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L'inferno della speranza - Ante Zemljar

Testo a fronte: Si
ISBN: 88 - 86203 - 37 - 3
Collana: Poesia come pane
Pagine: 112
Anno: 2003
Curatore:
Traduttore: Stevka Smitran

Prezzo: 10.00 €
PREFAZIONE

PER UNA POETICA DEL MARTIRIO

Ho conosciuto Ante Zemljar molto più tardi della maggior parte dei poeti della sua generazione nella ex-Yugoslavia. Quando feci il mio ingresso nel mondo della letteratura, da giovane studente, le sue opere non erano accessibili. Un editore mi aveva proposto di fare una antologia della “Poesia della Resistenza” - non ho inserito le poesie di Zemljar che non conoscevo. Un vecchio amico, Sime Vucetić, anch’egli poeta, me lo ha rimproverato e mi ha presentato Ante Zemljar. È stato allora che ho avuto l’occasione di leggere e conoscere la sua biografia.
Zemljar è nato nell’Adriatico del Nord (nel 1922), sull’isola di Pago, nell’omonima città, in seno ad una povera famiglia di pescatori e coltivatori di una terra arida. I suoi parenti credettero di assicurargli un avvenire mettendolo in un seminario cattolico. Egli ben presto si ribellò alla vita monastica e ai dogmi della religione, impegnandosi, alla vigilia della guerra, nel movimento dei giovani comunisti, contro l’ingiustizia sociale ed il fascismo che si riavvicinavano dalle frontiere del nostro paese. Allo scoppio della guerra, la Jugoslavia fu occupata come tanti altri paesi europei, e divisa tra differenti conquistatori (aprile 1941), egli subì la prigionia, la tortura e la tubercolosi. Ognuna di queste cose era mortale. Esse troveranno una profonda risonanza nell’opera del giovane poeta. Ante Zemljar farà parte dei primi gruppi di insorti: del nucleo della futura armata dei partigiani di Tito. Si dedicò, corpo ed anima, alla lotta antifascista di liberazione, sia contro gli ustascia della Croazia di Pavelić che contro i fascisti italiani di Mussolini che avevano occupato la Dalmazia con le sue isole. Conobbe, da giovane, una delle guerre più sanguinose, vittorie entusiasmanti e disfatte disperate, la morte di qualche amico fraterno, una persecuzione quasi costante: “la corsa sull’isola” dove fuggiva talvolta da un capo all’altro, da solo, per far finta di essere una brigata. Il suo piccolo zaino di guerriero si riempiva di fogli umidi di pioggia e sgualciti dal vento, sui quali furono scritti o iscritti i suoi poemi. Durante un attacco molto duro, affidò il suo piccolo fagotto ad un compagno che, cercando di salvarsi, lo perse o l’abbandonò. I poemi che erano lì dentro sono scomparsi per sempre, rimasti da qualche parte in un burrone, forse bruciati o annientati dal nemico. L’autore ne scrisse altri, nutriti da una passione bruciante che si coniugava con la sua attività di militante partigiano e di rivoluzionario. Sognava una situazione che cambiasse una semplice libertà d’espressione in una espressione di libertà il più radicale possibile, senza per questo tradire la disciplina che esigeva il combattimento. Inviò qualche saggio della sua poesia ai compagni incaricati di dirigere le “risorse culturali” al Comitato del Partito e ne ricevette una risposta scoraggiante: le sue opere non sono sufficientemente comprensibili “per il popolo”, le sue ricerche sono troppo poco “accessibili al lettore”; sono prossime a quelle “dei surrealisti” la cui rivolta si è rivelata “sterile” ed è stata “abbandonata dalla maggior parte dei poeti francesi” ed anche condannata dal movimento comunista. Questa fu la prima e forse l’unica critica di questo genere emessa nel corso della lotta partigiana nel suo paese. L’idea che difendeva una simile condanna si riallacciava all’arsenale ideologico di uno Zdanov e dei suoi compari in una Unione Sovietica stalinizzata. Zemljar non accettò di “correggere” la sua poetica proseguendo nella propria attività. All’inizio del dopoguerra, i primi attacchi sul piano estetico in Croazia ebbero come obiettivo, tra gli altri, una grandissima poetessa chiamata Vesna Parun e lui stesso. Le loro metafore erano considerate troppo “ermetiche”, esageratamente “moderniste”, quasi “decadenti” (questo termine fu utilizzato come un’accusa politica). Fu così fino al 1948, data fatidica della rottura Tito-Stalin. Nel momento in cui si annunciava nelle lettere jugoslave una nuova fase marcata da un “disgelo” artistico ed ideologico, unico allora nell’Europa dell’Est, che permetteva alla poesia ed alle arti plastiche di prendere uno slancio insperate, Ante Zemljar stava per vivere i giorni più tragici della sua vita. Dopo aver formulato qualche giudizio critico concernente il partito ed alcuni dei suoi antichi compagni che avevano cambiato troppo rapidamente la loro posizione rispetto all’U.R.S.S., fu imprigionato e deportato sull’Isola Calva (Goli otok in croato) - un atroce campo di concentramento nel nord dell’Adriatico. Temendo un’invasione dell’Armata rossa, i cui carri armati si trovavano già alle frontiere della Jugoslavia, su questo isolotto carsico, battuto in inverno da una bora violenta e bruciato in estate da una siccità insopportabile, furono “isolati” quelli che avevano approvato le critiche al partito comunista jugoslavo pronunciate dalla “Risoluzione del Kominform”, emanata da Stalin stesso. Un buon numero di quelli che furono internati non avevano nulla a che vedere con questa “Risoluzione”. Con Zemljar si trovò anche in questo campo più di un compagno italiano, fedele alla “linea di Togliatti”. Le condizioni di vita o di sopravvivenza erano spaventose, più difficili che nelle peggiori battaglie della Resistenza. “La paura del peggio rimpiazzava completamente l’attesa del meglio”, ricorda il testimone. Gli antichi compagni, diventati inquisitori, volevano estorcere delle confessioni che confermassero che i detenuti avevano collaborato con lo spionaggio sovietico o avevano voluto scalzare il regime titoista. Sotto un calore infernale i detenuti frantumavano i blocchi di roccia non per farne ciottoli di macadam, ma per gettarli semplicemente in mare - al fine di riempire l’abisso. Nessun Sisifo avrebbe inventato nulla di più crudele. Una serie di altre vessazioni, una più umiliante dell’altra, erano praticate contro quelli che osavano disobbedire o soprattutto rivoltarsi. Non era permesso scrivere alcunché su un pezzetto di carta. Zemljar trovò qua e là dei frammenti di sacchi di cemento, fatti di carta dura, gialla, ruvida. Scriveva su questi le s ue poesie e le nascondeva in mille modi, usando spesso un linguaggio cifrato, comprensibile soltanto a lui stesso. Dopo poco meno di cinque anni di lavori forzati e di torture patite, questo isolano lasciò l’isola della “colonia penitenziaria” dove questi antichi compagni l’avevano esiliato. Tutta la sua opera futura sarà marcata da questa esperienza - da una sorta di grande stupore. Egli ha continuato a vivere, ovvero a scrivere. Ha nascosto a lungo i suoi “scritti di laggiù” e la censura non gli ha permesso per molti anni di pubblicarne di nuovi. Questo vi spiega, caro lettore di questa umile introduzione e di questo libro patetico, la ragione per cui ho conosciuto anch’io, con tanto ritardo l’opera di Ante Zemljar e la sua leggenda personale. Essa occupa nella poesia dei campi e dei gulag un posto a parte. Il suo autore è rimasto, questo è altrettanto eccezionale, fedele ai suoi ideali di gioventù, opponendosi con un coraggio straordinario alla distruzione della Jugoslavia ed ai regimi ultra nazionalisti istaurati in alcune delle sue componenti. La traduttrice Stevka Smitran, poetessa anche lei, si è sforzata di trovare in italiano un’espressione che convenga allo stesso tempo al lirismo di Zemljar e alla sua parola ansiosa di rendere testimonianza. È fiera quanto me di presentare questa opera e questa vita, indissociabili l’una dall’altra, al pubblico di un paese vicino ed amico.

Predrag Matvejević

BIOGRAFIA

Ante Zemljar è nato nel 1922 nell’isola di Pago in Craozia. Si è laureato all’università di Zagabria in lettere comparate. Scrittore, poeta, saggista e mosaicista. Giovanissimo
subisce una certa influenze del surrealismo. Partigiano della prima ora combatte e scrive poesia per le sue montagne e le isole. La sua poesia non soggiace alle regole del socialismo realista e i suoi dirigenti rifiutano la pubblicazione.
Nel 1949 viene arrestato perché non condivide la dittatura. In prigione, a Goli Otok, una delle più feroci d’Europa dopo la II Guerra mondiale, dov’erano imprigionati anche numerosi italiani, rimane quattro anni e mezzo. Nella prigione, scrive di nascosto una raccolta (L’inferno della speranza, in corso di stampa presso la Multimedia edizioni di Salerno) che riesce a pubblicare solo 40 anni dopo.
Questo libro lirico-elegiaco è una grande accusa contro tutti gli oppressori in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Dopo la prigionia, Zemljar ha vissuto in patria come un esule, per 35 anni sotto lo sguardo vigile della polizia.
Ha partecipato alla manifestazione Poesia contro la guerra (1999) e Lo spirito dei luoghi. Incontri internazionali di poesia (4ª edizione, ottobre 2000).

ESTRATTO

DOMANDA

solitaria
verde
ondeggia la canna

è il vento

per il mio inutile secolo
tremo nel voler capire
da dove viene?


RISPOSTA

quando ondeggia
la verde
canna
abbine cura

non chiedere da dove soffia il vento

RECENSIONI

«L'inferno della speranza» di Ante Zemljar
Testata:Panorama (Croazia)Data:31/3/2004Autore:Gianluca Paciucci
Un inferno di speranza grida dall'Isola Calva
Testata:La voce del popoloData:0/0/2003Autore:Laura Marchig
Storia di Ante Zemljar, poeta croato perseguitato
Testata:L'OpinioneData:5/3/2003Autore:Stefano Magni
Elegie slave dal carcere
Testata:Alias - Il ManifestoData:3/5/2003Autore:Giacomo Trinci
«L'inferno della speranza» di Ante Zemljar

Si tratta di un volume dantesco, della discesa agli inferi di quel comunismo stalinista e antistalinista («Stalin non si caccia con Stalin», si legge a pagina 25) che aveva precocemente smarrito la diritta via e che non saprà recuperarla dopo l’attraversamento dei regni: anche perché, sembra dirci Zemljar, all’ ‘inferno della speranza’ nemmeno seguono purgatorio e paradiso –socialisti, ovviamente- e il regno dei dannati non basta né a redimerci né a renderci consapevoli di quanto è successo e di quanto succede. Volume dantesco, con illustrazioni di Ante Lukateli, Nido Erceg e Alfred Pal che rimandano all’ iconografia dei lager e dei gulag, ma anche ai disegni di Doré per la Commedia e ai disegnini infantilmente inquietanti di Kafka.

Il volume di Zemljar ci interroga soprattutto perché è grande poesia, scritta su «frammenti di sacchi di cemento», come scrive Matvejević nell’introduzione, perché è la poesia di un irriducibile che ha visto i suoi compagni di lotta antifascista catturarlo e imprigionarlo, torturarlo e umiliarlo. Non serve pacatamente avanzare motivazioni, come sempre Matvejević fa nell’introduzione, sostenendo che, subito dopo la rottura del ’48 tra Tito e Stalin, i carri armati dell’Armata Rossa «si trovavano già alle frontiere della Jugoslavia»: questo non giustifica il crimine ripetuto, il compiacimento nell’orrore, i riti di sadismo a cui gli aguzzini di Tito, Kardelj e Ranković si davano con fanatismo cieco. A Goli otok, l’Isola Calva, finirono resistenti e comunisti sinceri (stalinisti, inevitabilmente), finirono partigiani jugoslavi e italiani (1) fedeli alla risoluzione del Cominform che condannava l’eresia titoista, uomini giunti in Jugoslavia per ‘costruire il socialismo’ (decine e decine gli operai dei cantieri navali di Monfalcone, tra gli altri) e poi costretti nella morsa della storia, nello stupido ingranaggio che non era inevitabile si mettesse in moto a stritolare uomini e storie, futuro dei popoli e di un’idea. A Sarajevo hanno appena aperto un ‘Bar Tito’ lungo il fiume, bel locale alla moda, tra foto del Maresciallo con Richard Burton e Sofia Loren, una parete con disegnati i movimenti delle truppe partigiane nella decisiva battaglia della Neretva, e Red Hot Chili Peppers a tutto volume, tutto tranne che un locale di nostalgici alla Predappio: e questo basterebbe a negare le scempiaggini della comparatistica del ‘Novecento dei totalitarismi’, anche perché gli sparuti titoisti di oggi si battono per l’obiezione di coscienza e contro i fascismi mafiosi che dominano tutta l’ex Jugoslavia. Eppure un senso di disagio permane, un non detto che guasta, e la sensazione di un grande spreco.

Nudità e pietra governano sull’Isola calva : ‘Nudi interrogativi di pietra’, ‘Nude aguzze pietre’, ‘Nude cicatrici di pietra’, ‘Nudo inventario di pietra’, sono le prime quattro sezioni del libro, seguite da ‘La ballata autobiografica di un traditore in servizio’. La pietra va inutilmente spezzata e inutilmente lavorata e trasportata, la pietra è l’essenza nascosta del sole, fuoco e vita attorno, ma buio freddo nell’intimo. Tutto ha una doppia faccia, o meglio ne ha una sola, quella strana del ‘compagno aguzzino’: «…luccica verso di te la stella di latta sul basco del compagno/ la tua pistola pende al suo fianco…», in ‘Oblio all’alba’; oppure: «…mio padre non ha visto/ quell’alba in cui mi hanno portato via i compagni…», in ‘L’addio alla madre’, dove ‘i compagni’ sono il soggetto di una morte «peggiore di quella per mano straniera». Il reame intero è pietrificato, come in una fiaba: «…nel cuore della dura pietra/ con la pietra mi è permesso d’impietrire…» e «…rinchiuso nella pietra/ salgo sulla pietra/ per sorseggiare/ l’onnipotente/ mia nebbia di pietra», in ‘Parole di pietra’. Non c’è scampo, poiché tutti gli elementi si riducono a una sola solida barriera, senza più distinzione, senza più differenze. Percorsi insoliti possono aprirsi, come in ‘Gli stracci’: «negli stracci costruiamo sentieri», che però sono solo «accessi alla nostra prigione». La parola sembra l’ultimo lembo di terra libera, prima dell’annientamento («…se annientano la tua parola/ diverrai argilla/ cera/ plastilina…» in ‘Arida oasi di parole’), ma anche segno dell’impossibile, nel breve periodo, salvezza («…impotente mietitore di parole/ in nessun modo trovo quella giusta…», in ‘La ballata autobiografica…’).

Eppure in tutta la raccolta è possibile trovare, come non accade mai nella letteratura del gulag (né in Solženicyn né in Šalamov né in Dovlatov) forse anche a causa delle dimensioni spazio-temporali che l’universo concentrazionario sovietico assunse, quel ‘pessimismo agonistico’ che Timpanaro riconobbe nella poesia di Leopardi, quella furia dell’umano che sa a volte nascere, quando l’umano è radicalmente negato, contro tutto e contro tutti, eccettuati i ‘compagni di pena’, gli unici veri compagni –a volte anch’essi umanamente vili e crudeli- con i quali, sotto ogni latitudine e al di là di ogni ragione, è sempre gioia dividere il pane. Scrive Zemljar che «…la poesia riceve l’anima/ quando scende negli inferi», in ‘La poesia’, e così anche la speranza nel ‘suo’ inferno.

Gianluca Paciucci

NOTE :
(1): vedi il volume di Giacomo Scotti Goli otok. Italiani nel gulag di Tito, Trieste, LINT, 2002 (prima ed. 1991), pp. 406, € 22.00. Da pag. 253 a pag. 261 Scotti dedica due brevi capitoli a Ante Zemljar, « Gli italiani di Zemljar » e « Poeta a Goli ».
Un inferno di speranza grida dall'Isola Calva

IL LIBRO DI ANTE ZEMLJAR TRADOTTO IN ITALIANO
Con una prefazione di Predrag Matvejević

Chi ha avuto occasione d'incontrare degli ex detenuti politici che sono riusciti a sopravvivere all'inferno dell'Isola Calva - Goli Otok, si sarà accorto che questi, per molti aspetti, si assomigliano tutti. Ne conosciamo diversi, alcuni perché li abbiamo intervistati, altri semplicemente perché sono dei fiumani connazionali che incontriamo al Circolo e con i quali ci fermiamo a scambiare qualche parola quando li incontriamo per la strada. Non dobbiamo dimenticare che il numero degli italiani che furono internati nel gulag dell'Isola Calva è altissimo. Lo sguardo dei testimoni delle atrocità di Goli Otok è particolare, nei loro occhi c'è un'ombra che ti fa capire che nonostante tutti gli sforzi che hanno fatto per tentare di dimenticare l'orrore e le umiliazioni subite, per mantenere intatta la propria integrità d'individui, qualche cosa dentro di loro si è comunque spezzato. È una ferita dell'anima che sanguina e non riesce a guarire, un trauma che è diventato cronico, perché per molto tempo, una volta tornati dalla prigionia, sono stati obbligati a mantenere l'assoluto silenzio su ciò che avevano visto e che avevano subito. Per decenni hanno poi continuato a sentire sul collo il fiato della polizia segreta che non ha mai cessato di tenerli d'occhio. Ecco che anche al giorno d'oggi, se vi trovate a fare un'intervista in un luogo pubblico con un ex internato di Goli Otok, o più informalmente, vi sedete con lui in un caffè, lo vedete guardarsi intorno con sospetto per cercare d'individuare qualche possibile spia "di quelli là che neanche ora hanno cessato di essere attivi e che potrebbero tornare a colpire in ogni momento".
Ante Zemljar, poeta, scrittore e mosaicista, nato sull'isola di Pago nel 1922, ha dovuto aspettare 40 anni per poter pubblicare il libro di poesie intitolato "Pakao nade" - (L'inferno della speranza). Questi versi intensi e disperati, ma lucidi e profondi come se fossero stati scolpiti sulla nuda roccia, furono scritti da Ante Zemljar fra il 1949 e il 1953 durante gli anni di prigionia trascorsi sull'Isola Calva, su dei frammenti di sacchi di cemento trovati qua e là. Perché nessuno, né i suoi aguzzini, né i suoi compagni di prigionia potessero comprendere quello che Ante aveva scritto su quei pezzi di carta da imballo che lui comunque provvedeva a nascondere accuratamente, inventò un linguaggio cifrato.
A Zemljar che fu partigiano della prima ora e che come tanti altri fu arrestato nel 1949, perché si era trovato a non condividere la rottura sovietico-jugoslava, venne impedito di pubblicare le sue opere fino al 1985, in quanto era considerato un "nemico interno". Nel 1985 apparve il libro intitolato "Braccato sull'isola n.2" la cui seconda edizione fu pubblicata nel 1997 con il titolo di "L'inferno della speranza".
Recentemente le poesie de "L'inferno della speranza" sono state tradotte in italiano dalla poetessa Stevka Smitran e pubblicate dalla Casa editrice Multimedia edizioni di Salerno e con una prefazione di Predrag Matvejević. Il libro che ha suscitato grande interesse da parte della stampa e del pubblico d'oltre confine, è stato presentato, nel corso di un tour durato un intero mese, in varie località italiane fra cui Salerno, San Giovanni Rotondo, Reggio Emilia, Pistoia, e qualche giorno fa anche a Roma.
All'interno dell'edizione italiana troviamo alcune illustrazioni di Ante Lukateli, Nido Erceg e Alfred Pal.
In occasione di un nostro incontro, qualche anno fa, Zemljar che era stato un poeta della Resistenza, ci raccontò che fine avesse fatto il suo primo libro di poesie: "Se lo fumarono i miei compagni partigiani che usarono quella che per loro era solamente della carta, per avvolgerci il tabacco." In seguito inviò dei nuovi versi e qualche saggio ai compagni incaricati di dirigere le "risorse culturali" al Comitato del Partito ma questi giudicarono le sue poesie "non sufficientemente comprensibili" "per il popolo" e i suoi saggi troppo poco "accessibili al lettore", troppo vicine a quelle dei "surrealisti la cui rivolta si è rivelata "sterile" ed è stata abbandonata dalla maggior parte dei poeti francesi. Zemljar non accettò di correggere la sua poetica e all'inizio del dopoguerra si ritrovò insieme alla poetessa Vesna Parun, ad essere preso di mira dal regime che aveva deciso di reagire contro quegli scrittori colpevoli di creare delle metafore troppo "ermetiche", esageratamente "moderniste e "decadenti". Processato e condannato per "delitto verbale", per aver espresso dei giudizi sul partito e alcuni suoi antichi compagni che avevano cambiato troppo rapidamente la loro posizione rispetto all'Unione Sovietica, fu internato sull'isola di Goli Otok.
In un art film realizzato quest'estate sull'Isola Calva, dall'architetto Vladi Bralić e dal light designer Deni Sesnić, Ante Zemljar, passeggiando per i sentieri di quella che per cinque anni fu la sua prigione e la sua camera di tortura a cielo aperto, racconta i dettagli di una prigionia che portava degli esseri umani a sentirsi come degli animali.
La strategia, racconta, era quella di trasformare gli stessi internati in carnefici. I prigionieri erano costretti a malmenare brutalmente gli altri prigionieri se non volevano a loro volta essere torturati o anche uccisi.
Nella sua prefazione al libro Predrag Matvejević spiega i motivi per cui ha conosciuto in ritardo l'opera di Ante Zemljar e la sua leggenda personale. Pur essendo stato un poeta della Resistenza, scrive, le sue opere non sono state per molto tempo accessibili.
La sua opera, rileva Matvejević, occupa nella poesia dei campi e dei gulag un posto a parte. "Il suo autore" prosegue "è rimasto, questo è altrettanto eccezionale, fedele ai suoi ideali di gioventù, opponendosi con un coraggio straordinario ad una distruzione barbara della Jugoslavia ed ai regimi ultra nazionalisti instaurati in alcune delle sue componenti."

Laura Marchig
Storia di Ante Zemljar, poeta croato perseguitato

Ante Zemljar, poeta croato e professore, può considerarsi un simbolo. Il simbolo dei perseguitati dai totalitarismi del XX secolo. Braccato dai nazisti e dai fascisti che occupavano la Croazia, eroe della resistenza partigiana, fu poi internato nel gulag di Goli Otok, sotto Tito, assieme a milioni di altri dissidenti. “Bastava dire una sola parola di critica contro i nuovi padroni, contro il regime di Tito, per essere internati in un campo di concentramento. Tanti eroi della resistenza contro i nazisti, tutti combattenti per la democrazia e la libertà, sono stati vittime della repressione del nuovo dittatore.” Lo abbiamo incontrato nel corso del Memento Gulag, la giornata per la memoria delle vittime del comunismo, organizzata a Roma, lo scorso lunedì 3 marzo, dai Comitati per le Libertà.

Ante Zemljar, l’aspetto sereno, nonostante un passato che difficilmente passa, si scusa per il suo italiano “peggiore di quello di un bambino”. E inizia a raccontare come sia entrato nel vortice della persecuzione totalitaria: “Ho preso le armi contro i nazisti, quando ho visto che cosa hanno fatto agli Ebrei nell’Isola di Pag, dove sono nato e dove vivevo. Ne hanno ammazzati a migliaia: tutta brava gente che non aveva mai fatto del male a nessuno. Sono morti anche tanti miei amici, fra cui un mio professore, del liceo classico, originario di Zagabria”. La sua prima forma di protesta fu molto pacifica: non potendo fare nulla per gli Ebrei che erano stati internati nel campo di concentramento di Pag, non potendo neppure avvicinarsi al filo spinato, il giorno dei morti, con un gruppo di amici, dedicò una corona funebre alle vittime della repressione e la pose sulla croce centrale del cimitero.

Dal giorno seguente, la polizia della guarnigione italiana incominciò a dargli la caccia. “Solo che fino ad oggi non mi hanno trovato. Ed è solo per questo che sono vivo e posso ancora parlarne” dice con una risata di soddisfazione. Subito dopo andò sulla terraferma, sulle montagne, a combattere nelle file dell’esercito della resistenza. Divenuto ufficiale, decorato, alla fine della guerra lasciò l’esercito “Io sono un poeta, non volevo passare il resto della mia vita sull’attenti”. In un film di propaganda di sinistra o in un qualsiasi film sulla resistenza, il finale potrebbe essere questo: l’eroe della resistenza che, dopo aver combattuto vittoriosamente i nazisti e i fascisti, dismette la divisa per tornare ai suoi studi. Ma la realtà era ben diversa, nella Jugoslavia di Tito, quella Jugoslavia che molti rimpiangono come esempio di “pacifica convivenza dei popoli”.

“Abbiamo incominciato a renderci conto della vera natura di Tito quando incominciò la sua lotta personale contro Stalin. Non ci si prospettava più un futuro di pace e progresso, ma una nuova guerra. Incominciammo a contestare il regime di Tito, quando vedemmo che non aveva più niente di democratico. E tutti noi avevamo combattuto per democrazia e per la libertà di ogni uomo. Io ero un poeta, forse l’unico nella guerra partigiana, ma il realismo socialista condannava ogni forma di poesia e di arte. Non ho potuto scrivere nulla, nemmeno quando hanno incarcerato molti miei colleghi, molti giovani che rappresentavano il meglio della cultura del Paese. Mi sono limitato a dire, in privato e a bassa voce, che bisognava buttar giù quelle quattro merde (sic!) che tenevano il potere per restaurare la democrazia.

E tanto bastò per farmi arrestare. Un anno e mezzo fuori Zagabria, sepolto vivo, sottoterra, dove un cane non potrebbe resistere nemmeno un giorno. E poi a Goli Otok, dove abbiamo provato sulla nostra pelle quello che neanche i Russi sotto Stalin hanno subito. Perché il titoismo è molto peggiore dello stalinismo, più perverso, più raffinato. Stalin ti confinava a Kolyma o in Siberia e ti dimenticava là. Sotto Tito eri seguito ogni giorno, torturato, rilasciato, ripreso e torturato in modo ancora peggiore. E così via, finché non avevi cambiato testa o non eri del tutto stroncato.” Ante mostra la mappa del carcere di Goliotok, un vero e proprio girone infernale, scavato nella roccia, con un baraccamento dove i prigionieri erano stipati come sardine, una piccola cucina con annesso spazio per le torture, dove i prigionieri più sfortunati venivano torturati e picchiati davanti a tutti, “anche davanti agli occhi degli ufficiali jugoslavi che, secondo me, erano lì a godere nel vederci picchiare”.

Un unico bacino d’acqua, lontano, in cima a una lunga salita. “L’inferno della speranza” si intitola il libro di poesie che Zemljar ha dedicato a quel gulag. “Molti miei amici, valorosi ufficiali della resistenza, non hanno resistito. Alcuni si sono tagliati la gola usando anche i cucchiai, in assenza d’altro. Altri sono completamente impazziti”. Racconta come, in modo avventuroso, è riuscito a scrivere e a conservare le sue memorie, scrivendole su pezzi di sacchi di cemento e nascondendole sotto i sassi. “Quando, dopo cinque anni, mi hanno liberato, quel libro non l’ho fatto vedere a nessuno. Nemmeno mia moglie sapeva della sua esistenza.” E’ solo per questo che le sue memorie sono arrivate fino ad oggi. Per Ante Zemljar non c’è pace, nemmeno oggi, in una Croazia indipendente e post-comunista. Per la sua risaputa amicizia con gli Ebrei e per il suo passato di resistente, gli Ustascia di Tudjman gli hanno devastato la casa.

Stefano Magni

Elegie slave dal carcere

Con L'inferno della speranza (Multimedia Edizioni, a cura di Stevka Smitran, pp. 112, € 10,00), ci arriva la voce di Ante Zemljar, poeta nato nell'isola di Pago in Croazia nel 1922. Dopo il carcere fascista, nel 1949 viene arrestato perché non condivide la rottura sovieto-jugoslava e spedito all'Isola Calva. In prigione scrive segretamente questa raccolta. La formalizzazione coatta dell'informe, del provvisorio e caotico, conserva insieme qualcosa di straordinariamente magmatico; come se i fatti bucassero nella loro violenta innocenza ogni maglia o tessuto di ordinamento cronologico e storico. La grandiosa impresentabilità della poesia di Zemljar, stupefatta dall'angustia di un muro come dall'immaginaria apertura improvvisa di un cielo, sembra, pur così ferita dal tempo, ignorare il tempo stesso; ecco perché, demoniaca e bambina come solo la vita sa essere, non ha bisogno di padri da cercare nel passato, o da ritrovare nel futuro, ma tocca solo sembianze di fratelli, nella pura materialità di cui è fatta: "prima che tu lanci maledizioni/ricordati:/c'è un monte/dove maledire/se stessi//quando supererai te stesso, amico/facilmente ci metteremo d'accordo."( Sul Monte Ekbal). Gli inizi del suo apprendistato poetico sembrano coincidere con lo scoppio della guerra e l'occupazione della Jugoslavia, divisa tra differenti conquistatori; lo zdanovismo imperante nell'ideologia culturale comunista giudicava troppo poco accessibili al lettore le sue poesie, legate alla temperie surrealista, e considerate ermetiche. Poi l'esperienza della guerra partigiana, della prigionia, e soprattutto della colonia penitenziaria, dispiegano ai nostri occhi di umili commentatori, con la tragedia il prodigio: la metafora si invera, questo in poche parole; il braccato è fisicamente rinchiuso. L'uomo si sveste del residuo metaforismo, e incarna la precedente allegoria. Potente come un fanciullo, la poesia è qui. Come solo con l'Ungaretti dell'Allegria, nelle trincee del Carso dell'altro grande macello del secolo appena trascorso, mi sono chiesto: quando saranno state scritte questi componimenti, e perché in momenti come questi si sente il bisogno di scrivere in versi?. A differenza però di gran parte delle poesie di Ungaretti, queste di Zemljar non hanno l'aria di essere state scritte durante "una sosta della lotta", ma dentro di essa, e non c'è cosa umanamente più commovente. Anche se non fossimo in una situazione di emergenza come in questo momento, ugualmente sentiremmo l'abbraccio fraterno di questi versi che soccorrono; e questo perché, a differenza di molti di noi, Zemljar è un poeta che non ha avuto tempo di vergognarsi di scrivere poesie; si è mosso in una realtà essenziale che non chiedeva facili patetismi per l'edificazione di facili sensi di colpa. Chi non ha tempo di fingersi triste, tiene un passo allegro e sicuro; per questo il tempo scuro e tragico, la condizione buia che obbliga a nascere la poesia di Zemljar rende innocente e vasto il suo metro, il suo canto: nell'inferno della speranza c'è la biologia del poetico.

Giacomo Trinci