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04/04/2011

specchio-specchio-francisca-aguirre Introduzione

Specchio, specchio La biografia poetica di Francisca Aguirre, una delle voci essenziali della generazione di poetesse spagnole nate e cresciute sotto il segno della Guerra Civile.
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Specchio, specchio 2018 978–88–86203–70–8 176 Mediterraneo Raffaella Marzano Raffaella Marzano
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Francisca Aguirre è la bambina che ha passato la vita raccogliendo giocattoli tipografici e frammenti di vissuto suscettibili di essere recuperati come segni eloquenti, una topografia domestica per riempire la sua casa di mondo, di esseri che, come lei, coltivavano e discutevano le loro convinzioni e le loro vite sulla linea dell’orizzonte. E riempì la sua casa di mondo: questo libro lo celebra. Francisca Aguirre è la bambina che ha trascorso l’esistenza interrogando lo specchio delle parole sulle cause degli eventi, sulle possibilità della vita nel corso di quegli accadimenti. La poesia non la spinse verso un territorio sconosciuto, verso un luogo impossibile nel possibile, ma l’ha portata, verso dopo verso, all’incontro con il cancellato, l’eliminato, l’eufemisticamente rinominato, al luogo in cui i fatti sono irrefutabili. Il linguaggio è stato ed è per lei il più alto testimone, perché a partire dalla sua esperienza biografica, le cause, le cose, i fatti e le parole non sono cose diverse: possono essere tradite, possono essere manipolate, possono giungere con la lacrima del ritardo ereditato, ma sempre hanno conseguenze, e sempre hanno il loro fondo di verità. E dunque, questo libro di memorie non ha radici solo nel volo “poetico” che può sostenere e che sostiene; né nel suo carattere di testimonianza storica, più che evidente e necessario, ancor meno in un’avventura letteraria che mai si era proposta, benché ad essa giunga e sia, involontariamente, una poetica radicale dell’omaggio all’incanto e allo stupore innocente dell’infanzia tanto vitale quanto letteraria. Lo spazio salvifico del racconto, la favola, l’immaginazione, lo spazio guaritore della canzone, il romanzo, la strofa popolare che nella visione contemporanea si rivelano come il malessere del commiato. Francisca Aguirre in questo libro mette in gioco tutti gli arnesi, tutti i giocattoli, le parole “povere” e “semplici” del racconto che lei credette che il potere avesse oltraggiato o stesse per oltraggiare: la memorialistica dell’infanzia come testimone implacabile, il dialogo con la storia e i suoi difficili e traumatici eventi attraverso i racconti dei cantastorie, le rime quasi forzate, quello che gli analfabeti popolari, gli esclusi dal discorso, frequentavano con lo stesso entusiasmo e stupita gratitudine con cui Graham Bell inventò il telefono. Materiali di risulta, tutti avanzi, tutto tal quale, nel respiro delle somiglianze. E si avventurò in questa narrazione senza alcuna altra pretesa che dare la testimonianza di un colpevole a cui hanno dato qualcosa di simile alla libertà condizionata e che si sente allegro e perplesso perché nessuno l’ha chiamato a testimoniare davanti al vuoto e riflette su questi avanzi che sono stati e sono la sua straordinaria vita.