricevuto a Roma il Premio Moravia 2001 e quando la città di Salerno ha voluto tributargli quella cittadinanza onoraria che lo ha reso orgoglioso e felice forse per l’ultima volta. Lo ricordiamo quindi ogni anno nella sua città, con la poesia e con i poeti, provando a farlo senza retorica, come lui avrebbe voluto, ricordando la sua ironia e la sua malinconia, le sue poesie e le sue canzoni. La manifestazione, promossa dall’Ambasciata italiana di Sarajevo e curata da Casa della poesia, è resa possibile dalla collaborazione di enti italiani e stranieri e piccoli sponsor, che generosamente contribuiscono alla realizzazione dell’evento. Come ogni anno due gruppi di “viaggiatori consapevoli” raggiungeranno Sarajevo, dall’Italia in bus (via Trieste) e in auto (via Bari), per vivere e condividere questa straordinaria esperienza. Tanti i poeti che in questi anni hanno voluto onorarci della loro presenza. Per ognuno di loro dovremmo spendere parole di affetto, di amicizia, di gratitudine. Sono tutti insieme e con tanti altri quella “grande famiglia poetica” che Izet aveva nel cuore e che ci ha insegnato ad amare. E ci auguriamo, che attraverso manifestazioni come quella di Sarajevo, si riesca sempre più ad ampliare questa rete di amicizia, stima, solidarietà, capacità di ascolto. Quest'anno sarà il "Kamerni Teatar 55", ad ospitare gli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, in un clima di solidarietà, amicizia, affetto, scambio, desiderio di incontro. Tutta la manifestazione si svolgerà in due lingue, quella locale e l'italiano, grazie all’impegno di tanti e soprattutto all’enorme lavoro, dedizione, impegno di Sinan Gudžević. Nel corso dell’evento saranno proiettate come sempre alcune videoclip poetiche che vedono Sarajlic leggere le sue poesie. E naturalmente un grazie di cuore ai poeti straordinari per qualità e umanità che vengono selezionati con una sorta di intervento miracoloso che estrae ogni anno per Sarajevo il meglio in fatto di uomini e di poeti dal grande cilindro del circuito internazionale. Ci auguriamo che l’evento di Sarajevo, ormai riconoscibile e riconosciuto nel panorama internazionale dei festival di poesia prosegua e si consolidi come un indiscutibile, importante, momento “poetico”, e come un ponte tra l’Europa e i Balcani, un momento di incontro, di conoscenza e di scambio tra culture, lingue, religioni. Siamo certi che la magia di questa città ancora una volta attribuirà una sorta di valore aggiunto all’evento poetico, facendolo diventare, cosa diversa rispetto alle altre manifestazioni sulla poesia, che pure dispongono di altri mezzi finanziari, altre strutture organizzative, altri supporti tecnici. Questa magia costruisce la poesia come luogo d’incontro, che costruisce legami, amicizie, che diventa momento di scambio, che si sedimenta nel cuore e nella mente delle persone fino a diventare un’esperienza indimenticabile e inalienabile della propria coscienza. Le tre giornate di solito consentono ai poeti e ai visitatori di poter apprezzare anche le bellezze della città e dei suoi dintorni, gustare le specialità gastronomiche e di vivere pur nel tempo ristretto tutte le proposte degli Incontri.
Napolipoesia nel Parco 2009 - Napoli - 17/7/2009

Nei giorni 17, 18 e 19 luglio 2009 nell’incredibile scenario naturale e paesaggistico del Parco dei Camaldoli, nell’Anfiteatro del Golfo, si svolgerà una nuova straordinaria edizione di Napolipoesia nel Parco. L'evento, promosso dall'Ente Parco Metropolitano delle Colline di Napoli e curato da Casa della poesia, vedrà la partecipazione di grandi autori internazionali, spesso in interazione con musicisti di varie aree musicali. L’obiettivo è duplice: realizzare a Napoli uno dei più importanti ed ampi eventi poetici internazionali e valorizzare un progetto così straordinario e innovativo, come il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, attraverso un prodotto culturale, spettacolare, di eccellenza. Gli Incontri internazionali prevedono la presenza di 15 tra i maggiori poeti contemporanei, provenienti da diverse nazioni e continenti. I poeti vivranno per almeno tre giorni la città e il Parco, insieme ai loro colleghi e amici, ai musicisti, a studenti, giovani scrittori e appassionati. Il tema di questa edizione “lo spirito dei luoghi”, vuole analizzare il legame tra tradizione e modernità, tra culture dei territori e sviluppo sostenibile, tra necessità di comunicazioni globali ed esigenza di tutela delle diversità. Tra i poeti invitati alcune autentiche star e grandi poeti emergenti, ampiamente riconosciuti nel proprio paese, stelle in ascesa a livello internazionale. Personaggio straordinario, Taslima Nasrin, del Bandladesh, donna e scrittrice, perseguitata e in fuga, icona di libertà, di lotta, di resistenza, di emancipazione della donna nel mondo islamico. Tony Harrison, probabilmente il maggiore poeta di lingua inglese contemporaneo e uno dei più famosi e pubblicati al mondo. Poeta come “corrispondente dal fronte e come storico e coscienza della sua epoca”. Dalla California, tre straordinarie poetesse e tre interpreti di una poesia performativa, di forte interazione con la musica jazz, l’afroamericana Devorah Major, Genny Lim, di discendenze cinesi e inuit, Opal Palmer Adisa, di discendenza caraibica jamaicana. Tre grandi voci, e tre grandi canti di libertà e amore. Viene dalla Spagna, Juan Carlos Mestre, poeta-cantastorie visionario che con la sua fisarmonica propone immagini nelle quali realtà e invenzione si miscelano in maniera sublime in atmosfere incantate. Paul Polansky, personaggio quasi leggendario di americano che vive da anni nei Balcani. “Voce dei senza voce”, “voce degli esclusi”, megafono poetico del popolo più maltrattato ed oppresso della storia, quello “rom”. Viene dal deserto del Sahara, il grido di resistenza del popolo tuareg nella poesia e nel canto di Hawad, poeta, calligrafo, ambasciatore di una cultura nomade di cui è erede. Adel Karasholi, siriano, tra i più importanti poeti arabi contemporanei. Vivendo da molti anni in Germania è diventato un vero ponte tra la cultura araba e quella europea. Appassionato e studioso di Brecht, riesce a far incontrare tradizione araba, densa di emozioni e di canto, ricca di metafore, con la tradizione “profana” della poesia tedesca moderna. Dai Carabi, dalla bellissima e poverissima Haiti Louis-Philippe Dalembert, uomo-tartaruga, come si definisce lui stesso, trascina il suo “sogno di ritorno” dall’Europa all’Africa del Nord, dal Medio Oriente all’Africa Nera, passando per le Americhe e per gli altri paesi dei Carabi, in un canto malinconico dell’erranza e della memoria. E da altre isole, le Azzorre, viene il portoghese Ivo Machado, portando con sé, come ogni isolano, nell’espressione, nel sentimento, nel tempo, la memoria insondabile di venti, onde, maree, il desiderio del viaggio assieme a quello del ritorno, il desiderio di libertà e di conoscenza. Dall’Africa nera, la magia, i colori, i ritmi del continente bellissimo e martoriato, una delle figure emergenti della nuova poesia africana, Gabriel Okoundji. Michel Cassir è nato in Egitto, cresciuto in Libano, vissuto in Messico e ora in Francia. Quella di Cassir è una vera poesia del Mediterraneo, che profuma di spezie e di salsedine, che fa incontrare uomini e culture, che diventa luogo d’arrivo di memorie collettive e condivise. A rappresentare la poesia italiana contemporanea due tra i migliori interpreti napoletani, da tempo ormai assurti a livello nazionale ed internazionale e tra le voci più originali ed importanti del circuito, Mariano Bàino e Michele Sovente. Mariano Bàino è stato tra i poeti che negli anni ’90 hanno animato in Italia un dibattito su moderno e postmoderno, avanguardia e tradizione, e, più in generale, sul mutare delle strutture comunicative e sugli effetti di derealizzazione nella società massmediale, utilizzando spesso ironia e giocosità. Michele Sovente è certamente uno dei più originali ed apprezzati poeti italiani contemporanei. Le tre lingue nelle quali si esprime si propongono come tre lingue diverse, ma sorelle, che si rincorrono e s’insinuano l’una nell’altra: il latino, l’italiano, il dialetto di Cuma. Una magnifica occasione per i napoletani e tutti i campani per riscoprire questo luogo magnifico ricco di storia e di natura preservata che è il Parco dei Camaldoli, poco conosciuto e frequentato, di ammirare lo splendido panorama dell’anfiteatro che si affaccia su tutto il Golfo con l’isola di Capri di fronte. Un'occasione irripetibile, per i non napoletani, di visitare una città bellissima, di immergersi nelle sue bellezze e nella sua cultura e di trascorrere tre serate ascoltando versi di poeti di tutto il mondo. ______________________________________________ Ulteriori informazioni sui poeti e sull’evento: www.napolipoesia.org www.casadellapoesia.org Parco Metropolitano delle Colline di Napoli 081/7966966 – 081/7966060 Casa della poesia 089/951621 – 089/953869 – 347/6275911 – 328/8459483
Qualcuno ha suonato + CD Audio - Izet Sarajlić

"PER IZET" di Erri De Luca - Guardo le date delle tue poesie. Sono geloso del millenovecento che tu hai esplorato con vent'anni di vantaggio su di me. Apparteniamo entrambi all'intero secolo, anche alla parte in cui non eravamo nati. Sono geloso del tempo che tu hai amato di più. Bisogna abitare in una città fluviale per trovarsi in poesia a una confluenza di acque correnti. In te scorrono russi, tedeschi, spagnoli, francesi e qualche italiano, tu li contieni. La Mliacka di sarajevo non è il Guadalquivir né la Neva, però il suo piccolo letto regge l'onda di piena e di raccolto dello scroscio di versi di un secolo, un torrente passato nel tuo cranio di "mentsch", persona del genere umano. Ho bevuto con te e così, per la misteriosa proprietà transitiva dei poeti e dei bicchieri, io mi sono trovato seduto a tavole remote, dove mai mi sarei azzardato a chiedere permesso. Dietro un nostro bicchiere ho potuto stare con Bohumil Hrabal nella birreria di Praga, al suo tavolo che non ospitava scrittori né lettori, ma solo bevitori amici. Ho potuto sapere come lui portava il vetro all'altezza dei denti e come ci appoggiava sopra il silenzio. Ho tirato tardi con Nazim Hikmet, Alfonso Gatto, Esenin, all'ombra dei nostri bicchieri e ora so con che dita si stropicciano gli occhi. Ho ascoltato la parola comunismo senza inflessioni di invettiva o inno, senza versione ufficiale, come uno pronuncia la parola pioggia, sandalo, balcone. La storia del nostro millenovecento si è tanto preoccupata di infilarsi nelle case, staccare genitori da figli, mogli da mariti, stabilire diete di scarsità nelle cucine spente, distribuendo addii come biglietti da visita. Questa invadente storia maggiore nei tuoi versi è ridotta a margine slabbrato della pagina. Conta di più la storia minore di avere amato una donna, di avere tremato meno per gli scoppi delle granate e molto di più per la febbre di una figlia, per la tosse notturna di un nipotino. È potente per te, molto più che per me, l'esclusiva della vita personale, prepotente il diritto alla felicità, scippata al volo, gustata pure prima di noi non ha avuto nessuno". Dici giusto: anche se siamo gli ultimi di una serie innumerevole, con poco e niente margine di novità, ecco che nella felicità possiamo essere primizia assoluta, sicuri che nessuno può essere stato così felice prima di noi. È antica, ovvia, ripetuta, l'ingiustizia, la guerra, rime stantie delle generazioni, ma la felicità, quella è strepitosamente nuova, vergine per il poeta e per ognuno di noi che è poeta quando sa riconoscerla in tempo, mentre succede, mentre in cucina una pentola bolle. Poeta è chi trova la felicità nella stanza accanto e mai dice dopo: quelli erano bei tempi. Mai la felicità è retroattiva, o riconosciuta all'istante o perduta. Ma quando è insopportabile la pena, allora servi tu, poeta, tu e non un romanziere che la tira in lungo, tu con dei versi da imprimere a memoria quando si è alle strette e viene tolta la biblioteca e la luce del giorno. Là servi tu che puoi rispondere di tutto. Ricordi Izet la fila davanti alla prigione di Leningrad, era il cinquantasette e Anna Achmatova da un anno si incolonnava insieme ai parenti dei prigionieri nella fila delle visite, al freddo. E qualcuno la riconosce, è lei la famosa poeta, perché in Russia i poeti erano famosi. E una donna che sta in fila dietro di lei, che non l'ha mai sentita nominare, le domanda a bassa voce: "A eto vi mojete opisat'?", e questo voi lo potete descrivere?, e lei risponde con altrettanto soffio: "Mogù", posso. E finisce il racconto scrivendo: "Allora qualcosa di simile a un sorriso scivolò su quello che era stato un volto". Ecco, mio Izet, dentro ogni tuo verso di guerra subita, di lutto, c'è la risposta alla domanda di uno come me che sta in qualche fila all'addiaccio delle molte prigioni e chiede: "Questo voi potete descriverlo?" e tu con la carta piena del segreto dell'aria, rispondi: "Mogù", posso. Ho visto la tua patria, Izet, città al buio, le file per l'acqua, ho visto la guerra tornare in Europa e lasciarla illesa e uguale. La Bosnia degli anni novanta era migliaia di miglia più lontana del Vietnam del sessantasette. Sono gli anni a fare la geografia, non le distanze. Oggi si può prendere un aereo per Sarajevo, Belgrado, io ho amato le tue città quando non si poteva prendere un caffè. Amo il tuo suolo, amo: un verbo che è stato la tua sola bandiera e ha sventolato sul bavero della tua giacca per una vita intera. Da te imparo di nuovo a dire: amo. A cinquant'anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi asciugandoli con l'aria di quel verbo all'indicativo presente. Tutte le tue poesie vengono da questa igiene del verbo amare, da questa soglia delle labbra. Bentornato in italiano, benvenuto col tuo verbo a grattare la ruggine della nostra pentola e a farla profumare, noi t'invitiamo ma tuo è il fuoco e la pietanza, tuo il vino che dà profondità ai nostri occhi, un grano d'infrarosso per vedere al buio. Erri De Luca
Etel Adnan: Jenin

Nel 2002, dopo la tragedia di Jenin, Etel Adnan, una delle più grandi scrittrici contemporanee, scrive un testo straordinario, di rara potenza. Ecco la sua lettura. L'attualità di quel testo è immutata. Ci auguriamo che la poesia "arma fragile e potente" possa far palpitare i vostri cuori, in comunione con coloro che soffrono.

Mahmoud Darwish: Stato d'assedio

Napolipoesia 2002. Mahmoud Darwish, grande poeta palestinese, inviò un testo, uscito poi su "Le Monde Diplomatique". Questa è la registrazione della lettura. Sono trascorsi anni, ma la tragedia è sempre la stessa. Questo è il nostro modo di partecipare, di manifestare, di ricordare tutte le vittime innocenti, e anche Darwish.
Rose Spagnole - Michael McClure

VENIAMO DAL NULLA ED È NEL NULLA CHE ANDIAMO
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo;
nessuna luce d’argento o neve scintillante;
nessun profumo di rose spagnole;
né notte sulla città;
quando sto in piedi, so di essere caduto.
Sono in cima a un precipizio.
Non
disapprovarmi.
A volte è dura qui.
La mente fa rughe e disapprova.
Sei il mio Tesoro Adorato; qui sarò un uomo
non un dannato clown.
A volte scivolo ma non cado.
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo
ma io qui sono un uomo, sono l’uomo che conosci.
Siamo venuti dal nulla ed è nel nulla che andiamo.
A volte scivolo ma non cado.
Non c’è neanche l’oscurità dove andiamo
ma io qui sono un uomo, sono l’uomo che conosci.
Siamo venuti dal nulla ed è nel nulla che andiamo.


Buon Compleanno, Jack Hirschman - Baronissi (SA) - 13/12/2008

Il 13 dicembre 2008 compirà 75 anni il grande poeta americano, Jack Hirschman, tra i fondatori del progetto Casa della poesia e uno dei suoi più assidui frequentatori e collaboratori. La partecipazione e la presenza di Hirschman nel nostro territorio sono state determinanti per lo sviluppo di Casa della poesia. Hirschman ha davvero aperto la Casa al mondo, al circuito internazionale della poesia. Senza di lui probabilmente non avremmo avuto oggi tra i nostri amici poeti come Lawrence Ferlinghetti, Michael McClure, Amiri e Amina Baraka, Janine Pommy Vega, Leonard Cohen, Devorah Major, Genny Lim, Aharon Shabtai, Francis Combes, Cletus Nelson Nwadike, Michael Horowiz, Judi Benson, Martin Matz, Ken Smith, Carter Revard, Piri Thomas, Agneta Falk, Sarah Menefee, Victor Montejo, Etel Adnan, Ira Cohen, Paul Polansky, Sonia Sanchez, John Giorno, Vojo Sindolic, Paul Laraque e tanti tanti altri. Nel corso degli anni la nostra casa editrice (Multimedia Edizioni) ha pubblicato 4 sue raccolte di poesia e nel 2006, in lingua inglese, la sua "grande opera", "The Arcanes". Nello stesso anno Jack viene nominato "Poeta Laureato" della città di San Francisco". Ci piace anche segnalare che nel 2007 Hirschman ha ricevuto il Premio Alfonso Gatto (sezione internazionale) e che attualmente sta traducendo proprio Gatto negli Stati Uniti (dopo aver già tradotto poeti italiani come Pasolini, Scotellaro, Brugnaro, Vendola, e tanti altri). Ora in occasione del suo compleanno Casa della poesia organizza per il suo poeta una festa (a sorpresa perché non sa nulla) di poesia, musica e amicizia. Il Comune di Baronissi conferirà al grande poeta la cittadinanza onoraria. Ci sembra molto bello immaginare, proprio in questo momento storico, una città nella quale i poeti ricevono l'attenzione che meritano e nella quale i poeti diventano "cittadini". Tanti amici, i poeti, i musicisti saranno presenti per rendere omaggio a Hirschman. Tra questi: Agneta Falk, Paul Polansky, Sinan Gudzevic, Giancarlo Cavallo, Maram al Masri, Alberto Masala, Giacomo Scotti, Cletus Nelson Nwadike, Gianluca Paciucci, Ferruccio Brugnaro, Andrea Zuccolo, Marco Cinque, Jasmina Ahmetagic, Gaspare Di Lieto, Maurizio Carbone, Anna Lombardo, ed altri ancora.
Politica - Aharon Shabtai

Introduzione Davide Mano La collezione di poesie ebraiche che qui si presenta raccoglie la recente produzione letteraria di Aharon Shabtai, uno tra i maggiori esponenti della poesia politica in Israele. Attento e originale osservatore delle vicende del conflitto israelo-palestinese, Aharon Shabtai è uno degli uomini di cultura in Israele ad avere più apertamente dichiarato il suo dissenso, opponendosi in maniera categorica, attraverso i versi delle sue poesie, all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e alla costruzione del muro di separazione. Egli è conosciuto in Israele, fin dagli anni Ottanta e Novanta, per la sua poesia erotica, incentrata su una metafisica del sesso e del corpo. In queste composizioni, ordinate secondo brevi frammenti, la personale ricerca delle forme della materialità erotica raggiunge una radicalità, nel linguaggio come nelle ardite immagini evocate, che si ritrova ancor più esaltata nella più tarda produzione politica. Shabtai pone spesso al centro della sua opera la vita privata, svelandola fin nei particolari più intimi, esponendo così la sua intera persona al pubblico. Dal divorzio dalla prima moglie all’intensa storia d’amore con Tanya Reinhart (docente di linguistica e analista politica radicale, recentemente scomparsa), dai violenti attacchi contro i governanti alle accuse nei confronti dell’establishment letterario israeliano, i temi del privato si uniscono a quelli del politico in un unico corpus poetico. Più spesso è il politico a farsi privato, sfidando non solo lo status della letteratura ebraica, ma anche il senso del pudore, i tabù e le gerarchie della società israeliana in genere. Certamente, sono le violente invettive dell’ultimo Shabtai ad aver suscitato le reazioni più risentite. Molte delle poesie qui raccolte, apparse la prima volta sull’inserto letterario del quotidiano Ha’aretz, hanno causato una serie di lettere di protesta, ed anche minacce di annullamento degli abbonamenti. Nella poesia di Aharon Shabtai, i temi del politico sono affrontati con una ricca gamma di registri, dal satirico al sarcastico, dal sublime al sentimentale, fino al kitsch e al comico. La cronaca del drammatico conflitto tra israeliani e palestinesi emerge attraverso i diversi usi retorici, che l’autore sperimenta con l’intento di mettere a prova la scrittura poetica e calarla sui toni bassi del reale. È in questa operazione radicale e provocatoria che si concentra la carica d’opposizione della poesia di Shabtai. Al presente di una società fantasma, chiusa a riccio davanti ai pericoli di una guerra totale, Shabtai oppone un’attenzione per l’evento nella sua traumatica, dolorosa essenzialità. Per contro a un dibattito pubblico miope, che sempre più colpevolmente mette in secondo piano la barbarie dell’occupazione, Shabtai si propone in veste di informatore, di educatore e maestro. Come un poeta che, affrontando l’orrore del suo tempo, si guarda allo specchio, e parla al suo popolo. Le poesie di Shabtai spingono a far riflettere il lettore sugli effetti della logica dell’occupazione israeliana, non solo sulla vita degli oppressi ma anche su quella degli stessi oppressori. Shabtai si chiede come possa esistere ancora cultura, e come possa nascere poesia, in uno Stato che si macchia di crimini efferati, in mezzo a un popolo che soggioga un altro popolo. La poesia trova il suo posto nel dissenso: suo dovere è quello di opporsi, denunciare, farsi dunque strumento d’accusa. In questo J’accuse rivolto al suo paese, grande importanza ha la personale esperienza di vita di Shabtai: egli fa continuamente appello ai valori fondanti della società ebraica nata in Palestina e ai principi democratici dello Stato ebraico sorto sul modello socialista. Le poesie incluse in questa collezione sono state composte sull’onda dei fatti, e pertanto vengono a configurare una sorta di “diario politico” dell’occupazione. L’apparato di note posto in fondo al volume è stato pensato in questo senso, per ricordare al lettore le figure dei politici e la cronaca dei fatti citati dall’autore. * * * * * Prefazione Egi Volterrani Questa raccolta di poesie di Aharon Shabtai esce in un momento per molti aspetti particolare, che può pregiudicarne una fruizione attenta a tutte le articolazioni del discorso poetico e alla ricerca formale, spesso innovativa e disinvolta che l’Autore porta avanti con determinazione, pur affrontando spesso temi di impegno civile che facilmente possono spostare l’attenzione e la sensibilità del lettore nel campo dell’emozione e della drammaticità del messaggio comunicato. La pesante, difficile particolarità congiunturale, determinata sia dall’iniziativa politica e sia dal comportamento internazionale dello stato di Israele – l’ambito sociale dove si sviluppa quotidianamente l’attività del poeta – si complica in questi giorni per le polemiche suscitate in Francia e in Italia dall’invito allo stato di Israele come ospite d’onore delle fiere internazionali del libro di Parigi1 e di Torino. L’invito è stato sollecitato dalla diplomazia israeliana, e conseguentemente formulato dagli interlocutori europei, in occasione del sessantesimo anno dalla fondazione dello Stato Ebraico. L’iniziativa si qualifica immediatamente come “di parte”, sia rispetto alla situazione conflittuale che si registra in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, e sia rispetto alla disputa politica interna alla società israeliana, dove l’opposizione alla linea aggressiva e oppressiva del governo attuale è da quello stesso governo duramente conculcata, per non dire perseguitata. In questa situazione, le composizioni di Aharon Shabtai potranno incontrare polemiche e provocare fraintendimenti che non gioveranno, forse, a una lettura critica intesa soprattutto a cogliere la caratterizzazione molto originale della scrittura di uno dei più interessanti poeti contemporanei di ispirazione “civile”. La struttura stessa della compilazione, che mette insieme versi di raccolte recenti, è organizzata in modo attentamente significativo. Dopo alcuni componimenti che documentano un sottofondo generale, un ambiente ostile e coercitivo (Aeroporto Ben Gurion, Sharon, Il muro…), si liberano a sorpresa brevi, lineari ed eleganti invocazioni, le preghiere che auspicano la sconfitta dell’esercito di Israele impegnato nella recente guerra del Libano. Inaspettatamente, queste preghiere si organizzano in un canto. “È possibile cantare in tempi oscuri? – Si domandava Bertolt Brecht – Si può cantare l’oscurità dei tempi”. Poi, il canto di Aharon Shabtai si sviluppa su altri temi, dell’attualità o della memoria, con la stessa linearità, traendo ispirazione – con incredibile immediatezza, verrebbe da dire “freschezza” – da frammenti di una realtà quotidiana, intima ed evocativa, che si definiscono dettagliatamente emergendo dal marasma di un paesaggio di guerra, sconvolto dalla violenza o reso impenetrabile dalla devastazione – e magari congelato da un implicito giudizio morale, determinato soltanto con la scelta icastica di parole che non giudicano, dicono. La parola del poeta comunica al lettore le sensazioni della sua attenta partecipazione a una realtà difficile, a volte colta soltanto attraverso la struggente incongruità di particolari sorprendenti.
Rosa Mystica - Josip Osti

La scrittura ci ha portato lontano dall’origine nel giardino idilliaco di Tomaj dove gli amanti si trattengono e, anche se forse apparentemente ci troviamo ancora lì, è sempre più chiaro che ci siamo lasciati ingannare dal misterioso linguaggio poetico dal quale non si vede via d’uscita. Abbiamo dimostrato che dietro la leggerezza intimistica e vitalistica dello stile poetico di Osti si nascondono vortici ontologici magici che si ampliano in un labirinto infinito. Josip Osti è bravissimo a rappresentare i complessi stati d’animo, i difficili quesiti esistenziali e le fantastiche visioni poetiche in un modo apparentemente semplice, talvolta persino documentario e aneddotico. Egli uguaglia i motivi fantastici e quelli concreti sullo stesso livello finzionale e quello dello stile poetico, che è apparentemente spesso realistico, e mi sembra che l’etichetta più adeguata della sua poesia potrebbe essere il realismo magico. Ma anche quella è, infine, solo un’etichetta e come tale priva di vitalità. E questo è dopotutto di poca importanza. È importante però rimarcare che Josip Osti, quando ha iniziato a scrivere le sue poesie in lingua slovena, ci ha donato un tesoro, un patrimonio che continueremo a scoprire. - Igor Divjak
Quadreria dell'Accademia e altre poesie - Giancarlo Cavallo

Scrive Francesco Napoli: «Il poema occupa una centralità nello sviluppo della poetica di Cavallo. Con la Quadreria, infatti, si passa da una sorta di giovanil furore diffuso nella più sciolta e libera forma del poème en prose a una maturata considerazione della misura poematica capace di dare adeguato respiro e illustrazione alla materia. (…) Il verso, come detto, è breve, per lo più pennellato e d’intensa coloritura espressionista. C’è una straordinaria quanto inconsueta plasticità delle immagini sulla quale si fonda la forza evocativa della parola. L’altra materia fondante il tratto pittorico, la luce e il suo battere sulle immagini, si diffonde in un’assimilazione nella quale l’“occhio bramò/ una fedeltà minuziosa/ inseguendo/ la chimera del vero”. (…) ma nella sorpresa della luce riesce a “dar vita/ in forma di figura”, lontano dall’arte dell’illusione e dell’apparenza, a una riuscita sintonia tra parole e cose. (...) Di Alfonso Gatto sembra resistere in Giancarlo Cavallo la tensione morale della poesia come mostrano i poemetti Sarai Sarajevo e Poema a matita per Pier Paolo Pasolini. Plastici nel loro equilibrio formale, queste due opere offrono l’omaggio a due grandi poeti che, pur distanti tra loro, sono sentiti molto prossimi sul piano dell’etica della poesia: Izet Sarajlic e Pier Paolo Pasolini. (…) Ambedue sembrano da adesso vestire i panni dei lari famigliari con i quali Cavallo vuole ora accompagnarsi “perché la Storia non è mai finita” e la poesia può e deve trovare le risposte più appropriate al divenire dell’uomo.»
Etel Adnan

Etel Adnan è nata a Beirut, Libano, nel 1925, da padre siriano mussulmano e madre greca cristiana. “Beirut e Damasco” ha detto in una intervista a Margot Badran, “paesaggi della mia infanzia, rappresentavano due poli, due culture, due mondi diversi, ed io li amavo entrambi”. Frequentò una scuola presso un convento cattolico di suore francesi fino ai 16 anni. Lo scoppio della guerra interruppe "i suoi studi e iniziò a lavorare per il French Information Bureau. Tre anni dopo, si iscrisse alla Scuola Superiore di Lettere aperta da poco a Beirut. Insegnò per due anni presso l’Ahliya School for Girls. Nel 1950, andò a Parigi per studiare filosofia alla Sorbona. Cinque anni dopo si trasferì in America dove studiò a Berkeley e Harvard. Fra il 1959 e il 1972, insegnò filosofia al Dominican College a San Rafael, California. La Adnan è poetessa, scrittrice e pittrice. Afferma di dipingere in arabo e alcuni suoi testi sono illustrati non solo con disegni, ma anche con segni e scoppi all'interno del testo stesso. In Apocalypse Arabe, ogni segmento del bellissimo poema è punteggiato da segni che intrecciano, sul testo, spesso denso, un sistema di significato: scrive STOP, ma la freccia indica avanti, avanti. Tornata in Libano nel 1972 ha lavorato come editore letterario del quotidiano di Beirut, L’Orient-Le Jour. Nel 1976 lasciò il Libano. Vive oggi tra Parigi e Sausalito, California. Nei venti anni seguiti alla pubblicazione del suo primo volume di poesie, "Moonshots" (Beirut 1966), la Adnan ha pubblicato libri in inglese e francese di cui due in prosa: "Sitt Marie Rose" (Parigi 1978, tradotto in inglese, tedesco, olandese, arabo e in italiano nel 1979, Edizioni delle donne) e nel 1986 il saggio nella tradizione di Siddharta, "Journey to Mount Tamalpais" (Sausalito 1986). Nel 1985 a Parigi il saggio sull’artigianato in Marocco "L’artisanat créateur au Maroc". Le sue collezioni di poesie comprendono "Five Senses for One Death" (New York 1971), "Jebu et l’Express Beyrouth-Enfer" (Parigi 1973), "L’Apocalypse Arabe" (Parigi 1980, Sausalito 1989), "Pablo Neruda is a Banana Tree" (Lisbona 1982), "From A to Z" (Sausalito 1982), "The Indian Never Had a Horse and Other poems" (Sausalito 1985), "The Spring flowers own and The manifestations of the Voyage" (Sausalito 1990). Sempre dalla Post-Apollo Press "Paris, When it’s Naked" (1993) e "There" (1997). Inoltre Etel Adnan ha scritto i testi per due documentari di Jocelyn Saab sulla guerra civile in Libano, trasmessi in televisione in Francia, in molti paesi europei e in Giappone; la parte francese dell’opera in più lingue "Civil warS", di Robert Wilson, prodotta a Parigi e Lione nel 1986; un film (non realizzato) su Calamity Jane in collaborazione con Delphine Seyring. Recentemente è stato realizzato un’opera musicale con le sue "Love poems". Il suo ultimo libro "In the Heart of the Hearth of Another Country" (2005) è pubblicato dalla City Lights Books di San Francisco. In Italia ha pubblicato per la Multimedia Edizioni "Viaggio al Monte Tamalpais" e la breve ma intensa biografia "Crescere per essere scrittrice in Libano", per Jouvence "Ai confini della luna", per Semar "Apocalisse Araba". Diverse poesie di Etel Adnan sono state messe in musica, ad esempio da Gavin Bryars ("Adnan Songbook) e da Zad Moultaka ("Nepsis"). Ha anche scritto due opere teatrali: "Comme un arbre de Noël" (sulla guerra del Golfo) e "L'actrice", che è stata rappresentata a Parigi nel marzo del 1999. È considerata una delle più importanti scrittrici della diaspora araba. Ha partecipato fin dall'inizio alle pubblicazioni della Multimedia Edizioni e ai vari progetti di Casa della poesia.
Izet Sarajlić

Izet Sarajlić nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni ’60 e ’70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica "Grigio week-end" considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.). Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" (1997). Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia ("Verba Volant", "Lo spirito dei luoghi", "Napolipoesia", "Parole di Mare", "Il Cammino delle comete", "Poesia contro la guerra", "Sidaja"). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta "Qualcuno ha suonato", pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro "Qualcuno ha suonato". Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po’ salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo vengono organizzati gli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo". Nella nuova struttura di Casa della poesia, una casa-alloggio per poeti (la “casa dei poeti”), inaugurata il 21 marzo 2008, proprio su una vecchia idea di Sarajlic, una sua grande foto e la sua linea “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” all’ingresso, danno il benvenuto a tutti i poeti e gli appassionati di poesia. Nel mese di aprile sarà pronta la ristampa del suo libro “Qualcuno ha suonato” accompagnato da un cd audio di Sarajlic che legge le proprie poesie (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).
23-4-2009 - La Notte di San Lorenzo
Lunedì 27 aprile alle ore 21,00, nella nuova sede di Casa della poesia (Via Convento 21/A, Baronissi/Salerno) a termine delle iniziative per il 25 aprile e nell'ambito del ciclo di proiezioni organizzate dalla nostra organizzazione, sarà proie...
17-4-2009 - "La masseria delle allodole" a Casa della poesia
Lunedì 20 aprile alle ore 21,00, nella nuova sede di Casa della poesia (Via Convento 21/A, Baronissi/Salerno) prosegue il ciclo di proiezioni "tra cinema e letteratura", con un film dei fratelli Taviani. Il film, ispirato al romanzo pluripremi...
3-4-2009 - "La strada di Levi" a Casa della poesia
Lunedì 6 aprile alle ore 21,00, nella nuova sede di Casa della poesia (Via Convento 21/A, Baronissi/Salerno) prosegue il ciclo di proiezioni "tra cinema e letteratura", con un film di Davide Ferrario, dedicato a Primo Levi.

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