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04/04/2011

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Tarek Eltayeb Sudan arabo Tarek Eltayeb (Sudan/Austria) è nato al Cairo nel 1959 da genitori sudanesi. Ha studiato Business Administration all’università Ain Shams del Cairo. Vive a Vienna dal 1984 dove ha frequentato la University of Economics and Business Administration. La sua tesi, scritta all’Institute for Economic Philosophy, aveva come titolo "Lo spostamento dell’etica attraverso la tecnologia nella lotta fra identità e profitto". Attualmente è professore all’International Management Center / Università di Scienze Applicate, a Krems, in Austria, nonché all’università di Graz. Scrive poesie dal 1985. Ha ottenuto numerose borse di studio quali la Elias Canetti della città di Vienna nel 2005 ricevendo anche il Gran Premio Internazionale per la Poesia nel 2007 al Festival Internazionale Curtea Des Arge in Romania.

In Italia è stato pubblicato il suo romanzo "Una città senza palme", nel 2009 da Poiesis (Alberobello).

Ha partecipato agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo nel 2009.
Fellowships and Awards

Elias Cannetti Fellowship of the City of Vienna, 2005
Commemorative Fund of the (Literar Mechana) 2005
Major Project Fellowship for Literature, 2003
Buchprämie für „Städte ohne Dattelpalmen“, Winter 2003
Major Project Fellowship for Literature, 2002
Major Project Fellowship for Literature, 2001
Travel Fellowships from the Chancellory (Bundeskanzleramt): 2002, 2003 and 2004
Work Fellowships from the Chancellory: 1996, 1998, 2005

Publications

In Arabic:

Bayt An-Nakhil (The Palm House). Novel, Al-Hadara Publishing House, Cairo 2006.
Mudun Bila Nakhil (Cities without Palms). Novel, Al-Kamel Press, Cologne 1992;
2nd Edition, Al-Hadara Publishing House, Cairo 1994. 3rd edition, Al-Hadara Publishing House, Kairo 2006.
Takhlisat (In Clear). Irhab al-ayn al-bayda. Poetry, Merit Press, Cairo 2002.
Udhkuru Mahasin … (Remember Mahasin). Short stories, Sharqiyyat Press, Cairo 1998.
Al-Gamal La Yaqif Khalfa Ishara Hamra (A Camel does not Stop on Red). Short stories, Al-Hadara Publishing House, Cairo 1993.
El-Asanser (The Elevator). Play, El-Salam Press, Cairo 1992.

In French:

Villes sans palmiers. A translation of the novel. Paris 1999.

In Macedonian:

қαмен ūоςоΛем оδ ңебоŵо (A Stone Bigger than the Sky). Poetry. Skopje 2005.

In German:

Aus dem Teppich meiner Schatten. Gedichte. edition selene, Wien 2002.
Städte ohne Dattelpalmen. A translation of the novel; edition selene, Wien 2000.
Ein mit Tauben und Gurren gefüllter Koffer. Prosatexte und Gedichte zweisprachige Ausgabe (deutsch/arabisch); edition selene, Wien 1999.

Some poems and prose texts have also been translated into English, Italian, Macedonian, French and Ukranian.

Publications of short stories, prose texts and articles in Arabic periodicals such as An-Naqid (London), Faradis (Paris), Ibdaa (Cairo) AI-Ahram (Cairo), AI-Quds AI-Arabi (London), An-Nahar (Beirut), Kalimat (Bahrain), Shu’un Adabiya (U.A.E.), Sutour (Cairo), Amkina (Alexandria), Jehat Al-Shaer (Bahrain), Elaph (London), Kikah (London), Masharef (Ramallah) etc, and in:

Literatur und Kritik, (neue Lyrik aus Österreich), Salzburg März 2006,
ATLAS 01, Anthology, International Literature in English, New Delhi, Mumbai, London, Leeds, Cambridge, San Antonio, CROSSWORD 2006
Lisan, Zeitschrift für arabische Literatur, Nr. 1, Basel, Lisan Verlag 2006
UND, Bild und Schrift, Künstlerinnen und Schriftsteller, Bildhauer und Dichterinnen, Atrium ed Arte, Ritter Verlag 2006
Sardines and Oranges by Eltayeb Salih, Anthology in English, short stories from North Africa, Banipal, London 2004
Die Kinder von Rainer und Maria. Anthologie österreichischer Lyrik in ukrainischer Übersetzung. Kiev 2004
Facetten, Literarisches Jahrbuch der Stadt Linz. (Bibliothek der Provinz, Linz – Wien – München – Weitra 2004)
Ein Tag Honig, ein Tag Zwiebeln. Ähnlichkeiten, Bilder, Gleichnisse, Sprichwörter aus 15 Kulturen. (Edition Volksbildung, Wien 2004)
Macht Religion Sinn? Eine BAWAG-Anthologie über Gott und die Welt (Ueberreuter, Wien 2002)
Afrikaner in Wien (Hrsg. E. Ebermann, Wien 2002)
diwan (Zeitschrift für arabische und deutsche Poesie, Berlin 2002);
Podium (Nr. 121/122, 2001 und 123/124, 2002, St. Pölten)
Fikr wa-Fann (Kulturzeitschrift in arab. und dt. Sprache; Berlin 2002)
Zwischen zwei Heimaten, Leben in Wien: Gedanken nach fast 17 Jahren, (Wienerzeitung, Extra 15./16.9.2000)
Die Fremde in mir (Anthologie; Hrsg. H. A. Niederle, Klagenfurt/Laibach1999)
Manuskripte (Nr. 143/1999 Graz)
Banipal (English Literary Journal, London 1998, 2000, 2004)
Interkultureller Kalender 1996/97 (Verband Wiener Volksbildung, Wien 1996)
Anderswo (Fotobuch Nr. 17/1996, Wien)
Jeder ist anderswo ein Fremder (Anthologie, Hrsg. Ch. Stippinger, Wien 1995)

Readings in Vienna (including at the Alte Schmiede, Literaturhaus, Nationalbibliothek, Afro-Asiatisches Institut, Sofiensäle, Hauptbücherei Wien, Salon), Linz, Saalfelden, Graz, Salzburg, Washington, Cairo, Alexandria, Asyout, Frankfurt, La Rochelle, Aachen, Krefeld, Neuss, Roermond.

Participant at International Literature Festivals in Smederevo (Serbia) 2006, Jan smrek (Slovakia) 2006, Novi Sad (Serbia) 2006, Maastricht (Netherlands) 2006 Lemberg (Ukraine) 2005, Dublin (Ireland) 2005, Vienna (Literatur im März) 2005, Dornbirn (Austria) 2004, Struga (Macedonia) 2005, 2004, 2003 and 2002, Poitiers (France) 1999.

Tarek Eltayeb: «Quando Nagib Mahfuz mi chiedeva di leggere le mie poesie»

Scintillante dicembre viennese. Caffè Ritter, uno dei caffè storici della città. Tra un mercatino di Natale e una capatina al Museo Leopold, dove si respira la nouvelle vague artistica d’inizio secolo di Shiele e Klimt, abbiamo modo d’incontrare Tarek Eltayeb, annoverato tra i maggiori poeti e scrittori contemporanei egiziani.

È stato nella città mitteleuropea per eccellenza, Trieste, che l’ho incontrato per la prima volta, in ottobre: era stato invitato al festival internazionale Sidaja, organizzato dalla Casa della Poesia, al quale ogni anno presenziano i poeti più rilevanti della scena europea e mondiale (quest’anno, tra gli altri, Rosaria Lo Russo, l’angloamericana Judi Benson, il portoghese Casimiro De Brito, l’islandese Sigurbiörg Thrastardóttir e il croato Branko Čegec).
Eltayeb mi è parso subito disponibile e sorridente. Ora, nel gremito caffè Ritter, parla a lungo della sua infanzia e della sua vita, senza reticenze.
Ed è proprio qui che ha scritto una delle sue poesie preferite, Acqua e caffè, di cui riportiamo la traduzione di Costanza Gruber pubblicata nel volumetto Sidaja 2007 - Incontri Internazionali di Poesia - VII edizione.

Acqua e caffè

Cento volte al giorno ripete:
«Devo tornare, qui regna l’inclemenza.
Laggiù il bene e il calore e...»
Poi tace
Gli chiedo: «laggiù, dov’è?»
Egli indica la direzione con la mano
E il suo volto perde i tratti
Poi tace
Lo prendo per mano e in un angolo tranquillo della taverna
Ci sediamo ad un tavolo
Ordino un caffè per lui, acqua per me
Gli parlo in arabo e aggiungo acqua al suo caffè
Si irrita: «Sei pazzo?»
Cerca di togliere l’acqua dal caffè
Cerca
Cerca di restituire l’acqua all’acqua.

Un’infanzia tra Steinbock, Hemingway e i racconti delle donne

Tarek racconta che suo padre aveva una biblioteca piuttosto fornita, che spaziava dagli autori classici arabi ad altri moderni ed occidentali. «Era una grande appassionato di letteratura. Quando leggeva a letto sfogliavo i libri e i giornali con lui, anche se non sapevo ancora leggere, solo per imitarlo» racconta. «Mi ero convinto non solo che li leggese, ma che fossero scritti da lui, perché, preciso com’era, aveva fatto rilegare diversi libri tascabili in cuoio e aveva munito il retro del libro con la propria firma autografa. Leggeva autori arabi classici, ma anche occidentali quali Steinbock ed Hemingway, e l’egiziano Nagib Mahfuz. Quando sono andato a scuola sapevo già leggere e scrivere, così la maestra, che si era accorta che io ero più avanti degli altri bambini, mi affidava suo figlio, un bambino iperattivo che si calmava solo quando gli raccontavo delle storie. Ma se la storia che gli avevo raccontato di lunedì era iniziata con una scimmia come protagonista, e il martedì parlavo di una giraffa, si arrabbiava e voleva riprendere la storia del giorno prima. È così che nacque, per me, l’esigenza di trascrivere le mie storie». Una serie di circostanze, insomma, che l’hanno condotto per mano nel mestiere di scrittore.
Anche le donne della famiglia sono state importanti: «Mia madre, mia nonna e mia zia si riunivano ogni pomeriggio con le vicine per cucinare. Queste riunioni tra donne erano per me l’occasione di ascoltare piccanti pettegolezzi e racconti. Quando mio padre mi diceva di andare tra gli uomini, ad ascoltare i loro discorsi di finanza e politica mi annoiavo a morte: molto più divertente ascoltare le donne!». E poi i bambini avevano un ruolo nella famiglia: «Se la nonna usciva per una commissione, per non perdersi una puntata delle serie radiofoniche, che allora duravano una settimana, dava a noi bambini il compito di ascoltarla e di raccontargliela. Ma eravamo piccoli, ognuno di noi aveva una versione diversa della storia: per cui si creavano intrecci di racconti, rielaborazioni in cui ogni bambino ci metteva del suo, che poi mi hanno segnato nella mia professione».


Dagli studi in Egitto a Vienna. Passando per l’Irak

Tarek, di origine sudanese, è nato nel 1959 al Cairo e ci ha vissuto per venticinque anni: conosce quindi piuttosto bene la realtà egiziana attuale, complici anche i suoi numerosi rientri in Egitto. Ma com’è finito nella capitale austriaca? «Sono venuto qui senza conoscere la lingua e senza soldi, a ventitrè anni. Non mi considero un poeta in esilio, perché la mia è stata una decisione libera: non c’erano sbocchi né a livello professionale né intellettuale. C’è anche da dire che all’epoca – primi anni Ottanta – c’erano dei problemi politici tra Egitto e Sudan: per il governo ero considerato sudanese, e la pressione fiscale sugli studenti non egiziani si fece molto pesante. Così dopo la laurea in economia iniziai a lavorare per uno studio di auditing, ma le mansioni che mi affidarono erano di segreteria e lo stipendio da fame».
Siamo nel 1981. Prima di andare a Vienna a specializzarsi, il giovane Tarek decide di viaggiare in un altro Paese islamico. Ma viaggiare nei Paesi islamici non era così semplice: per quanto si considerassero tutti “Paesi fratelli”, era necessario il visto. Tranne che in Irak. Così si reca da un conoscente sudanese che ha un ristorante lì. In un paesino piccolissimo e molto isolato, però. «Eravamo tagliati fuori da tutte le rotte, e il ristorante, piuttosto grande, fatturava pochissimo. Ci trovavamo di fronte ad una stazione di polizia che alle sei del pomeriggio chiudeva i battenti. Da quell’ora fino al mattino successivo le fazioni kurde e arabe combattevano a suon di spari, e noi ci trovavamo proprio in mezzo». Una situazione durissima. Dal 1978 era in corso la guerra tra Iran e Irak, e c’erano problemi a uscire dal Paese. «Tranne che per noi sudanesi, non sospettabili di coinvolgimenti con la guerra. Così il mio conoscente, avendo saputo di essere tra i pochi a poter viaggiare liberamente, si mise a commerciare in spezie e stoffe, cose che si trovavano solo negli altri Paesi. Finché un bel giorno fuggì con i soldi di alcuni clienti e non si fece più vedere: ovviamente questi se la presero con me, e fui costretto a tornare al Cairo».
È la prima volta che Eltayeb parla di queste disavventure in terra irachena e del suo sedicente amico. Ma c’è stato un qualche influsso di questa losca figura nella sua letteratura? «Non voglio che i suoi figli paghino le colpe del padre. Perciò non ne ho mai parlato finora, anche se probabilmente non mi leggerebbe. Forse, se venisse girato un film su questo periodo della mia vita, potrebbe vederlo e si riconoscerebbe. Ma per ora non è in cantiere».

A Vienna per amor d’Europa. E poi per amore

Tornato al Cairo decide di andare in Europa. Ma perché proprio a Vienna? «Non volevo fare come la maggior parte dei sudanesi, che normalmente vanno nei paesi anglofoni o francofoni. Volevo rimettermi in gioco da zero. Così inizialmente avevo pensato alla Germania, poi ho scoperto che in Austria gli studenti provenienti da Paesi considerati del terzo mondo non pagavano le tasse universitarie». Una scelta pratica, insomma, ma anche di interesse culturale. L’Europa l’aveva sempre attratto per la sua diversità culturale e per la società, molto più degli Stati Uniti dove ha l’impressione che da straniero «sia molto difficile vivere, e anche se lì mi offrissero un lavoro meglio retribuito, oggi, non mi sposterei da qui, perché lo stile di vita non mi attira e non risponde alle mie esigenze». Poi conobbe Ursula, sua moglie. «Quando ho detto a mio padre che mi sarei sposato e sarei venuto qui al nord, non mi ha ostacolato. Lui, infatti, unico figlio maschio di un padre con tredici mogli, quando è andato al Cairo per sposare mia madre era stato diseredato da mio nonno. E così non mi ha fatto passare la sua stessa odissea».
Tutti questi influssi culturali l’hanno certamente influenzato nella lingua: «La mia lingua letteraria, pur essendo arabo classico, ha una gamma di colori e sfumature che derivano dal dialetto sudanese parlato da mio padre, dall’arabo del Cairo e, naturalmente, dal tedesco, visto che vivo qui da oltre vent’anni».

Al Cairo con Nagib Mahfuz

«Un giorno di più di dieci anni fa» racconta nel suo flusso di ricordi «un amico mi propose di andare in un caffè del Cairo vicino a dove si trova la mia casa, e dove Nagib Mahfuz teneva degli incontri letterari. Dicevano che leggesse i miei racconti, ma non ci credevo granché. Quando il Premio Nobel seppe della mia presenza mi chiamò davanti a tutti vicino a lui: mi sono sentito come uno scolaretto, ero emozionatissimo. Mi ha fatto domande sulla vita in Austria, su cosa facessi, su quali fossero le differenze con la società egiziana, ed era molto interessato a conoscere i miei progetti letterari. Non aveva solo letto le mie storie: le conosceva davvero bene». Tarek si emoziona ancor oggi raccontandolo. «Ci siamo rivisti una seconda volta al Cairo, ed era passato molto tempo da quella precedente. Subito Nagib mi chiese se avessi portato qualcosa di nuovo dall’Austria. Così lessi ad alta voce dei racconti».

L’amore ai tempi della censura

Proprio Mahfuz, nel 1994, ha subito un attentato terrorista. Aveva infatti osato inserire a sorpresa alcuni profeti – Mosè, Gesù e Maometto – in un suo romanzo, Awlād hāratinā, mai pubblicato in Egitto, se non a puntate sul quotidiano del Cairo Al-Ahram (Il rione dei ragazzi, pubblicato in Italia da Pironti nel 2001) per il quale ebbe il Premio Nobel: «L’uomo che ha compiuto l’attentato» racconta Tarek «non aveva nemmeno letto il libro. Aveva solo “sentito dire” da qualcuno che il libro era pericoloso per la religione, quindi pensava che la cosa migliore fosse eliminarlo. Dopo la vittoria del Nobel è stato proposto a Mahfuz di pubblicare il libro in Egitto, ma lui ha risposto di no, perché diceva che la gente non l’avrebbe capito».
A questo punto, la domanda sulla censura in Egitto è d’obbligo: come vede la situazione attuale Eltayeb? «Si tratta di una situazione mista. Da un lato il governo è conservatore, ma anche se la censura non è così evidente, essa arriva da molte direzioni. Tutto ciò che riguarda cultura, balletto, canto è vietato perché non ha a che vedere con la religione, e anche la letteratura è un nemico da sconfiggere. Un mio racconto breve, il cui titolo è traducibile “Loro fuori di qui”, è stato censurato su un giornale egiziano. Nel racconto, in particolare, è stata censurata una scena in cui uno dei protagonisti, il vasaio straniero Jospeh, esprime la sua invidia nei confronti dell’interlocutore, un massaggiatore austriaco cieco, che ha la fortuna di toccare corpi e di avere le mani a contatto con la pelle. Un passaggio ritenuto troppo spinto sessualmente».
Ma la censura non si ferma solo agli autori di oggi: «Spesso vengono perfino modificati autori antichi. Ci sono persone che fanno ricerche sistematiche su espressioni quali “la baciò”, “la accarezzò”, “la portò a letto”, che diventano “la guardò negli occhi”, “la portò in giardino”. Quattordici anni fa, mi trovavo al Cairo, decisi di comprare i quattro volumi delle Mille e una notte. Mi diedero quattro miseri volumetti. Chiesi spiegazioni al libraio: mi disse che si trattava “della versione migliorata e depurata da tutte le immoralità e le blasfemie dell’originale”. È una situazione che si ripete ancora oggi; e gli scrittori contemporanei, ormai, sono ridotti a un ghetto, isolati dai poteri in gioco nel Paese».




Un ringraziamento particolare a Michela Zanotti per la traduzione simultanea dal tedesco




da: www.poetry.cafebabel.com
Autore: Anna Castellari