Undefeated - Paul Polansky

Testo a fronte: Si
ISBN: 88-86203-52-7
Collana: Altre Americhe
Pagine: 304
Anno: 2009
Curatore: Valentina Confido
Traduttore: Valentina Confido

Prezzo: 20.00 €
PREFAZIONE

TI DO LA MIA PAROLA:
Le azioni di Paul Polansky


Il modo migliore per introdurre al lettore l’opera di Polansky è quello di raccontare una storia, perché le sue stesse poesie sono spesso racconti (ma con qualità molto speciali): una sera, negli anni 70, a San Francisco andai ad una grande mostra delle opere di Man Ray, un importante esponente dell’arte moderna. Fu una mostra formidabile, realizzata con molti mezzi espressivi. Le gallerie erano invase di fiumi di gente desiderosa di vedere le opere di Man. Anche io lo ero, specialmente perché gli avevo fatto visita nel 1967 nella sua casa in Rue Ferou di Parigi, dove avevo trascorso un bel pomeriggio con lui e la moglie Julia, ad ammirare le maschere che stava creando a quel tempo. Alcune di queste furono esposte al MOMA di San Francisco.
Mentre stavo osservando una parete di sue foto, — il lettore ricorderà che Man faceva foto “lente”, cioè teneva l’otturatore aperto per un tempo più lungo del solito, il mio occhio, o il suo angolo, fu attratto da una foto lontana circa 5-6 metri, appesa ad una colonna del museo. Mi avvicinai alla foto.
Era una foto di corpi in movimento, che infatti si spostavano ondeggiando rapidi da una parte all’altra come nella corsa dei tori a Pamplona, in Spagna. A destra della foto vidi scritto un cartoncino: Ernest Hemingway mi chiese di prestargli la mia macchina fotografica. Questo è il risultato.
Se pure avessi avuto in precedenza dei dubbi sul fatto che la fotografia fosse un’arte, tali dubbi svanirono quando vidi la foto di Hemingway. VIDI, con una chiarezza che non avevo pienamente realizzato negli scritti di Hemingway, che il moto della sua mente è movimento inteso come Azione sposata alla parola, e nel sopracitato esempio, la macchina fotografica era soltanto un altro mezzo per dire quel qualcosa che sta alla base dell’essenza della sua espressività.
Come Hemingway, Paul Polansky ha a che fare con la parola come Azione. Ma anche con qualcos’altro: nelle opere di Polansky non c’è alcuna artificiosa fuga attraverso lo stile. Queste poesie sono le azioni autobiografiche dell’uomo. Si, lui riesce a dar voce ad una donna vittima dell’Olocausto. Si, è capace di descrivere un sogno con l’elaborazione di immagini. Ma la dinamica che sta alla base della poesia di Paul echeggia in quella frase contenuta in Howl di Ginsberg,

QUESTO È SUCCESSO DAVVERO.


Vale a dire che, o per un innato istinto di giornalista che è in lui, o perché egli rifugge dai voli lirici della poesia, Polansky si è dedicato in modo quasi ossessivo all’arte della Concretezza.
Quindi ciò che si coglie nella poesia di Polansky è un’azione narrata: Ecco com’è, dice, o Ecco com’è che mi è successo — niente fronzoli —nessun sibilo melodioso — questa è FactiCity, la città in cui per lo più vivo anche io.
Ed è questo ad essere disarmante in queste poesie. Il fatto che non lo siano quasi per nulla. Sono azioni, a volte quasi dei telegrammi scritti con un linguaggio sintetico che riporta un’urgenza, o un’ingiustizia, o, in un centinaio di poesie diverse, mostra le popolazioni Rom, o altri aspetti della vita gitana in luoghi come la Cecoslovacchia o il Kosovo, dove Polansky ha vissuto negli ultimi dieci anni, aiutando gli zingari — intrappolati nel conflitto tra Serbi e Albanesi —, portandoli in ospedale quando hanno bisogno di cure mediche, e facendosi carico delle altre necessità della comunità gitana. Ha diretto il restauro del cimitero ebraico di Nish, in Serbia, in un progetto che coinvolgeva musulmani, Rom, ebrei e protestanti uniti nel lavoro da un nuovo spirito di collaborazione.
E si può anche dire che tra tutti i poeti americani in Europa, ma anche negli Stati Uniti, Polansky è il più concretamente impegnato nelle cause per i diritti umani che riguardano le vittime dell’olocausto, specialmente quello inflitto alle popolazioni Rom, e questa è una delle ragioni per cui nel 2004 gli è stato conferito il Premio Weimar, il prestigioso riconoscimento tedesco per i diritti umani.
Andando alla radice della Parola/Azione di queste poesie — ed è forse proprio questo il cuore dell’autenticità delle opere di Polansky — il lettore entrerà in un mondo che non conosce, come la maggior parte di noi. Apprenderemo, ed impareremo davvero alcune cose su popoli diversi, con modalità che saranno totalmente e straordinariamente indimenticabili — rivelate da un uomo che ha viaggiato per il mondo e che è passato dall’essere un attaccabrighe in una cittadina del Middle West americana, ad essere un pugile di fatto, per poi spostarsi in Europa nel 1963 e continuare la Giusta Battaglia, nei suoi numerosi libri di poesie, con la migliore arma in mano.

Jack Hirschman
Baronissi, 2009




BIOGRAFIA

Paul Polansky è nato a Mason City, Iowa, nel 1942. La sua decisione di frequentare il college alla Madrid University, diventò l’inizio di una lunga odissea attraverso l’Europa, che lo ha portato a diventare uno degli scrittori più impegnati nella lotta per i diritti umani nell’Europa dell’est.
Poeta, fotografo, operatore culturale e sociale, è diventato negli anni un personaggio mitico per il suo impegno a favore delle popolazioni Rom.
Le sue raccolte di poesie "Living Through It Twice", "The River Killed My Brother", e "Not a refugee" descrivono le atrocità commesse da cechi, slovacchi, albanesi ed altri contro quelle popolazioni.
Ha anche svolto studi accurati sui campi di concentramento nazisti nei quali venivano trucidate, insieme a quelle ebraiche, intere comunità Rom.
Attualmente dirige alcuni progetti di aiuto e salvaguardia di queste popolazioni nel Kosovo e in Serbia.
Nonostante egli debba la sua fama mondiale alle sue battaglie a tutela dei Rom kosovari, Polansky è anche un prolifico ed apprezzato romanziere e poeta, che riesce a fondere, nei suoi scritti, l’esperienza di sessantasette anni vissuti intensamente e l’impegno a salvaguardia di una cultura gitana che lo ha toccato nel profondo e che la civiltà occidentale tende a sopprimere.
Nel 2004 Polansky è stato insignito del prestigioso Human Rights Award della città di Weimar, in Germania.

Ha pubblicato numerose raccolte di poesie, ed ora nel 2009, una grande antologia bilingue dal titolo "Undefeated/Imbattuto" (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).

Ha partecipato nel 2002 a Sidaja. Incontri internazionali di poesia a Trieste e nel 2003 a "Il cammino delle comete", a Pistoia, nel 2005 agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo. Nel 2008 è stato tra i poeti partecipanti alla festa per i 75 anni di Jack Hirschman e a luglio 2009 ha preso parte a Napolipoesia nel Parco.


ESTRATTO

SAM

Sparai a sua madre
dietro l’orecchio sinistro,
un colpo accidentale,
perché cambiò direzione
all’ultimo minuto.

Il figlio stava sul
suo corpo, cercando di
difenderla. Lo afferrai
con una mano
e lo infilai nella
borsa delle cartucce.

Aveva il corpo rosso
striato come un calabrone.
Lo portai a casa
quella notte per mostrarlo
ai bambini. Lui si nascose dietro
il frigorifero, aggrappandosi
al motore e non
uscì di lì per due giorni.

Chiamammo il nostro cinghiale Sam,
lo portai alla
nostra tenuta di campagna
dove stavamo costruendo
la nostra casa dei sogni e
costruii un recinto per lui.

Sam crebbe fino a pesare
150 chili. Perse le
striature e mise su un
manto grigio-nero con setole
come una spazzola d’acciaio. Le sue
zanne si curvavano in su sopra
il labbro superiore come due
sciabole a mezza luna.

Quando ci trasferimmo nella nostra
nuova casa lui mi seguiva
in giro per la tenuta,
sempre alle calcagna,
senza mai correre avanti.

I cani gli guaivano contro
ma non si avvicinavano. A Sam
piaceva inseguirli come
un cucciolo dietro un gomitolo di
spago. Quando fischiavo
tornava sempre indietro.

Diverse volte Sam è scappato
via. C’era un allevamento di maiali
lì vicino. Si poteva
sentire il puzzo quando il vento
soffiava dal mare.
Fu probabilmente allora che Sam
sentì l’odore delle scrofe, e
alla fine se ne andò per sempre.

Cercai per giorni,
chiamando il suo nome,
fischiando, sempre
da solo, mai con
i cani. Sapevo che Sam era
ancora lì. Vidi le sue
tracce nel letto inaridito
del fiume sotto casa nostra.

Tante notti Sam tornò
a stuzzicare i cani. Infilava
le zanne nelle grate di ferro,
facendoli impazzire. Quando
accendevo la luce in camera da letto,
Sam scappava sempre via.


Un anno dopo, Sam tornò
portando i suoi cuccioli. Otto
piccoli maialini. Tutti con
manto rosso e striature da
calabrone. Arrivarono
fino al muro del giardino.
Mentre Sam inseguiva i cani
noi coccolavamo i cuccioli.

Dopo che l’ultimo dei miei figli
partì per il college
mia moglie mi lasciò. Due giorni dopo
Sam tornò. Ero alla
seconda bottiglia di whisky quando
lui entrò nel patio attorno
alla piscina e appoggiò il muso
sul mio ginocchio.

Vendetti la casa e
mi son trasferito lontano, lontano in
un altro paese. Non
tornai in Spagna per cinque
anni. Non son mai tornato
a vedere la nostra casa dei sogni.

Scrivo questa poesia
perché tre uomini che ho incontrato
oggi ad una caccia alla pernice
stavano parlando di un vecchio cinghiale
che aveva messo radici vicino alla nostra vecchia casa.

Dopo essermi presentato
mi dissero di Sam.
Avevano sparato a più di venti
dei suoi discendenti ma
nessuno era riuscito ad abbattere Sam.
Ho pianto. So che lui sta aspettando
che io torni.


DIPINTI AL CONFINE

Dato che la polizia non permetteva di fare foto,
chiesi ad alcuni bambini di dipingere immagini
della vita al confine.

Ma quando raccolsi gli acquerelli
non c’erano scene del campo. Nessuna veduta
delle montagne coperte di neve
in lontananza. Né scene
coi bambini che fanno
il gioco gitano del cavallo e del cocchiere.

Non c’erano neanche scene con
le madri zingare che stendono
il bucato sulle barricate
della polizia.

Le uniche scene dipinte da tutti i bambini
raffiguravano le loro case
in fiamme quattro anni prima.
Soldati in uniforme nera e mascherina da sci
che inseguivano gli zingari per strada.
Case in fiamme, macchine in fiamme,
cani morti sui prati
col sangue che scorreva come un fiume.

Quando chiesi al quindicenne Arton perché
non avesse dipinto il loro campo al confine,
fissò il suo disegno per qualche secondo
e disse:

“pensavo di averlo fatto.”


DOV’È MIA VITA?

Gli albanesi arrivano al campo
ogni giorno
cercando le cose
che hanno perso
durante la guerra:
cavalli, trattori, televisori, macchine, video.
Pensano che, solo perché
questo è un accampamento di zingari
tutte le loro cose siano qui.

Gli chiedo
dov’è la mia macchina?
Avevo una macchina, una casa,
mobili e arredamento nuovi
prima che il KLA* bussasse
alla mia porta
dicendomi
che avevo due minuti
per salvare la mia famiglia.

Guardano nella mia tenda.
Non ho nulla.
Solo i vestiti che indossavo
quando siamo sfuggiti dai nostri
vicini albanesi.

Loro stanno
cercando
i loro trattori.
Io sto
cercando
la mia vita.

_____________

* KLA: Kosovo Liberation Army , esercito di liberazione del Kosovo.




SAM

I shot his mother
behind the left ear,
a passing shot,
when she veered
at the last moment.

Her son stood on
her body, trying to
defend her. I grabbed
him up with one hand
and stuffed him in
my cartridge bag.

He had a red body with
stripes like a bumble
bee. I took him home
that night to show the
kids. He hid behind
the refrigerator, hugging
the motor and wouldn’t
come out for two days.

We named our boar Sam,
I took him out to
our country estate
where we were building
our dream home and
made a pig pen for him.

Sam grew up to weigh
150 kilos. He lost his
stripes and grew a gray-
black coat with bristles
like a steel brush. His
tusks curved up over
his upper lip like two
quarter moon sabers.
After we moved into our
new home he followed
me around the estate,
always at my heels,
never running ahead.

The dogs yapped at him
but never got close. Sam
liked to chase them like
a puppy after a ball of
string. When I whistled
he always came back.

Several times Sam ran
away. There was a pig
farm nearby. You could
smell it when a wind
blew in from the sea.
That’s probably when Sam
smelled the sows, and
finally took off for good.

I searched for days,
calling his name,
whistling, always on
my own, never with
the dogs. I knew Sam was
still there. I saw his
tracks in the dry river
bottom below our home.

Many nights Sam came back
and teased the dogs. He stuck
his tusks in the wire matting,
driving them crazy. When
I turned on my bedroom
light, Sam always ran away.


A year later, Sam came back
and brought his kids. Eight
little piglets. All with
red coats and bumble bee
strips. They came right
up to the garden wall.
While Sam chased the dogs
we petted his kids.

After the last of my children
departed for boarding school
my wife left me. Two days later
Sam came back. I was on my
second bottle of whisky when
he came into the patio around
the pool and rested his snout
on my knee.

I sold our home and
moved away, far away to
another country. I didn’t
go back to Spain for five
years. I never went back
to see our dream home.

I’m writing this poem
because three men I met
today on a partridge shoot
talked about an old boar
rooting near our old home.

After I introduced myself
they told me about Sam.
They had shot over twenty
of his descendants but
no one could bring down Sam.
I cried. I know he’s waiting
for me to come back.


PAINTIGS ON THE BORDER

Because the police won’t allow photos I
asked several children to paint pictures of
their border life.

But when I collected the watercolors
there were no scenes of the camp. No scenes
of the snow-capped mountains
in the far distance. No scenes
of the children playing
the Gypsy game of horse and driver.

Neither were there any scenes of
the Gypsy mothers hanging
their wet laundry on the police
barricades.

The only scenes all the children painted
were of their homes
in flames four years ago.
Black uniformed soldiers in ski masks
chasing Gypsies down the street.
Homes on fire, cars on fire,
dead dogs lying on the lawns,
their blood running like a river.

When I asked 15-year-old Arton why he
hadn’t painted their camp on the border, he
stared at his picture for several seconds
and said.

“I thought I had.”


WHERE IS MY LIFE?

Albanians come up to the camp
every day
looking for things
they lost
during the war:
horses, tractors, TV sets, cars, videos.
They think just because
this is a Gypsy camp
all their things are here.

I ask them,
where is my car?
I had a car, a home,
new furniture and furnishings
before the KLA1 knocked
on my front door
and told me
I had two minutes
to save my family.

Look inside my tent.
I have nothing.
Only the clothes I wore
when we ran from our
Albanian neighbors.

They are
looking for
their tractors.
I am
looking
for my life.


______________

* KLA: Kosovo Liberation Army
RECENSIONI

L'esule americano Paul Polansky. Un gadjo amico dei Rom
Testata:LiberazioneData:29/7/2009Autore:Pina Piccolo
Paul Polansky
Testata:liberincipitData:2/11/2009Autore:Teodora Mastrototaro
Paul Polansky a Napoli
Testata:del 14-11-2009 num. 214 - pag. 72Data:14/11/2009Autore:Fulvio Tuccillo
L'esule americano Paul Polansky. Un gadjo amico dei Rom

Scrittore, poeta, attivista e autore di una monumentale opera di storia orale sul popolo dell'est


Personaggio scomodo lo è davvero. Poeta, scrittore, storico, venticinque libri alle spalle di cui quindici di poesia, Paul Polansky è anche un attivista per i diritti umani dei Rom, uno dei pochi gadjo (così i rom chiamano gli altri popoli) che ha vissuto a lungo con loro per documentarne la storia nei paesi dell'Est. Ha fondato la ong Kosovo roma refugee foundation e dirige il settore Rom della Society for threatened people (la seconda ong tedesca per importanza). In questa ultima parte di luglio è stato ospite in Italia di eventi letterari, da Lucca a Napoli e Salerno.
Statunitense di nascita, Paul Polansky ha passato oltre quarant'anni in Europa, fin dalla fine degli anni Sessanta, quando giovane studente dello stato dell'Iowa e discendente di una famiglia di immigrati cechi, si rifugiò in Spagna per "motivi di studio" e per evitare il servizio militare in Vietnam. L'interesse per i rom nasce in maniera fortuita: nel 1993, durante ricerche genealogiche sulle origini della migrazione ceca verso gli Stati Uniti, Polansky scopre che in Boemia, a Lety, il villaggio natìo del primo emigrato ceco-ebreo negli Stati Uniti dopo la rivoluzione del 1848, era esistito un campo di concentramento per rom. Costruito nel 1939, non dai tedeschi ma dal Principe ceco Karel Schwarzenberg prima ancora dello scoppio della seconda guerra mondiale, aveva lo scopo di far ripristinare, attraverso i lavori forzati, migliaia di ettari di suoi terreni che erano stati danneggiati da un incendio. Alla chiusura del campo nel 1943, i superstiti erano stati trasferiti ai campi di concentramento nazisti. Nonostante la presenza di ricchi archivi concernenti il campo (40.000 documenti), le ricerche di Polansky per identificare i sopravvissuti vengono ostacolate ed insabbiate dal governo di Vaclav Havel. Ma alla verità non rinuncia e Polansky diventa una spina nel fianco delle autorità ceche che, per liberarsi di lui nel 1999 gli procurano un "invito" dell'Onu in Kosovo, come esperto di rom perché vada lì a occuparsi di alcuni campi per rifugiati rom.
Ironia della sorte, la nuova destinazione apre la strada a un secondo progetto scomodo di Polanski. Lo scrittore diventa testimone diretto della vicenda di due campi della zona di Mitrovica nei quali si registra uno dei più alti livelli di avvelenamento da piombo mai documentati nella storia della medicina. I campi - si verrà a sapere - sono costruiti su terreni tossici. Polansky accusa i responsabili dell'Onu di non fare nulla per evacuare i campi nonostante le notizie in loro possesso. Nessuno interviene, i profughi rimangono nei campi avvelenati. Risultato: 82 rom muoiono per avvelenamento da piombo trasmesso per via area. La battaglia di Polansky continua tuttora. In quei campip ci sono ancora persone, molte delle quali bisognose di cure. tra loro ci sono anche bambini già affetti da danni cerebrali irreversibili. E' di questi giorni una lettera aperta firmata dallo scrittore e indirizzata al ministro degli esteri francese Bernard Kouchner e all'allora responsabile dell'Onu che rifiutò di far trasferire i rom fuori dal Kosovo per ricevere cure mediche.
Sul versante teorico l'opera più importante di Paul Polanski è il progetto appena terminato One Blood, One Flame , un lavoro durato tre anni e che ha prodotto tre grossi volumi di storia orale (oltre millecinquecento pagine) sulle popolazioni rom nei Balcani e nell'Europa dell'Est. Un'opera unica nel suo genere perché fino adesso quasi nessun studio sui rom aveva preso in considerazione le loro testimonianze dirette. Forse a causa del pregiudizio, duro a morire, secondo cui "gli zingari' non conoscerebbero la propria storia o sarebbero comunque riluttanti a rivelare i propri segreti ai gadjo. La smentita sta nell'impresa di Polansky che ha raccolto una mole ponderosa di interviste ad anziani rom testimoni di un capitolo di storia europea a cavallo della Seconda guerra mondiale. Da queste interviste emergono informazioni che smontano i principali stereotipi sugli "zingari". Quello del nomadismo, innanzitutto. La stragrande maggioranza dei rom abitava stabilmente in una casa durante l'anno e soltanto in estate si spostava per vendere nei mercati i propri prodotti (cesti, cucchiai in legno, ferri di cavallo, briglie, oggetti in rame) o per partecipare all vendemmia o alla raccolta della frutta. Altra credenza è quella relativa a un'origine unica per tutti i rom. Nulla di più sbagliato. In base agli studi linguistici e alle usanze comuni le loro origini risalirebbero invece a due filoni diversi che emigrarono da diverse regioni dell'India attorno all'XI secolo: la vallata dell'Hunza nella zona nord del Pakistan (al confine con la Cina) e Multan la capitale del Punjab (identificata come il Piccolo Egitto perché era stata sotto il dominio islamico per 3 secoli). Da questi luoghi comuni alla semplificazione che tutti i rom sono uguali e sono un'unica "razza" il passo è breve. Ma di sempificazione si tratta, per l'appunto. Esiste in realtà una grandissima diversità tra i vari raggruppamenti rom derivante dal fatto che appartenevano a diverse caste professionali in India prima della migrazione verso occidente. La forte conservazione del senso di casta avrebbe semmai ostacolato forme di associazione tra i diversi gruppi in quei passaggi storici nei quali ci sarebbe stato bisogno di resistere alle persecuzioni.
Parte del materiale raccolto da Polansky riguarda le dimensioni della persecuzione nazista. Dalle storie orali sembrerebbe che il dieci per cento della popolazione rom sia finita nei lager nazisti. Dai racconti risulta che i rom erano spesso testimoni della cattura e dell'internamento degli ebrei da parte dei nazisti in quanto erano spesso dipendenti delle famiglie ebree ed erano presenti nel momento in cui questi venivano presi. Tra l'altro, molti documenti dei rom internati nei campi nella Boemia sono stati utilizzati dalla Resistenza ceca per fornire documenti falsi ai partigiani.
E oggi? La maggior parte dei rom viveva nei paesi dell'Europa dell'est e nei Balcani e durante il periodo socialista o di dominio sovietico, la stragrande maggioranza lavorava in fabbrica, aveva diritto ad un'abitazione seppur modesta, a cure mediche e i figli frequentavano le scuole. In quel periodo una o due generazioni di rom si sono scolarizzate, alcuni sono diventati insegnanti, professori, medici. Oggi c'è il ritorno all'analfabetismo. Dopo la caduta del socialismo le fabbriche sono state vendute a imprenditori privati e la manodopera drasticamente ridotta. I rom sono stati i primi ad essere licenziati, non per scarso rendimento ma per il colore della pelle. I comuni hanno cominciato a far pagare l'affitto delle case in cui alloggiavano, costringendoli a vendere i pochi averi e sbattendoli fuori quando non potevano più pagare. Non a caso nelle interviste raccolte da Polansky prevale un senso di pessimismo sul futuro prossimo in un'Europa permeata da xenofobia e razzismo.

Pina Piccolo

Paul Polansky

Un Babbo natale (perché è così che possono vederlo occhi che non hanno perso l’essere sognatori e un po’ bambini) che ha portato a Barletta, con quasi 2 mesi di anticipo, il più grande regalo che potevamo ricevere in dono, la sua poesia. Paul Polansky. Lui è il “vecchio pugile” che ha “steso” KO i presenti scazzottando, con le nostre anime, usando la sua voce come pugni.

Affascina la particolarità che il cuore dell’intera poesia, che lo si può definire come la poesia vera e propria, siano gli ultimi versi. E’ in questi che l’animo del nostro autore prende una forma letteraria -poetica. Le parole che anticipano l’esplosione finale sono una prosa in versi di denuncia. Denuncia di una realtà ingiusta. Vite descritte perché personalmente vissute dall’autore, o vite descritte dai protagonisti stessi e, in questo caso, il Polansky poeta diviene giornalista-cantastorie di una società che vive nell’assurdo.

L’ironia sottile e pungente che taglia come lama i concetti stessi esposti è un’altra particolarità della sua scrittura . Un ironia che fa sorridere ma dietro le labbra che accennano la smorfia si nasconde il retrogusto amaro della realtà. Diventa così la sua poesia (che poi altro non è che lui stesso) per un attimo, un pagliaccio. Dietro l’apparenza di versi ironici … la tristezza.

Il terrore risuona nella voce di alcune sue composizioni. A volte la rabbia di un uomo, che non accetta l’inumanità, rimbomba e fa rimbombare la stanza e noi che siamo la stanza di noi stessi. E in questa stanza un giorno di fine ottobre un uomo che sembra Babbo Natale (perché è così che possono vederlo occhi che non hanno perso l’essere sognatori e un po’ bambini), bussando alla nostra porta è entrato in noi e, seduto sul divano della nostra coscienza, ha iniziato a viverci.

Teodora Mastrototaro
Paul Polansky a Napoli

"Undefeated", un libro racconta l'impegno del poeta a favore dei Rom


Forse bisogna conoscerlo Polansky per capire la sua vita e la sua poesia: lo sguardo vivacissimo, il fisico asciutto ed ancora quasi atletico (malgrado i 67 anni), il sorriso aperto, l'atteggiamento ed il look essenziale di chi è abituato a viaggiare di continuo. Ma poi bisogna leggere le storie terribili e commoventi che egli ci narra in versi, le tante testimonianze della lunga persecuzione di un popolo finora quasi ignorate, che sono anche testimonianze sulla condizione umana in genere e ci lasciano quasi stravolti. Anche perché risulta subito evidente che non v'è mai compiacimento in quello che egli descrive con fotografica precisione, ma piuttosto un'attonita partecipazione, un intento di estrema fraternità. Polansky è uno scrittore e poeta americano, nativo dello Iowa, con un buon passato di sportivo e pugile dilettante, che, rifugiatosi a suo tempo in Europa per evitare l'arruolamento per la guerra in Vietnam, ha vissuto a lungo a Madrid, e poi si è intensamente occupato delle vicende degli zingari europei ed in particolare dei Rom kossovari e balcanici. Popolazioni che sono state tutte vittime a più riprese di veri e propri tentativi di genocidio, di cui il più noto è quello compiuto dai nazisti (che costò la vita a circa 2 milioni di persone). Tuttavia Polansky – attraverso le sue ricerche – ha ricostruito anche alcuni episodi quasi del tutto sconosciuti, come ad esempio l'esistenza di un vero e proprio campo di sterminio nella Boemia meridionale, a Lety, gestito dai ceki e fino al 1943 ignoto perfino ai nazisti. Intempi recenti la persecuzione e talvolta lo sterminio sono continuati nei Balcani, anche durante la guerra del Kossovo, e tuttora esiste la gravissima situazione dei rifugiati nei campi Onu di Mitrovica, che si estendono su un terreno altamente contaminato dal piombo. Per la sua opera a favore dei Rom Polansky ha ricevuto importanti riconoscimenti tra i quali lo Human Rights Award dalla città di Weimar.
Polansky è venuto in Italia in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro, «Undefeated», una raccolta di poesie pubblicata da Multimedia Edizioni (Salerno), e presentata a Napoli il 2 novembre scorso presso la Biblioteca Nazionale, dall'americanista Gordon Poole, in una manifestazione che si inserisce nel quadro delle attività culturali promosse dal direttore Mauro Giancaspro, organizzata da Lucia Marinelli e Maria Massimo (funzionari della Biblioteca), ed animata da interessanti interventi, fra i quali quello di Sergio Iagulli, della Casa della Poesia, e di alcuni esponenti della comunità Rom di Napoli.
«Undefeated» (mai sconfitto) già nel titolo richiama un atteggiamento particolare verso la vita, che è proprio di chi – come Paul Polansky – si cimenta con una realtà difficile, terribile, cui non si arrende. L'opera, curata e ben tradotta da Valentina Confido, con una nota introduttiva di Jack Hirschman e testo inglese a fronte, di questa realtà ci offre tutta una serie di stralci, di tranches impressionanti per il loro realismo (come il famoso «The Well»). Quello descritto da Polansky è un mondo da cui sembra bandita la speranza ed in cui tuttavia qualche luce esiste: è affidata alla voce dei perseguitati ed è quella stessa che dona ad essi (ed a noi) chi narra, chi chiama questo popolo rejetto a far parte – comunque – della nostra storia, del nostro mondo. Ed essi ci insegnano qualcosa. Ci insegna qualcosa la donna a suo tempo perseguitata dai nazisti, poi internata a Lety e che ora vede suo figlio vittima di analoghe violenze e conclude così, come uno dei personaggi di «Spoon River»: «pensavo di essere sopravvissuta,/ ma credo di aver solo/ barcollato/ senza arrivare da nessuna parte». Ci insegna qualcosa anche un altro personaggio femminile che, dopo innumerevoli delusioni ed abusi, afferma di aver trovato l'amore solo per strada: «Ma in strada/ è amore/ quando qualcuno/ divide con te una coperta/ e non ti tocca». Colpisce e commuove soprattutto l'estrema e nascosta tenerezza del poeta, a buon diritto erede di una grande tradizione letteraria (Lee Masters ed Hemingway, Whitman e Steinbeck), una tradizione ove le vibrazioni della vita vissuta hanno sempre avuto un'importanza primaria.

Fulvio Tuccillo