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04/04/2011

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Izet Sarajlic, il cantore di Sarajevo
23/05/2009 Francesco Napoli Moby Dick - inserto cultura di Liberal

«O tenerezza umana,/ dove sei?/ Forse solo/ nei libri». Sono i quattro versi di una poesia del 1992 di Sarajlic, asciutta ma che nella doppia interrogativa cela smarrimento e angoscia. E sono i versi che Margaret Mazzantini ha sapientemente voluto in esergo al suo ultimo romanzo, "Venuto al mondo", che elegge Sarajevo, immersa in un atroce conflitto, luogo di un amore ancora possibile. Izet «Kiko» Sarajlic è il grande cantore di Sarajevo, la città dove ha avuto inizio e fine il XX secolo, circoscritto dall’attentato all’Arciduca e futuro Imperatore d’Austria e quell’assedio durato troppo a lungo (aprile 1992-febbraio 1996) e intinto nel cuore dell’Occidente europeo. Poteva andar via e non l’ha voluto fare, è rimasto a simbolo della resistenza culturale alle barbarie. Nato nel 1930, maturato poi nella Jugoslavia titina, ha iniziato a scrivere poesie nel dopoguerra e a partecipare attivamente alle avanguardie culturali del suo paese. Anima la sua Sarajevo con le «Giornate poetiche» fino al 1972, allacciando rapporti con i grandi di ogni luogo (da Brodskij a Evtuschenko, da Enzensberger a Simic), legandosi con particolare affetto ad alcuni autori italiani tradotti dalla sorella in bosniaco come Rodari, Morandini, Gatto e Morante. La sua opera è riconosciuta in tutta Europa, apprezzata per quella sua vena lirico-elegiaca corroborata, secondo un umore tipicamente slavo, di ironia tanto sottile quanto feroce («fai la coda per comprare il pane/ e ti ritrovi al Servizio di traumatologia/ con una gamba amputata./ E dopo asserisci/ d’aver avuto anche fortuna», La fortuna alla maniera di Sarajevo) e un piacere naturale per la narrazione modulata per lo più su enumerazioni accumulative. Durante i lunghi anni dell’assedio conserva per quanto possibile queste relazioni, lo fanno sentir vivo, e conosce Erri De Luca che apre con uno scritto commosso l’antologia di Sarajlic "Qualcuno ha suonato", curata per Multimedia Edizioni da Raffaella Marzano e Sinan Gudzevic e arricchita da un cd con la voce recitante del poeta. Ricorda come Sarajlic al pari della Achmatova sia in grado di descrivere con la sola penna e la poesia guerre e lutti, per poi confessare che da lui ha imparato «di nuovo a dire: amo» e che «a cinquant’anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi asciugandoli con l’aria di quel verbo all’indicativo presente». "Tenerezza umana", questo il titolo della poesia ricordata all’inizio di questo intervento, sembra fare il paio con il componimento che segue nell’esaustiva antologia citata, versi dove Sarajlic rammenta le guerre della vita: dalle cinque che «Marko Basic ha sulle spalle» alle due «per me e la mia generazione» fino a quella di Vladimir che «con i suoi diciotto mesi,/ in questo momento si potrebbe dire/ che addirittura la metà della sua vita/ è trascorsa in guerra». La biografia indubbiamente alimenta la sua poesia, ancor più quella triste del conflitto ultimo come in Ultimo tango a Sarajevo dove ancora amore e morte vanno a braccetto, dove la speranza è riposta in quel voler andare contro le logiche aberranti dell’assedio e ritrovare la vita nel «matinè di danza allo Sloga». Importa poco se pantaloni e abiti son logori, l’importante è che non lo sia l’animo. Apprendiamo dai suoi versi i gusti letterari per gli amati grandi dell’Ottocento russo ma anche per Dante e Balzac, Mann e Hemingway, la sua ineluttabile attrazione per la poesia e la difficoltà di scrivere in prosa, lui fumatore accanito che se avesse dovuto comporre Guerra e pace sarebbe «morto per avvelenamento da nicotina molto prima della battaglia di Borodina». Nel gruppetto delle composizioni di guerra riconosciamo la lunga catena degli addii cui è stato costretto: innanzitutto la moglie, e poi le sorelle Raza e Nina e gli amici con l’insistente dubbio se questi siano ancora tali quando le armi urlano in guerra ("Agli amici dell’ex Jugoslavia"). Ma la forza straordinaria di Sarajlic è nel saper andare oltre lo strazio del dolore, il carico oneroso dei lutti personali, dal fratello Eso fucilato dai fascisti durante il secondo conflitto mondiale agli affetti famigliari più intimi, riempiendo la sua poesia d’amore. Anzi, incita più volte anche i giovani a fare come lui, a vestire i propri versi di questo sentimento («Avendo paura/ di essere definiti fuori moda/ i giovani non scrivono più/ poesie d’amore./ Noi vecchi/ dovremo/ scriverle/ per loro», La crisi della poesia d’amore). Singolare poi come dia alla poesia sembianze e sentimenti umani («a questa mia poesia/ si rizzano i capelli », «le mie poesie resteranno a vagabondare in questa città») fino a esser certo che «anche i versi sono contenti/ Quando la gente si incontra». A quest’ultimo richiamo da anni ormai si ispirano gli «Incontri internazionali di poesia di Sarajevo». Per dar seguito a questa sua volontà di ridare centralità culturale alla sua città la Casa della Poesia di Baronissi animata da Sergio Iagulli e Raffaella Marzano li organizza con dedizione assoluta (quest’anno dal 25 al 27 settembre). Lì a Sarajevo è possibile incontrare ancora la grandezza di questo poeta: in quella sua abitazione vissuta dalla figlia Tamara, con i segni del suo resistere al conflitto e dei bombardamenti, o in quel cimitero dove riposa accanto alla moglie e dove un’intera generazione è sepolta bruciata dalla barbarie degli odi etnico-religiosi. Per porre rimedio a questo Sarajlic allora ha pensato bene di reclamare a sé «una strada per il mio nome» dove «la cosa più importante è/ che nella strada con il mio nome/ a nessuno capiti mai una disgrazia». Francesco Napoli