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04/04/2011

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Sinan Gudžević, Epigrammi romani
26/03/2007 Gianluca Paciucci Casa della poesia

Ho conosciuto Sinan a Sarajevo, ottobre 2002, in occasione della prima edizione degli Incontri internazionali di Poesia dedicati a Izet Sarajlić scomparso da pochi mesi. Di Izet, Sinan è uno degli eredi più prossimi, e ne è sicuramente il più strenuo difensore, in quella capitale della Bosnia Erzegovina stressata dalla guerra e dal dopoguerra (feroci entrambi) e che tenta a volte di fare i conti in modo sbagliato con il proprio passato, tutto sotto il manto del ‘regime’, tutto nero (rosso) di sangue e di povertà. Che questo non sia vero ce lo dicono certi luoghi, come ad esempio il “Kino Teatar Prvi Maj (Cinema Teatro Primo Maggio)”, ex “Bosna” ex “Prvi Maj”, luogo comune -e non solo ex o di ‘uomini ex’- in cui varie comunità non identitarie si incontrano (parlano/danzano/suonano/bevono) sotto lo sguardo di una foto di Tito che spesso si incrocia con quello degli enormi volti di Sophia Loren, Alain Delon, John Wayne e Bruce Lee, dipinti dagli studenti della locale scuola d’arte; luogo anche di poesia, dove da tre anni si svolgono gli Incontri di cui sopra, dopo un iniziale vagabondare in altre sedi, luogo dove si incontrano generazioni varie (di poeti, di uomini e di donne), di appartenenze diverse e di caotiche fedi. Motto degli Incontri, due versi di Izet: “Anche i versi sono contenti / quando la gente si incontra.” E dopo le letture e i suoni ‘ufficiali’, si continua fino a tardissimo, perché i corpi sanno di dover stare in piedi, sanno di dover reggere/dare/darsi, e che lo spettacolo è fatto di sguardi che si incrociano e si mescolano, si toccano e si fuggono, di pasti comuni, di prima/durante/dopo, e di lunghe e-mail, telefonate ed amori, quando qualcuno/qualcuna deve andar via e lì lascia tanta parte di sé. Per magari rientrare in Europa occidentale, ovvero nella ‘cultura dell’intrattenimento’ contro cui scagliò giuste critiche -inascoltate ora come allora- Walter Benjamin: a due passi dall’intrattenimento, c’è il fascismo, ovvero l’estetizzazione della politica, la fine delle forme aperte, o l’uniformità staliniana e coloniale. Cinque anni fa conobbi Sinan, parte di quella ‘staffetta poetica jugoslava’ che vede Sarajlić (il sarajevese, nel nome e nei versi, della città antietnica per eccellenza) il primo a partire; poi Ante Zemljar (croato di Pag, partigiano comunista che nel 1948, per le sue convinzioni, finì a Goli otok, l’isola nuda, il gulag di Tito, dove scrisse L’inferno della speranza, grido contro i ‘compagni aguzzini’, e irriducibile antifascista fino alla morte); Josip Osti (vero velocista, d’altronde, 4x100 jugoslava, primato nazionale nel 1968, e poeta raffinato, in lingua slovena - abita a Tomaj, sul Carso sloveno - ha da poco perso la madre, che viveva a Sarajevo); Marko Vesović (montenegrino, anima della resistenza della capitale bosniaca di ieri -1992/1995- e di oggi, caustico giornalista e poeta acuto - è tradizionalmente lui ad aprire gli Incontri di Poesia di Sarajevo); e infine Sinan, quinto, ma in realtà titolare (corrono un po’ a turno, e si mescolano ad altri staffettisti dalla Serbia, dalla Voivodina, dal Sangiaccato, dalla Macedonia, dall’Istria - il nostro piccolo e guizzante Giacomo Scotti, “jugoslavo nato in provincia di Napoli”, come diceva Izet -, ed altri, altre, giovani, incalzanti senza voglia di scalzare, in una bella scena letteraria). Se Marko apre tradizionalmente gli Incontri, è Sinan a chiuderli, dopo aver tradotto - insieme a Raffaella Marzano, principalmente - buona parte dei testi presentati: seduto a un tavolino, fintamente indolente ma con la rapidità di un’ala del calcio classico, legge con colpi d’ala che danno ai suoi testi forza ironica e satirica (quasi mai sarcastica) e che trovano spesso -come nella raccolta di cui ci stiamo occupando- la propria misura nel distico elegiaco, perfettamente riprodotto nella musicalità della lingua serbo-croata. I modelli sono chiaramente confessati nell’epigramma 34: “Marziale, Goethe, Palada, Lucilio, Callimaco, Puskin, / Nicarco, Laerzio, Basso…”, e così via con gli epigrammisti greci e latini, quelli dell’ Antologia palatina, e poi avanti fino a Pasolini e a Fortini. L’epigramma di Sinan non è forzato o stravolto dal contatto con la modernità (del soggetto poetante, e dei temi), ma è accompagnato nella modernità, necessariamente barbara ma proprio per questo da attraversare in lungo e in largo, e rappresentabile. D’altronde la classicità si è sempre nutrita di contributi ‘stranieri’ e attuali, e Roma ha visto venire fior di poeti dalla Spagna tarragonese (Marziale) e dalla Gallia cisalpina (Catullo), come appena ieri da San Leningrado (Brodskij) e oggi dall’Illiria (il nostro Sinan, ad esempio, ma anche il fiumano/romano Valentino Zeichen che in "Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio", pubblicato da Fazi nel 2000, ha scritto la raccolta gemella di questa di Sinan). Dai barbari, se non la luce -nessuno può darne a Roma: ne ha una tutta sua, funerea e irriducibile-, sicuramente l’amore di un ‘semipaganus’ (Persio), di uno che sa assumere l’acutezza di uno sguardo nuovo su persone e luoghi logorati dagli occhi di milioni di abitanti, turisti, artisti e viandanti. Il flaneur Sinan attraversa la città, coglie e raccoglie attimi di vita e li concentra nella brevitas dell’epigramma, pochi versi con punta finale (stile/stilo). Elementi di poetica: “Tutti gli inizi son duri. Ma nell’epigramma è diverso: / Facili tutti gli inizi, duri e aspri i finali.” (epigramma 27); il già citato n. 34 e il n. 37 (“…lettore, ma dimmi, tu resisteresti: / Esser Marziale a Roma, foss’anche un attimo solo?”); “…Api e arnie mie e bugni li trovo a Roma, / Ma il pungiglione al miele viene aggiunto a Grab.” (epigramma 71). Ecco il semipaganus all’opera, il mezzo campagnolo, il poeta ‘volgare’ che segue la Musa pedestris (Orazio): il materiale è romano, ma il pungiglione (lo stilo, la punta) è illirico -Grab è la città dove Sinan è nato, nel Sangiaccato, tra Serbia, Bosnia e Montenegro -, ed è proprio questo a colpire/scolpire, a modellare i versi, a pungere le situazioni come bolle che vanno poi a esplodere nell’emistichio finale. Quali situazioni? Proviamo a censirle: -gli amori alla Marziale e alla Catullo (n. 23); -lo spirito balcanico (nel divertentissimo epigramma 28); - la bellezza ingloriosa ma salvifica del quotidiano (n. 50); - la classicità (in numerosissimi testi, quella greco-latina-rinascimentale, fino allo sguardo puntato dritto nel cosmo da Giordano Bruno, verso l’infinità dei pianeti e delle vite - n. 85); -il calcio ‘classico’ (dal Maradona dell’epigramma 57, al caro Partizan di Belgrado dei nn. 75-76-77); - i due mondi dell’unica Europa, le due culture integrabili costruite su ‘religioni disarmate’ (il Sacro Corano degli epigrammi 79 e 87, tra i più belli dell’intera raccolta); - la follia bellica jugoslava negli anni Novanta del secolo scorso (nn. 15 e 98); - i cimiteri e la morte (anche qui in numerosissimi testi). Solo scorrendo questo sommario elenco si può capire che la ‘varietas’ non è stata tradita, anche perché all’indubbio spirito di osservazione Sinan aggiunge una solida cultura classica che gli permette di viaggiare tra l’immensa complessità della vita, mai distogliendo lo sguardo dalle cose, e piuttosto estraendo dai marmi la forza incisa. “Humani nil a me alienum puto (nulla di ciò che è umano mi è estraneo)”, scriveva Terenzio, e questo vale anche per il nostro, e per tutta la genìa dei seguaci della Musa pedestre di cui sopra (tra cui Dante, il ‘commediografo’ per eccellenza, il radicale, l’esule, il non pentito). Seguaci della Musa pedestre: è curioso come nello stesso torno d’anni due poeti illirico-latini siano stati attratti da uno stesso luogo, la “Tomba del fornaio Eurisace” (Zeichen, op. cit., pag. 14) e l’epigramma 103 di Sinan: credo sia l’amore per il pane e per chi lo impasta a unirli, senza retorica ma con tutta la forza dei polsi e delle braccia che premono, masticano, e fanno cuocere, ‘volgarità’ che lievita e cresce fino al sublime (ma sublime era anche l’impasto primo). Il Sacro Pane e il Sacro Corano: il laico Sinan rende omaggio a una donna della sua famiglia (in cui rivedo mia nonna, devozione contro fanatismo), Lema Gudzevic: “…Ogni Ramadan digiunò con tutto il suo cuor. / Sette giorni lottando per rendere l’anima sua / Perdonava a ognuno i peccati e cercava il perdono da tutti / Perdonò il pesce nell’acqua e l’uccello sul monte / Sappi che più di ciò il Sacro Corano non chiede.” Non chiede violenza, non chiede sottomissione, non chiede conversioni -proprio come ogni religione minimamente decente, come il semplice cristianesimo quando vuol farsi impotente o una ragione che predichi i suoi lampanti limiti-. Questa notizia ci giunge da chi, illirico/balcanico, ha frequentato a sufficienza una delle capitali del mondo moderno per poter estrarne l’oro e descriverne la morte: “Roma è rovine e cimiteri, e i romani son gente allegra. / Vivendo al cimitero dolor diventa riso prima o poi.” (ep. 24) E’ la Roma di Belli, Petrolini (“muoio guarito”) e Scola, è la Roma del Cimitero acattolico (Gramsci, Bellezza, Moravia, Corso -ep. 108), è la Roma balcanica - le orchestre rom, dei ‘matrimoni e dei funerali’ -, del varietà (varietas dell’epigramma e festa sull’orlo della tomba, ‘luci della ribalta’ e funerale del guitto, in I nuovi mostri di Scola) e dei sereni giardini -foscoliani- in cui all’ombra della Piramide Cestia riposano molti dei nostri. Prendiamo gli epigrammi di Sinan come baedeker e ripercorriamone i percorsi perché a null’altro serve la poesia se non a smarrire (celebrandola) la morte, e a camminare insieme ai giganti, tra i giganti danzando.

 

Gianluca Paciucci