Nuova collaborazione Casa della poesia e il Fatto Quotidiano
04/04/2011

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Martin Matz Stati Uniti inglese Il 28 ottobre 2001 a New York, all'età di 67 anni, è morto il poeta beat Martin Matz. Aveva partecipato a reading con Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e gli altri beat "storici", compresa la famosa lettura del 1984 all'Albert Hall di Londra, ma "beat" fino in fondo Martin Matz non ha mai trovato il tempo e la voglia di "darsi da fare" dietro a un editore per pubblicare le sue poesie, e così in Italia si è saputo di lui solo nel 1999, in occasione dei festival di poesia organizzati da City Lights di Firenze a Cagliari e da Multimedia Edizioni a "Napolipoesia" e con un suo reading il 22 di ottobre nella Casa della poesia, accompagnato dal pianista jazz Gaspare di Lieto. Le sue liriche eleganti e surreali, il suo fisico imponente, la sua personalità dolcissima e gentile lo hanno imposto immediatamente all'attenzione e all'affetto del pubblico italiano, che ha potuto applaudirlo di nuovo nel 2000 nel reading itinerante "Pullmann My Daisy" e ad Amalfi nel festival “Parole di Mare” , spesso accompagnato dal sax di Steve Lacy o dal pianoforte di Gaspare Di Lieto.
Nato a Brooklyn, a 11 anni, dopo la morte del padre (trotzkista), si trasferì con la madre e il nuovo marito di lei a Omaha, in Nebraska ("Una piccola cittadina piena di pregiudizi - raccontava - non avevo nulla in comune con i miei compagni di scuola, e mi convinsi che in me c'era qualcosa di sbagliato. Ma quando tornai a New York, al Greenwich Village, con i primi spinelli realizzai che non ero io a essere sbagliato, ma quei fottuti di Omaha").
Nel 1956 è a San Francisco, dove diviene amico di Bob Kaufmann e conosce Jack Kerouac, Neal Cassady e gli altri beat. L'anno seguente parte per il Messico, dove rimarrà fino al 1978 (tra l'altro sperimenta i funghi allucinogeni, anche con la sciamana Maria Sabina) con viaggi in Perù, Colombia, Cile, Bolivia, Ecuador, Brasile. Dal 1987 al '95 con sua moglie, grazie a un'eredità, gira l'Estremo Oriente, vivendo per lo più in Thailandia, a Chiang Mai, con puntate in Birmania, Cina, Malesia, Giappone e Tibet. Il 1999 lo aveva trascorso a Roma, ospite di amici italiani; nel 2000 era tornato a New York, condividendo per qualche tempo un appartamento al Greenwich Village con Gregory Corso, pochi mesi prima che questi morisse.
Il suo primo libro "Alleyways" fu pubblicato nel 1957 e da quell’anno fino al 1978 ha vissuto fuori dagli Stati Uniti, per lo più in America Latina. Fra gli altri suoi libri ricordiamo "Time Waits", "No Magic Egypt Ever Blooms" e "Pipe Dreams".
Ha partecipato nel 1989 al 10º Congresso mondiale dei poeti a Bangkok.
Una breve raccolta di poesie di Martin Matz è stata pubblicata da City Lights Italia nel 2000 con il titolo "Pipe Dream". Altre sue poesie sono reperibili cercando su riviste letterarie "on-line".
His published works include:
"Pyramid of Fire: The Lost Atzec Codex",
"Time Waits"
"Pipe Dreams"
In The Seasons Of My Eye" (postumo)

Intervista a Martin Matz

Fino a pochi mesi praticamente sconosciuto in Italia, dopo i reading al festival della poesia di Cagliari nel luglio scorso, e a quello di Napoli all’inizio di settembre, Martin Matz sta conoscendo una inaspettata - da parte sua - popolarità: «La gente in Italia ha risposto in modo meraviglioso alle mie poesie- dice - meglio che in qualsiasi altra parte. Mi piace».
Il 22 ottobre sarà possibile ascoltarlo alla Casa della Poesia di Baronissi (Salerno, info: 089/951621). Lo abbiamo incontrato a Roma per farci raccontare un po’ della sua vita tutt’ora «on the road».

Perché ti stupisce tanto la reazione del pubblico in Italia alle tue poesie?

Ho sempre ricevuto una buona accoglienza anche negli Stati Uniti, ma là non ho mai visto tanto pubblico, la folla, la pubblicità, non c’è lo stesso entusiasmo, figurati che a Napoli addirittura venivano a chiedere il mio fottuto autografo!! Chiedevano di farsi fotografare con me!

E a Londra nell’84, quando hai letto le tue poesie con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti nell’Albert Hall?

Là c’erano 26.000 persone, e mi hanno tributato un grande applauso, ma poi nessuno è corso a chiedermi un autografo o cose del genere. In Italia la gente è diversa...nell’Albert Hall nessuno mi baciava sulle guance

A Napoli sul palco indossavi lo stesso vestito che avevi a Cagliari...

Sono diventato superstizioso. In Sardegna era andata così bene che non ho voluto cambiare. E’ un vestito africano, me l’ha regalato un amico.

Sei nato a New York?

Sì, a Brooklyn, nel 1934.

C’erano molti italiani a quell’epoca?

Oh certo, Brooklyn era pieno di italiani ed ebrei. La strada dove vivevo era abitata per metà da italiani e per metà da ebrei. Era veramente divertente, c’erano delle bande, delle bande di strada, ma non italiani contro ebrei, era la strada in cui vivevi contro quelli della strada vicina. Non era una cosa seria, niente a che spartire con le gang che ci stanno adesso. Non ci si uccideva, ci sparavamo contro con fucili di legno, in pratica delle fionde. Nulla di veramente pericoloso... sono rimasto a New York fino a 11 anni, poi mio padre è morto, fabbricava guanti, mi portava alle riunioni dei socialisti, dei comunisti, ai musei, ai concerti...mia madre si è risposata e ci siamo trasferiti a Omaha, in Nebraska, un posto terribile, terribile per me che venivo da New York. Era una piccola cittadina con gente piena di pregiudizi. Non avevo nulla in comune con i miei compagni di scuola, non riuscivo a coinvolgermi in nessuna delle loro attività, e per un po’ mi convinsi che in me ci fosse qualcosa di sbagliato, e questo durò fino a quando finii il servizio militare e tornai a New York, nel Greenwich Village, dove con i primi spinelli realizzai che non ero io ad essere «sbagliato», ma quei fottuti di Omaha.

Dove hai fatto il servizio militare?

Erano i tempi della guerra in Corea...e l'ultima cosa che desideravo era andare a combattere, così un giorno quando nel mio reparto hanno chiesto se c'era qualcuno bravo con gli sci e ad arrampicarsi sulle montagne, mi sono subito fatto avanti. Naturalmente non sapevo nulla di sci e montagne, ma poi sono diventato un esperto. Mi mandarono a Colorado Springs per 18 mesi, a Camp Carson, d’inverno. Là mi addestrarono per un anno, poi mi ruppi la schiena in un incidente con una jeep, e così non sono mai andato in Corea. Continuo a ricevere una piccola pensione per quell’incidente alla schiena, non è abbastanza per vivere negli Stati Uniti, ma mi basta per stare in Messico.

E dopo il militare?

Nel ‘56 sono andato a San Francisco, avevo il nome di una persona, Bob Kaufmann, e appena arrivato lo incontrai a North Beach, un posto pieno di teatri e artisti che sarebbero poi diventati famosi come Kerouac, Cassady, Corso e gli altri beat. Bob Kaufmann era un mio grande amico, scriveva poesia sulle buste del pane, seduto per terra...era sposato con una donna bianca e i poliziotti di San Francisco - a quel tempo molto razzisti - ogni volta che lo incontravano lo picchiavano. A New York lo misero dentro, gli fecero l'elettroshock...quando l’ho conosciuto era un uomo pieno di allegria, brillante, spiritoso, pieno di spirito, lo ridussero a un guscio vuoto, una persona che camminava per strada parlando da solo. Quando parlava con me riusciva a ricordarsi le cose che erano successe molti anni prima, ma magari non si ricordava più quello che aveva fatto poco prima o il giorno precedente. Ha continuato comunque a scrivere poesie, bellissime, ma spesso erano poesie orali, che solo in seguito sua moglie ha messo su carta. E' morto nell'86 per un enfisema, problemi respiratori...

Quando ti sei trasferito in Messico?

L’anno successivo, nel '57, sono partito per il Messico e ci sono rimasto fino al ‘78, tornando solo saltuariamente negli Stati Uniti. Ma ho viaggiato anche a lungo nei paesi dell'America del sud, due anni e mezzo in Perù, a Cuzco, poi otto-nove mesi in Colombia, per breve tempo in Bolivia, Ecuador, Brasile...ero in Cile proprio nei giorni che precedettero il golpe, e dopo che Allende è stato ucciso, con Pinochet al potere, non ci sono mai più voluto tornare. Il Cile mi piaceva, prima di Pinochet veramente mi piaceva, era un posto speciale.
Sono stato in Spagna quando c’era Franco, e su tutti i palazzi, le monete, dappertutto c’era scritto «Por dios, y la patria y el generalissimo Francisco Franco» ...merda! (ride).
Mio zio Benjamin Matz era stato in Spagna durante la guerra civile, in una brigata internazionale, contro i fascisti. Stava nel movimento operaio e in quello comunista negli anni ‘30, al tempo della Grande Depressione. Era trotzkista come mio padre, non seguace di Stalin, e andò fino a Città del Messico per vedere Trotzkji in esilio, prima che fosse ucciso.
Le migliori righe che ho mai letto a proposito di ogni guerra sono quelle della Pasionaria, in Spagna - «è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio» - che grandi righe! E quanto vere.
Sono stato veramente contento quando Franco è morto. Mussolini era stato ucciso in Italia, Hitler si era suicidato in Germania, ma quel fottuto di Franco continuava a restare aggrappato alla Spagna.


Che effetto ti fa quando torni negli Stati Uniti?

Ogni volta che ci torno è peggio. Non mi piacciono gli Stati Uniti. Mi piace tanta gente, ho tanti buoni amici che vivono là, ma il Paese veramente lo odio, sono pazzi, fascisti...Hitler è morto nel 1945 e si è detto che aveva vinto la democrazia, ma è la filosofia del fascismo quella che comanda oggi. Viviamo in un mondo fascista, la filosofia di Hitler è viva e vegeta negli Stati Uniti. Forse non allo stesso livello...non si uccide tanta gente come faceva Hitler nei forni, ma la filosofia di Hitler è in ottima salute negli Stati Uniti. Non voglio vivere lì. Si dice che è la terra della libertà, ma per me è la terra della polizia.

Sei stato anche in Oriente?

Per otto anni, dal 1987 al 1995, per lo più in Thailandia, a Chaing Mai, la seconda città del paese dopo Bangkok, ma ho vissuto anche per due anni e mezzo a Bang Nong Moi, un piccolo villaggio cinese a nord, tra le montagne, dove un sacco di gente coltivava papaveri da oppio e tutti lo fumavano.
E poi in India, Birmania, Malesia, Cina, per un po’ in Giappone - costa troppo - in Nepal, due volte in Tibet, a Lhasa. Il paese che mi piace di più è la Birmania, ma ha il peggior governo...sono come Saddam Hussein in Iraq, terribili..
Ricevo una pensione molto piccola...quando mia moglie ha ereditato, dopo la morte di sua madre, ci siamo trovati con un sacco di soldi - 400.000 dollari - e li abbiamo spesi in otto anni viaggiando attraverso l’Oriente. Ce la passavamo veramente bene.

Sei uno scrittore prolifico?

No, posso stare anche molto tempo senza scrivere niente, ma ho casse e casse piene di cose che ho scritto.

Hai pubblicato dei libri?

Si, ma non tanti, quattro libri. Nessun editore mi ha mai voluto pubblicare e allora me li sono pubblicati da solo. Uno contiene solo tre poesie.

Come scrivi?

In genere è la poesia che fluisce attraverso di me. Negli ultimi anni ho provato a fare così: aspetto di trovare una riga che mi piace e poi parto da quella per svolgimenti diversi, così dalla stessa riga iniziale posso scrivere anche 10, 20, 30 poesie diverse. Quindi prendo le parti che mi sembrano migliori. Ma è chiaro che ognuno scrive in maniera differente. Non è un problema come lavori, l’importante è il risultato. Io posso veramente scrivere in maniera brillante su ogni cosa...ma non è questo che mi interessa. Io desidero una sola cosa: scrivere grandi poesie, e questo succede solo quando non sono io che scrivo poesia, ma è la poesia che mi usa, che fluisce attraverso di me.

Leggi molto?

Oh sì, continuamente. Non sempre grande letteratura, ma ho letto anche la grande letteratura, racconti dozzinali, poesie, roba buona, roba cattiva, ho letto tutta la vita, è la mia principale forma di intrattenimento.

E la tv?

Di tanto in tanto. Mi piacciono le partite di football, il calcio, la boxe...mi piace guardare lo sport.

Hai mai fatto sport?

Da giovane facevo lotta greco-romana a scuola.


È vero che è diventato pericoloso girare per Città del Messico? Che avvengono rapine in pieno giorno soprattutto ai danni di turisti?

È quello che ho sentito dire, ma non so bene, non ci vado mai a Città del Messico, non mi piace, è così inquinata che non puoi respirare...le tre città più inquinate in cui sono stato sono Mexico City, Bangkok e Jakarta. Io vivo a Oaxaca, là è okay, un posto tranquillo, pieno di artisti, stranieri ma anche messicani.

In Messico il peyote e i funghi allucinogeni sono considerati piante sacre, spesso vengono presi da tutta la famiglia riunita...

La prima volta che ho preso il peyote è stato nel 1956, stavo al Los Angeles City College, e qualcuno venne con una grande scatola piena di peyote, peyote essiccato, poi l’ho preso molte altre volte. Mi piace, ma all’inizio ti fa stare male, ti fa vomitare. È la sola cosa al mondo che piace di più quando viene fuori che quando la mandi giù.
Ci sono molti tipi di funghi allucinogeni. Nella sierra mazateca vicino a Oaxaca ce ne sono almeno 20 tipi differenti. Ce n’è uno che si chiama «derrumbe», la valanga, è un piccolo fungo di colore nero-blu, è quello che preferisco, ma è buono anche il San Isidro.....il problema con gli allucinogeni è che se tenti di controllarne l’effetto con la mente allora è sicuro che va male, bisogna lasciarsi andare, abbandonarsi, lasciarsi portare, allora è meraviglioso. Non puoi tentare di controllarne l’effetto.
Ho iniziato ad andare nella sierra mazateca nel 1959. Andavo a Huatla, ma non Huatla de Jimenez, dove stava Maria Sabina, là vicino, in un altro villaggio a un giorno e mezzo di cammino. Ho incontrato Maria Sabina nel 1960 e all’epoca non era ancora così famosa. Ho preso i funghi con lei.

Sei religioso?

Non seguo nessuna religione, credo nello spirito della vita, nello spirito dell'uomo, l'universo è pieno di vita, io non sto con nessuna chiesa, le chiese sono istituzioni reazionarie.

Massimo De Feo

(per Alias supplemento de “il manifesto”)

* * * * *

LAKI VAZAKAS

REMEMBERING MARTY MATZ

The poet Martin Matz died last night in the hospice unit of New York's Cabrini Hospital. I believe Marty was 67 years old. I met Marty in the Chelsea Hotel in 1989 and we remained close till his dying day. This is some of what I remember Marty telling me about his life. Because we were usually pleasantly loaded when we talked, some of my memories could be off a bit.

Marty was not a prolific poet, but he was a poet's poet. Marty's poetry was a unique fusion of Surrealism, Lyricism and Beatitude. He was inspired by, and refined the traditions of vagabond poesy. Look on the back cover of his book Time Waits: Selected Poems 1956-1986 (JMF Publishing, 1987; privately revised and expanded, 1994), and you will find encomiums from the likes of Gregory Corso, Jack Micheline, Harold Norse and Howard Hart. Beat eminence Herbert Huncke wrote a stirring introduction to Matz's book of opium poems, Pipe Dreams (privately published in 1989). Huncke wrote that Matz "...draws support for the solidity of his statements from the earth, the soil--all of nature; trees, rocks and gems--upheaval and restless winds--strange dream-producing flowers. His is an awareness of the endless mystery we are all so much a part of."

Marty was decidedly his own man, and stayed true to his own poetical calling. He wrote poems for himself and for his friends, and did not taste the admiration of a wider audience until late in his life. What quenched Marty's soul was late night pow-wows burnished with jazz, sharing tales of the brotherhood of fringe dwellers. His love of nocturnal creatures shines through in his masterful poem

I KNOW WHERE RAINBOWS GO TO DIE (On The Death of Bob Kaufman):

TOGETHER WE WALKED THROUGH A FABLED CITY
OF HALLUCINATING GREEN
AND TALKED AWAY
A THOUSAND SMOKING NIGHTS
AS YOUR ACHING HEART
BEAT ITS BONES
IN TIME TO BIRD'S BRILLIANT SOUNDS
OVER THE NEON STREETS OF MURDERED SCHEMES

Matz was born in Brooklyn, spent his adolescence in Nebraska, and served in an alpine unit (no mean feat for a flatlander) in Colorado during the Korean conflict. After the service, Marty gravitated to San Francisco, where he studied anthropology and met Jack Kerouac, Neal Cassady, Gregory Corso and Bob Kaufman. Just as he was becoming part of the incipient North Beach poetry scene in the late 1950s, Marty hit the road, heading south.

I AM THE PERPETUAL WANDERER
THE INSATIABLE TRAVELER
THE MYSTIC NOMAD
FOREVER MOVING
TOWARDS SOME STRANGE HORIZON
OF TWISTED DIMENSIONS
AND CHAOTIC DREAMS
(From "Under The Influence of Mozart" by Martin Matz)

His insatiable thirst for travel led Matz to Mexico and South America, where he wandered from the late 1950s through the late 1970s. He told me so many wondrous tales of his meandering in Peru, Chile, the Yucatan. On one of his journeys he ran into the legendary director John Huston. He told of how he and John and several others drank for a solid week, talking through the nights. Marty insisted that Huston never once slurred his words.

Marty was an intrepid traveler, always seeking and finding the least-trodden path. He told me of how he was once bitten by a snake while crossing a river in Mexico. The flesh on his lower leg turned a hideous purple-black, but he kept going. He always kept moving.

Another time he was stricken with a flesh-eating parasite. Doctors told him that his arm would have to be amputated. He sought out a shaman, took a week of yage cures in a longhouse (in which the shaman "threw light" into the darkest corners of night), and successfully avoided any surgical procedure.

Matz became fascinated by pre-Columbian art, and translated an unknown Aztec codex, "The Pyramid of Fire" (for more information, please check out: http://www.alignment2012.com/pipedreams.html).

Marty was also an accomplished smuggler, but those are tales to be told at another time. Suffice it to state that National Geographic did a story which elucidated some of Marty's unique talents as an contraband ceramist.

In the late 70s, Marty was pinched in Mexico with some grass and cocaine on him. Because Mexico had signed a treaty with the Nixon Administration which forbid transfers of drug prisoners, Matz's only recourse was to bribe his way into a somewhat inhabitable cell block in the notorious Lecumberi Prison.

Lecumberi was an old, dingy, frightfully overcrowded prison, built by Porferio Diaz in 1903. By his wits, Marty was able to survive four horrific years of the most abominable incarceration. In 1994, he told Huncke and me how he once was sitting in the Lecumberi yard when one man stabbed another in the throat, showering Marty with "a fountain of blood." He said: "I didn't know the human body could pump blood that fast." It was a tribute to Marty's formidable powers of resilience that he chuckled as he emphasized that "I don't like to be showered in blood." Matz's warm and infectious sense of humor always remained intact.

When the Mexican government decided to close Lecumberi and transfer the prisoners to a new facility, Marty and another prisoner hid for days in a tunnel which they had spent months excavating. They hoped the prison officials would eventually stop searching for them. They were finally captured after hiding for a week, and much ado was made of their daring exploits in the hyperbolic Mexican papers. (For more information on Marty's experiences in Lecumberi, I suggest checking out his interview in Romy Ashby and Foxy Kidd's wonderful Goodie Magazine, issue number 6; http://www.goodie.org).

In 1978, Marty returned to the US as part of a prisoner exchange with Mexico. He settled in San Francisco and once again shared his poetry at readings. He renewed old friendships with the city's more famous poets.

In the late 80s, Marty married film maker Barbara Alexander. They spent the better part of the next eight years in northern Thailand, living on Barbara's inheritance.

Marty and Barbara also spent some of this period in New York's Chelsea Hotel, where they presided over a convivial literary salon. Their Chelsea suite was filled with the lost art of conversation, the walls covered with exquisite artifacts from Thailand, Nepal and Burma. Painter Vali Myers, storyteller Herbert Huncke and poet Ira Cohen were frequent guests. At one memorable birthday party for Matz's longtime friend and patron Bob Yarra, Harry Smith held court. Huncke and Matz gave two compelling readings at The Living Theatre at this time.

In 1991, I traveled with Marty and Barbara to Thailand and Burma. Together, we made a 26-minute video travelogue called "Burma: Traces of the Buddha," which documents a boatride down the Irrawaddy River, a Shin Byu (coming of age) ceremony in Pagan and the dedication of a new temple in New Pagan. Our time spent exploring together was indeed inspiring. After our visit to Burma, I settled with Barbara and Marty in Ban Muong Noi, a small hilltribe village north of Chiang Mai in Thailand. It was in this small, remote village that Marty wrote his book of opium poems, Pipe Dreams.

In the late 90s, after having settled in Healdsburg, California, Marty and Barbara separated. Marty again hit the road: Mexico; Vienna, Austria; Italy. He found a warm receptiveness for his poetry in Italy, where he joined a "Beat Bus" tour of poets, including Ira Cohen, Lawrence Ferlinghetti and Anne Waldman. For several readings, Marty was backed by avant-saxaphonist Steve Lacy. Marty stayed for months with friends outside of Rome, where he basked in the glow of recognition of his poetical gifts.

In 2000, Marty found himself back full circle in his native Brooklyn. He recorded a CD of his poetry ("A Sky of Fractured Feathers") with master musicians Chris Rael (sitar, guitar) and Deep Singh (tabla, harmonium). He gave memorable readings, embellished by Chris and Deep's deft playing, at the Brooklyn Museum of Art and the Gershwin Hotel.

Marty was a thoughtful and comforting presence throughout old and dear friend Gregory Corso's valiant final months battling cancer. Gregory affectionately referred to Marty as "my Matzoh Ball." Matz's eulogy for Gregorio was among the most moving at the memorial services for Corso at the Orensanz Foundation and the St. Mark's Poetry Project.

Matz spent his final months at Lower East Side apartment of his longtime friend Bob Yarra. Marty, like Huncke and Corso before him, received a new generation of admirers in a modest, tv-lit abode. He graciously acceded to interviews while watching his beloved San Francisco 49ers (Marty loved football and the sweet science of boxing). Old friends Roger and Irvyne Richards, owners of the much-missed Rare Book Room, came by to watch the Yankee playoff games. All the while, Marty continued to spin his magical tales of a fiercely uncompromised, hectically picaresque life.

Like his close friends Herbert Huncke and Gregory Corso, Marty Matz stayed true to himself, always traveling, always savoring extraordinary experiences, always sharing freely his unique impressions yet never straying from his chosen, off-the-Beaten poetical path:

UNDER A SHADOW OF FRACTURED ECLIPSES
IN THE WINTER'S UNHARVESTED SHADE
IN SOME MARINADED ANGLE
SOME SECRET PERSPECTIVE
SOME HIDDEN TRAPEZOID
SOME MECHANIZED EQUATOR
OR OCCULTED WRINKLE
ON THE INVISIBLE LONGITUDE OF MADNESS
IN MONEY'S FROZEN SMILE
IN EXPLOSIONS OF ENDLESS EXPANSION
IN THE GULLEYS AND CANYONS OF TIME
(From "In Search of Paititi" by Martin Matz)

Matz is survived by his wife Barbara Alexander of California, and his half brother Bruce Hoberman of Nebraska.