Nuova collaborazione Casa della poesia e il Fatto Quotidiano
04/04/2011

polansky-paul-5

paul-polansky-1
Paul Polansky Stati Uniti inglese Paul Polansky è nato a Mason City, Iowa, nel 1942. La sua decisione di frequentare il college alla Madrid University, diventò l’inizio di una lunga odissea attraverso l’Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell’Europa dell’est.
Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio mitico per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom.
Le sue raccolte di poesie "Living Through It Twice", "The River Killed My Brother", e "Not a refugee" descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri contro quelle popolazioni.
Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom.
Attualmente dirige alcuni progetti di aiuto e salvaguardia di queste popolazioni nel Kosovo e in Serbia.
Nonostante egli debba la sua fama mondiale alle sue battaglie a tutela dei Rom kosovari, Polansky è anche un prolifico ed apprezzato romanziere e poeta, che riesce a fondere, nei suoi scritti, l’esperienza di sessantasette anni vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura gitana che lo ha toccato nel profondo e che la civiltà occidentale tende a sopprimere.
Nel 2004 Polansky è stato insignito del prestigioso Human Rights Award della città di Weimar, in Germania.

Ha pubblicato numerose raccolte di poesie, ed ora nel 2009, una grande antologia bilingue dal titolo "Undefeated/Imbattuto" (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).

Ha partecipato nel 2002 a Sidaja. Incontri internazionali di poesia a Trieste e nel 2003 a "Il cammino delle comete", a Pistoia, nel 2005 agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo. Nel 2008 è stato tra i poeti partecipanti alla festa per i 75 anni di Jack Hirschman e a luglio 2009 ha preso parte a Napolipoesia nel Parco.


Pubblicazioni

ANTONIN DVORAK, MY FATHER (biografia),(curato e con introduzione di Polansky), Czech Historical Research Center,Spillville, IA, 1993

LIVING THROUGH IT TWICE
Poesie sull'olocausto dei Rom (1940-1997)G plus G, Prague, 1998

BLACK SILENCE (racconti della tradizione orale)
Testimonianza dei sopravvissuti a Lety, G plus G, Prague, 1998

STRAY DOG (poesia)
Poems of a Fighting Freak
G plus G, Prague, 1999

THE STORM (romanzo)
G plus G, Prague, 1999

NOT A REFUGEE (poesia)
The Plight of the Kosovo Roma (Gypsies) After the 1999 War
Voice of Roma, Sebastapol, CA, 2000

THE GYPSIES OF KOSOVA, Sondaggio sulle comunità Rom dopo la guerra,
GFBV, Goettingen, Germany, 2000

THE RIVER KILLED MY BROTHER, (poesia), JejuneUltima, Prague, 2000, Norton Coker, San Francisco, 2000

THE BLACKBIRDS OF KOSOVO (poesia)
Left Curve Publications, San Francisco, 2001

BEZ DOMOVA V SRDCI AMERIKY/HOMELESS IN THE HEARTLAND (poesia)
Novy Prostor, Prague, 2002

KOSOVO ROMA (ricerca e reportage)
Voice of Roma, Sebastapol, CA, 2002

BUS RIDE IN JERUSALEM (poesia)
Roma Refugee Fund, Mason City, IA, 2003

TO UNHCR, WITH LOVE (poesia)
Divus & Jejune Ultima, Prague, 2003

KOSOVO BLOOD (poesia e resoconti di guerra)
KRRF, Nish (Serbia), 2004

WHERE IS MY LIFE? (poesia)
Feral Tribune, Split (Croatia), 2004

SARAH’S PEOPLE (poesia)
KRRF, Nish (Serbia), 2005

UN-LEADED BLOOD (prosa e poesia)
KRRF, Nish (Serbia), 2005

BAJRAM MEHMETI (poesia)
Opere d'arte di un Rom in Kosovo
Nimbus,Waedenswil, Switzerland, 2005

SAFARI ANGOLA (poesia)
Grafis, Nish (Serbia), 2006

ROMA (poesia)
Stadt Muenster, Germany, 2006

GYPSY TAXI/CIGANSKI TAXI (poesia)
KRRF, Nish (Serbia) 2007

ONE BLOOD, ONE FLAME Racconti orali degli Zingari Yugoslavi prima durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale (Volumi I & II), KRRF, Nish (Serbia) 2007

ONE BLOOD, ONE FLAME Racconti orali degli Zingari Yugoslavi prima durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale
(Volume III)
KRRF, Nish (Serbia) 2008
TI DO LA MIA PAROLA:
Le azioni di Paul Polansky


Il modo migliore per introdurre al lettore l’opera di Polansky è quello di raccontare una storia, perché le sue stesse poesie sono spesso racconti (ma con qualità molto speciali): una sera, negli anni 70, a San Francisco andai ad una grande mostra delle opere di Man Ray, un importante esponente dell’arte moderna. Fu una mostra formidabile, realizzata con molti mezzi espressivi. Le gallerie erano invase di fiumi di gente desiderosa di vedere le opere di Man. Anche io lo ero, specialmente perché gli avevo fatto visita nel 1967 nella sua casa in Rue Ferou di Parigi, dove avevo trascorso un bel pomeriggio con lui e la moglie Julia, ad ammirare le maschere che stava creando a quel tempo. Alcune di queste furono esposte al MOMA di San Francisco.
Mentre stavo osservando una parete di sue foto, — il lettore ricorderà che Man faceva foto “lente”, cioè teneva l’otturatore aperto per un tempo più lungo del solito, il mio occhio, o il suo angolo, fu attratto da una foto lontana circa 5-6 metri, appesa ad una colonna del museo. Mi avvicinai alla foto.
Era una foto di corpi in movimento, che infatti si spostavano ondeggiando rapidi da una parte all’altra come nella corsa dei tori a Pamplona, in Spagna. A destra della foto vidi scritto un cartoncino: Ernest Hemingway mi chiese di prestargli la mia macchina fotografica. Questo è il risultato.
Se pure avessi avuto in precedenza dei dubbi sul fatto che la fotografia fosse un’arte, tali dubbi svanirono quando vidi la foto di Hemingway. VIDI, con una chiarezza che non avevo pienamente realizzato negli scritti di Hemingway, che il moto della sua mente è movimento inteso come Azione sposata alla parola, e nel sopracitato esempio, la macchina fotografica era soltanto un altro mezzo per dire quel qualcosa che sta alla base dell’essenza della sua espressività.
Come Hemingway, Paul Polansky ha a che fare con la parola come Azione. Ma anche con qualcos’altro: nelle opere di Polansky non c’è alcuna artificiosa fuga attraverso lo stile. Queste poesie sono le azioni autobiografiche dell’uomo. Si, lui riesce a dar voce ad una donna vittima dell’Olocausto. Si, è capace di descrivere un sogno con l’elaborazione di immagini. Ma la dinamica che sta alla base della poesia di Paul echeggia in quella frase contenuta in Howl di Ginsberg,

QUESTO È SUCCESSO DAVVERO.


Vale a dire che, o per un innato istinto di giornalista che è in lui, o perché egli rifugge dai voli lirici della poesia, Polansky si è dedicato in modo quasi ossessivo all’arte della Concretezza.
Quindi ciò che si coglie nella poesia di Polansky è un’azione narrata: Ecco com’è, dice, o Ecco com’è che mi è successo — niente fronzoli —nessun sibilo melodioso — questa è FactiCity, la città in cui per lo più vivo anche io.
Ed è questo ad essere disarmante in queste poesie. Il fatto che non lo siano quasi per nulla. Sono azioni, a volte quasi dei telegrammi scritti con un linguaggio sintetico che riporta un’urgenza, o un’ingiustizia, o, in un centinaio di poesie diverse, mostra le popolazioni Rom, o altri aspetti della vita gitana in luoghi come la Cecoslovacchia o il Kosovo, dove Polansky ha vissuto negli ultimi dieci anni, aiutando gli zingari — intrappolati nel conflitto tra Serbi e Albanesi —, portandoli in ospedale quando hanno bisogno di cure mediche, e facendosi carico delle altre necessità della comunità gitana. Ha diretto il restauro del cimitero ebraico di Nish, in Serbia, in un progetto che coinvolgeva musulmani, Rom, ebrei e protestanti uniti nel lavoro da un nuovo spirito di collaborazione.
E si può anche dire che tra tutti i poeti americani in Europa, ma anche negli Stati Uniti, Polansky è il più concretamente impegnato nelle cause per i diritti umani che riguardano le vittime dell’olocausto, specialmente quello inflitto alle popolazioni Rom, e questa è una delle ragioni per cui nel 2004 gli è stato conferito il Premio Weimar, il prestigioso riconoscimento tedesco per i diritti umani.
Andando alla radice della Parola/Azione di queste poesie — ed è forse proprio questo il cuore dell’autenticità delle opere di Polansky — il lettore entrerà in un mondo che non conosce, come la maggior parte di noi. Apprenderemo, ed impareremo davvero alcune cose su popoli diversi, con modalità che saranno totalmente e straordinariamente indimenticabili — rivelate da un uomo che ha viaggiato per il mondo e che è passato dall’essere un attaccabrighe in una cittadina del Middle West americana, ad essere un pugile di fatto, per poi spostarsi in Europa nel 1963 e continuare la Giusta Battaglia, nei suoi numerosi libri di poesie, con la migliore arma in mano.

Jack Hirschman
Baronissi, 2009




Prefazione al libro "Undefeated", Multimedia Edizioni, 2009.

* * * * *

Scrittore, poeta, attivista e autore di una monumentale opera di storia orale sul popolo dell'est

L'esule americano Paul Polansky
un gadjo amico dei rom



Personaggio scomodo lo è davvero. Poeta, scrittore, storico, venticinque libri alle spalle di cui quindici di poesia, Paul Polansky è anche un attivista per i diritti umani dei Rom, uno dei pochi gadjo (così i rom chiamano gli altri popoli) che ha vissuto a lungo con loro per documentarne la storia nei paesi dell'Est. Ha fondato la ong Kosovo roma refugee foundation e dirige il settore Rom della Society for threatened people (la seconda ong tedesca per importanza). In questa ultima parte di luglio è stato ospite in Italia di eventi letterari, da Lucca a Napoli e Salerno.
Statunitense di nascita, Paul Polansky ha passato oltre quarant'anni in Europa, fin dalla fine degli anni Sessanta, quando giovane studente dello stato dell'Iowa e discendente di una famiglia di immigrati cechi, si rifugiò in Spagna per "motivi di studio" e per evitare il servizio militare in Vietnam. L'interesse per i rom nasce in maniera fortuita: nel 1993, durante ricerche genealogiche sulle origini della migrazione ceca verso gli Stati Uniti, Polansky scopre che in Boemia, a Lety, il villaggio natìo del primo emigrato ceco-ebreo negli Stati Uniti dopo la rivoluzione del 1848, era esistito un campo di concentramento per rom. Costruito nel 1939, non dai tedeschi ma dal Principe ceco Karel Schwarzenberg prima ancora dello scoppio della seconda guerra mondiale, aveva lo scopo di far ripristinare, attraverso i lavori forzati, migliaia di ettari di suoi terreni che erano stati danneggiati da un incendio. Alla chiusura del campo nel 1943, i superstiti erano stati trasferiti ai campi di concentramento nazisti. Nonostante la presenza di ricchi archivi concernenti il campo (40.000 documenti), le ricerche di Polansky per identificare i sopravvissuti vengono ostacolate ed insabbiate dal governo di Vaclav Havel. Ma alla verità non rinuncia e Polansky diventa una spina nel fianco delle autorità ceche che, per liberarsi di lui nel 1999 gli procurano un "invito" dell'Onu in Kosovo, come esperto di rom perché vada lì a occuparsi di alcuni campi per rifugiati rom.
Ironia della sorte, la nuova destinazione apre la strada a un secondo progetto scomodo di Polanski. Lo scrittore diventa testimone diretto della vicenda di due campi della zona di Mitrovica nei quali si registra uno dei più alti livelli di avvelenamento da piombo mai documentati nella storia della medicina. I campi - si verrà a sapere - sono costruiti su terreni tossici. Polansky accusa i responsabili dell'Onu di non fare nulla per evacuare i campi nonostante le notizie in loro possesso. Nessuno interviene, i profughi rimangono nei campi avvelenati. Risultato: 82 rom muoiono per avvelenamento da piombo trasmesso per via area. La battaglia di Polansky continua tuttora. In quei campip ci sono ancora persone, molte delle quali bisognose di cure. tra loro ci sono anche bambini già affetti da danni cerebrali irreversibili. E' di questi giorni una lettera aperta firmata dallo scrittore e indirizzata al ministro degli esteri francese Bernard Kouchner e all'allora responsabile dell'Onu che rifiutò di far trasferire i rom fuori dal Kosovo per ricevere cure mediche.
Sul versante teorico l'opera più importante di Paul Polanski è il progetto appena terminato One Blood, One Flame , un lavoro durato tre anni e che ha prodotto tre grossi volumi di storia orale (oltre millecinquecento pagine) sulle popolazioni rom nei Balcani e nell'Europa dell'Est. Un'opera unica nel suo genere perché fino adesso quasi nessun studio sui rom aveva preso in considerazione le loro testimonianze dirette. Forse a causa del pregiudizio, duro a morire, secondo cui "gli zingari' non conoscerebbero la propria storia o sarebbero comunque riluttanti a rivelare i propri segreti ai gadjo. La smentita sta nell'impresa di Polansky che ha raccolto una mole ponderosa di interviste ad anziani rom testimoni di un capitolo di storia europea a cavallo della Seconda guerra mondiale. Da queste interviste emergono informazioni che smontano i principali stereotipi sugli "zingari". Quello del nomadismo, innanzitutto. La stragrande maggioranza dei rom abitava stabilmente in una casa durante l'anno e soltanto in estate si spostava per vendere nei mercati i propri prodotti (cesti, cucchiai in legno, ferri di cavallo, briglie, oggetti in rame) o per partecipare all vendemmia o alla raccolta della frutta. Altra credenza è quella relativa a un'origine unica per tutti i rom. Nulla di più sbagliato. In base agli studi linguistici e alle usanze comuni le loro origini risalirebbero invece a due filoni diversi che emigrarono da diverse regioni dell'India attorno all'XI secolo: la vallata dell'Hunza nella zona nord del Pakistan (al confine con la Cina) e Multan la capitale del Punjab (identificata come il Piccolo Egitto perché era stata sotto il dominio islamico per 3 secoli). Da questi luoghi comuni alla semplificazione che tutti i rom sono uguali e sono un'unica "razza" il passo è breve. Ma di sempificazione si tratta, per l'appunto. Esiste in realtà una grandissima diversità tra i vari raggruppamenti rom derivante dal fatto che appartenevano a diverse caste professionali in India prima della migrazione verso occidente. La forte conservazione del senso di casta avrebbe semmai ostacolato forme di associazione tra i diversi gruppi in quei passaggi storici nei quali ci sarebbe stato bisogno di resistere alle persecuzioni.
Parte del materiale raccolto da Polansky riguarda le dimensioni della persecuzione nazista. Dalle storie orali sembrerebbe che il dieci per cento della popolazione rom sia finita nei lager nazisti. Dai racconti risulta che i rom erano spesso testimoni della cattura e dell'internamento degli ebrei da parte dei nazisti in quanto erano spesso dipendenti delle famiglie ebree ed erano presenti nel momento in cui questi venivano presi. Tra l'altro, molti documenti dei rom internati nei campi nella Boemia sono stati utilizzati dalla Resistenza ceca per fornire documenti falsi ai partigiani.
E oggi? La maggior parte dei rom viveva nei paesi dell'Europa dell'est e nei Balcani e durante il periodo socialista o di dominio sovietico, la stragrande maggioranza lavorava in fabbrica, aveva diritto ad un'abitazione seppur modesta, a cure mediche e i figli frequentavano le scuole. In quel periodo una o due generazioni di rom si sono scolarizzate, alcuni sono diventati insegnanti, professori, medici. Oggi c'è il ritorno all'analfabetismo. Dopo la caduta del socialismo le fabbriche sono state vendute a imprenditori privati e la manodopera drasticamente ridotta. I rom sono stati i primi ad essere licenziati, non per scarso rendimento ma per il colore della pelle. I comuni hanno cominciato a far pagare l'affitto delle case in cui alloggiavano, costringendoli a vendere i pochi averi e sbattendoli fuori quando non potevano più pagare. Non a caso nelle interviste raccolte da Polansky prevale un senso di pessimismo sul futuro prossimo in un'Europa permeata da xenofobia e razzismo.

Pina Piccolo



Liberazione, 29/07/2009

Undefeated
Undefeated 2009 304 Altre Americhe