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Giustizia da morire. Voci umane dei brac... -

Testo a fronte: No
ISBN: 88-86203-3-4
Collana: Altre Americhe
Pagine: 160
Anno: 1998
Curatore: Marco Cinque
Traduttore:

Prezzo: 12.50 €
PREFAZIONE

“Vorrei che questo libro venisse letto da quante più persone possibile, donne e uomini di ogni età e condizione, ragazze e ragazzi soprattutto.
È un libro bellissimo, generoso e commovente.
Ci aiuta a capire che l’esecuzione capitale è un crimine peggiore dei delitti che vuol punire, perché non solo uccide ma insegna a uccidere.
Ci aiuta a capire che fino a quando la pena di morte esisterà, anche in un solo angolo della terra, l’umanità non sarà uscita dalla barbarie”.

Luigi Pinto


Qualcuno sta uccidendo gli autori che riempiono le pagine di questo volume. Gli autori in questione sono i prigionieri rinchiusi nei bracci della morte, mentre gli assassini sono i tribunali, le autorità statali e federali e i boia statunitensi.
Anche la popolazione degli Usa, in buona percentuale, è più o meno attivamente consenziente alle uccisioni legalizzate. Ma, nell'immaginario collettivo dei cittadini americani, i condannati a morte assumono cliché ben determinati: killer spietati, bruti perversi, mostri assetati di sangue e via dicendo. Tale faziosità, in gran parte indotta dalle autorità governative e dai mass-media, nel rappresentare i prigionieri in attesa d'esecuzione, determina una diffusa predisposizione a desiderarne la soppressione. È proprio sul lavoro metodico di disumanizzazione dei condannati a morte che si riesce a rendere accettabile, talvolta irrinunciabile, la pena capitale agli occhi della collettività. Ma se questi condannati venissero in qualche modo riumanizzati, se emergessero i loro sentimenti, le loro paure, le loro debolezze, allora, anche in caso di colpevolezza o responsabilità accertata del crimine di cui sono accusati, non ci sarebbe più la stessa vasta propensione popolare a volere la loro morte. Questo è uno dei motivi per cui le autorità politiche e carcerarie non prevedono alcun programma di riabilitazione in favore dei prigionieri, al contrario, cercano di abbrutirli quanto più possono per giustificarne l'eliminazione fisica e sociale.
Gli Stati Uniti d'America, questo grande paese che viene considerato e si autoconsidera paladino planetario del progresso e della civiltà, della cultura e dell'etica morale, delle libertà civili e dei diritti umani, sono anche l'ultimo paese occidentale a prevedere e ad attuare la pena di morte. Qui la vita umana viene ancora estirpata in nome della collettività e con la pretesa che tale assassinio, che resta sempre e comunque un assassinio, acquisti un valore e una sacralità che non gli spettano.
Con questo libro si ha l'intenzione, in special modo a partire dal capitolo "Voci umane", di andare oltre la pur nobile retorica e di mettere il lettore nella condizione di poter approfondire l'argomento attraverso le dirette testimonianze dei condannati alla pena capitale.
I contributi qui pubblicati, provenienti dai bracci della morte, sono prevalentemente frutto di corrispondenze epistolari. Nei rapporti umani che intercorrono tra i prigionieri in attesa d'esecuzione e le persone del mondo libero, si è stimolati a ragionare oltre i consueti termini di innocenza o colpevolezza, e si aprono porte inattese che lasciano intravedere i nostri stessi lati oscuri.
Ogni condannato a morte di questo volume, ognuno tra i tanti, meriterebbe un'intera pubblicazione; cosa che per alcuni è già avvenuta. Ma quello che si vuole evitare è proprio la personalizzazione eccessiva o l'accentramento di attenzione su un unico caso giudiziario. Prese una alla volta, queste persone dalle vite a perdere, non darebbero mai l'immagine di iniquità, immoralità e ingiustizia subìte che l'intero coro dei "senza voce" è in grado di dare. L'urlo silenzioso dei condannati in attesa d'esecuzione deve scuotere le sopite coscienze delle cosiddette società civili, e dev'essere motivo di profonda indignazione per ogni essere umano che voglia ancora sentirsi degno di chiamarsi tale. Non si riuscirà a intravedere un benché minimo barlume di equità e di giustizia fino a quando gli omicidi legali non verranno giudicati alla stregua di quelli illegali; oppure, più ragionevolmente, sin quando non si cancellerà la pena di morte in ogni luogo della Terra.
È duro ammetterlo, ma è possibile che durante il tempo trascorso tra lo scrivere, il pubblicare e il far leggere questo libro, alcuni degli autori saranno stati già privati della loro vita. Purtroppo, oggi, è ancora questa la realtà che si va consumando nella "civile" America. Una realtà spietata, dove i "figli di un dio minore" vengono soggiogati, brutalizzati, torturati, eliminati, nella feroce mattanza travestita da giustizia, ma che è, in verità, l'espressione più vergognosa della crudeltà umana: la pena di morte. Ma impartire una lezione di morte per insegnare a non uccidere è una contraddizione tanto evidente quanto inaccettabile. Sarebbe come pretendere di insegnare la non-violenza con la violenza.
Come può uno Stato considerare immorale e improponibile legalizzare e far propri reati come il furto o la truffa, e non esitare a legalizzare e far proprio, in modo freddo, spietato e premeditato, il peggiore dei reati: l'omicidio?

Marco Cinque
BIOGRAFIA

ESTRATTO

RECENSIONI

Il braccio americano della legge
Testata:Il manifestoData:20/5/2000Autore:GUIDO MOLTEDO
Il braccio americano della legge

Sono oltre 3.500, e in continua crescita, i detenuti nei penitenziari statunitensi "in attesa che il boia compia il suo lavoro in nome e per conto dello stato", come scrive Marco Cinque in Giustizia da morire (Multimedia Edizioni, pp. 160, L. . 25.000). "Un libro bellissimo, generoso e commovente", secondo il giudizio affidato alla copertina da Luigi Pintor, che certo non è uno prodigo di superlativi. Un libro bellissimo, dunque, e sconvolgente, come è sconvolgente il tema della pena di morte: fatte le debite differenze, suscita lo stesso tipo di reazioni che provoca la rievocazione dello sterminio degli ebrei. Colpisce, in entrambi i casi, che uno stato possa, deliberatamente e scientificamente, escogitare e mettere in opera meccanismi omicidi, sofisticati nella loro barbarie.
Il lavoro di Marco Cinque è freddamente minuzioso nel rappresentare in tutti i suoi aspetti la follia razionale della pena di morte negli Stati Uniti, l'unico paese occidentale a prevederla nel codice e a praticarla, a un ritmo peraltro sempre più concitato e intenso, mentre cresce parallelamente la popolazione carceraria e si affermano pratiche di detenzione aberranti, come vere e proprie forme di lavori forzati in penitenziari privatizzati e quotati in borsa. Un universo di annientamento umano che è la migliore smentita del suo valore deterrente.
Cinque offre tutti i dati più aggiornati, compreso il numero incredibile delle condanne alla pena capitale inflitte a persone che in seguito sono risultate completamente innocenti (416 casi dall'inizio del secolo). E descrive meticolosamente quel che accade nel braccio della morte, la sua durezza non solo psicologica - deprivazioni, sevizie e anche torture sono all'ordine del giorno - da far sembrare l'arrivo del boia quasi una liberazione. L'autore elenca le varie modalità dell'eliminazione fisica, con tutti gli orrori che ognuna presenta, compresi quelli dei presunti metodi più asettici, come l'iniezione letale, che il più delle volte si risolvono in atroci agonie per i condannati.
Un quadro scioccante, reso ancora più cupo dalla discriminazione di classe e di razza, assolutamente clamorosa, che caratterizza la giustizia statunitense, anche nell'espressione estrema della pena capitale. In più, c'è l'uso sempre più cinico che si fa della pena di morte da parte di uomini politici e di giudici senza scrupoli, il che aggiunge pessimismo alla possibilità di un'inversione di tendenza. Anzi, come osserva Cinque, quell'inversione ci fu, non a caso, nei primi anni '70, in particolare nel 1972, quando una sentenza della corte suprema abolì la pena di morte su tutto il territorio statunitense, smentendo una precedente sentenza, del 1970, che permetteva agli stati, qualora lo desiderassero, di reintrodurla nel loro sistema penale. Poi, nel 1976 cambia il vento, e viene reintrodotta la pena capitale. Oggi è in vigore in 38 stati su 50. E se è vero che i democratici non sono da meno dei repubblicani - Bill Clinton come governatore e come presidente ha assecondato il lavoro dei boia - l'eventuale elezione alla Casa Bianca del governatore repubblicano del Texas, George W. Bush, deve far temere il peggio. Cinque si sofferma a lungo sul Texas, e cita Bobby Ray Hopkins, che dal braccio della morte di Huntsville fa sapere: il Texas "ha il più alto numero di condannati a morte, incluse le donne, ed è in testa alla 'classifica delle esecuzioni' da quando la pena di morte è stata ripristinata nel 1982. Ha il primato anche sul numero di persone ammazzate in una sola notte, e ora sono i primi nella storia a consentire ai familiari delle vittime di assistere a questa vergognosa sete di 'rivincita'. (...) Quello che sta facendo lo stato del Texas è esattamente la stessa cosa che facevano Adolf Hitler e il suo partito di nazisti".
La testimonianza di Bobby Ray Hopkins è una delle tante che troviamo in Giustizia da morire. Cinque non si limita a riflettere sulla pena di morte con l'occhio dello studioso: è un militante attivo da anni contro la pena capitale ed è in contatto con condannati e con organizzazioni, negli Usa e qui in Italia, che si battono per la sua eliminazione e che, nel frattempo, fanno quel che possono per alleviare la sofferenza dei condannati e soprattutto rompere il loro isolamento. Dunque, insieme al lavoro di documentazione e di analisi, le lettere e le dichiarazioni di condannati a morte fanno di questo libro un'opera a parte. Assume così la forza di un documentario in presa diretta con i protagonisti: un impatto duro, come la violenta durezza dell'argomento che tratta, così drammaticamente legato all'annientamento, alla morte. Pagina dopo pagina sale la rabbia e insieme un groppo alla gola, e viene una stretta al cuore solo se si pensa, come scrive Marco Cinque nella prima riga, che "qualcuno sta uccidendo gli autori che riempiono le pagine di questo volume".