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04/04/2011

Nato nell'oscurità Poesie

Nato nell'oscurità Nacido en la oscuridad
Nato nell'oscurità, fino alla fine sono stato spezzato. E ho dato amarezza con la mia canzone. Ci hanno insegnato il timore. Hanno sciupato il nostro fiore; hanno succhiato fino a uccidere il fiore altrui, per tenere in vita quello loro. Noi dal viso piangente, noi dal volto scarnificato, abbiamo ricevuto soltanto strazio.
Siamo del lignaggio della morte prematura, delle terre dove non fanno nido gli uccelli propizi. Privati della farina, del latte e dell'olio, ambiamo alle briciole altrui. Vuoto il bicchiere, vuoto il piatto, crollano le nostre ossa.
A quale scopo agli abitanti della sodaglia vennero donati denti e occhi quale un ornamento, se mordiamo soltanto le perdite, se vediamo dimagrire il nostro ventre piatto, rimpicciolirsi i nostri petti secchi? Cibo di spavento, quello mangiamo e mangeremo insieme; aloe è e sarà la nostra bevanda. C'è stato chi ha preso molto, c'è stato chi ha preso poco. Neppure gli avanzi dell'elemosina ci lasciano.
Come palude, come nera fogna sono i nostri giorni; assiderate, le nostre notti. Quando i bracieri rimangono spenti, ci arroventa il calore del sangue collerico. Siamo come alberi sterili la cui linfa si sta calcinando.
Congiunti nel patire, cerchiamo consolazione. E quale offerta ci rimane tranne che il lamento dei digiunatori? Quale oracolo tranne quello degli sfortunati?
Noi dal viso piangente, noi dal volto scarnificato, abbiamo ricevuto soltanto strazio, pena che piaga e che incallisce, strazio, scuro e duro peso, strazio.
Nacido en la oscuridad, hasta el final fui roto. Y amargué con mi canción. Nos enseñaron el temor. Nos marchitaron nuestra flor; chuparon hasta matar la flor ajena, porque viviese la suya. Los de lloroso rostro, los de rostro descarnado sólo recibimos desazón.
De los linajes de muerte prematura somos, de las tierras donde no anidan las aves propicias. Despojados de la harina, de la leche y del aceite, codiciamos la migaja ajena. Vacío el vaso, vacío el plato, los huesos se nos desmoronan.
¿Para qué dieron a los moradores del erial ornamento de dientes y de ojos, si mordemos solamente perdición, si miramos nuestro magro vientre enflaquecer, nuestros pechos enjutos resecarse? Comida de espanto, eso comemos y comeremos en común; acíbar es y será nuestra bebida. Hubo quien mucho cogió, hubo quien poco tomó. Ni las sobras de la limosna nos dejan.
Como pantano, como negro sumidero son nuestros días; ateridas, nuestras noches. Cuando los braseros permanecen apagados, nos quema el calor de la sangre colérica. Somos como árboles estériles cuya savia se calcina.
Ayuntados en padecimiento, buscamos consuelo. ¿Y qué otra ofrenda nos queda que la lamentación de los ayunadores? ¿Qué otro oráculo que el de los desfavorecidos?
Los de lloroso rostro, los de rostro descarnado sólo recibimos desazón, congoja que llaga y encallece, desazón, oscura y dura carga, desazón.
Martha L. Canfield