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Politica - Aharon Shabtai

Testo a fronte: No
ISBN: 88–86203–49–7
Collana: Poesia come pane
Pagine: 104
Anno: 2008
Curatore:
Traduttore: Davide Mano

Prezzo: 13.00 €
PREFAZIONE

Introduzione
Davide Mano


La collezione di poesie ebraiche che qui si presenta raccoglie la recente produzione letteraria di Aharon Shabtai, uno tra i maggiori esponenti della poesia politica in Israele. Attento e originale osservatore delle vicende del conflitto israelo-palestinese, Aharon Shabtai è uno degli uomini di cultura in Israele ad avere più apertamente dichiarato il suo dissenso, opponendosi in maniera categorica, attraverso i versi delle sue poesie, all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e alla costruzione del muro di separazione.
Egli è conosciuto in Israele, fin dagli anni Ottanta e Novanta, per la sua poesia erotica, incentrata su una metafisica del sesso e del corpo. In queste composizioni, ordinate secondo brevi frammenti, la personale ricerca delle forme della materialità erotica raggiunge una radicalità, nel linguaggio come nelle ardite immagini evocate, che si ritrova ancor più esaltata nella più tarda produzione politica.
Shabtai pone spesso al centro della sua opera la vita privata, svelandola fin nei particolari più intimi, esponendo così la sua intera persona al pubblico. Dal divorzio dalla prima moglie all’intensa storia d’amore con Tanya Reinhart (docente di linguistica e analista politica radicale, recentemente scomparsa), dai violenti attacchi contro i governanti alle accuse nei confronti dell’establishment letterario israeliano, i temi del privato si uniscono a quelli del politico in un unico corpus poetico. Più spesso è il politico a farsi privato, sfidando non solo lo status della letteratura ebraica, ma anche il senso del pudore, i tabù e le gerarchie della società israeliana in genere.
Certamente, sono le violente invettive dell’ultimo Shabtai ad aver suscitato le reazioni più risentite. Molte delle poesie qui raccolte, apparse la prima volta sull’inserto letterario del quotidiano Ha’aretz, hanno causato una serie di lettere di protesta, ed anche minacce di annullamento degli abbonamenti.
Nella poesia di Aharon Shabtai, i temi del politico sono affrontati con una ricca gamma di registri, dal satirico al sarcastico, dal sublime al sentimentale, fino al kitsch e al comico. La cronaca del drammatico conflitto tra israeliani e palestinesi emerge attraverso i diversi usi retorici, che l’autore sperimenta con l’intento di mettere a prova la scrittura poetica e calarla sui toni bassi del reale. È in questa operazione radicale e provocatoria che si concentra la carica d’opposizione della poesia di Shabtai.
Al presente di una società fantasma, chiusa a riccio davanti ai pericoli di una guerra totale, Shabtai oppone un’attenzione per l’evento nella sua traumatica, dolorosa essenzialità. Per contro a un dibattito pubblico miope, che sempre più colpevolmente mette in secondo piano la barbarie dell’occupazione, Shabtai si propone in veste di informatore, di educatore e maestro. Come un poeta che, affrontando l’orrore del suo tempo, si guarda allo specchio, e parla al suo popolo.
Le poesie di Shabtai spingono a far riflettere il lettore sugli effetti della logica dell’occupazione israeliana, non solo sulla vita degli oppressi ma anche su quella degli stessi oppressori. Shabtai si chiede come possa esistere ancora cultura, e come possa nascere poesia, in uno Stato che si macchia di crimini efferati, in mezzo a un popolo che soggioga un altro popolo.
La poesia trova il suo posto nel dissenso: suo dovere è quello di opporsi, denunciare, farsi dunque strumento d’accusa. In questo J’accuse rivolto al suo paese, grande importanza ha la personale esperienza di vita di Shabtai: egli fa continuamente appello ai valori fondanti della società ebraica nata in Palestina e ai principi democratici dello Stato ebraico sorto sul modello socialista.
Le poesie incluse in questa collezione sono state composte sull’onda dei fatti, e pertanto vengono a configurare una sorta di “diario politico” dell’occupazione. L’apparato di note posto in fondo al volume è stato pensato in questo senso, per ricordare al lettore le figure dei politici e la cronaca dei fatti citati dall’autore.


* * * * *



Prefazione
Egi Volterrani


Questa raccolta di poesie di Aharon Shabtai esce in un momento per molti aspetti particolare, che può pregiudicarne una fruizione attenta a tutte le articolazioni del discorso poetico e alla ricerca formale, spesso innovativa e disinvolta che l’Autore porta avanti con determinazione, pur affrontando spesso temi di impegno civile che facilmente possono spostare l’attenzione e la sensibilità del lettore nel campo dell’emozione e della drammaticità del messaggio comunicato.
La pesante, difficile particolarità congiunturale, determinata sia dall’iniziativa politica e sia dal comportamento internazionale dello stato di Israele – l’ambito sociale dove si sviluppa quotidianamente l’attività del poeta – si complica in questi giorni per le polemiche suscitate in Francia e in Italia dall’invito allo stato di Israele come ospite d’onore delle fiere internazionali del libro di Parigi1 e di Torino. L’invito è stato sollecitato dalla diplomazia israeliana, e conseguentemente formulato dagli interlocutori europei, in occasione del sessantesimo anno dalla fondazione dello Stato Ebraico. L’iniziativa si qualifica immediatamente come “di parte”, sia rispetto alla situazione conflittuale che si registra in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, e sia rispetto alla disputa politica interna alla società israeliana, dove l’opposizione alla linea aggressiva e oppressiva del governo attuale è da quello stesso governo duramente conculcata, per non dire perseguitata.
In questa situazione, le composizioni di Aharon Shabtai potranno incontrare polemiche e provocare fraintendimenti che non gioveranno, forse, a una lettura critica intesa soprattutto a cogliere la caratterizzazione molto originale della scrittura di uno dei più interessanti poeti contemporanei di ispirazione “civile”. La struttura stessa della compilazione, che mette insieme versi di raccolte recenti, è organizzata in modo attentamente significativo.
Dopo alcuni componimenti che documentano un sottofondo generale, un ambiente ostile e coercitivo (Aeroporto Ben Gurion, Sharon, Il muro…), si liberano a sorpresa brevi, lineari ed eleganti invocazioni, le preghiere che auspicano la sconfitta dell’esercito di Israele impegnato nella recente guerra del Libano. Inaspettatamente, queste preghiere si organizzano in un canto. “È possibile cantare in tempi oscuri? – Si domandava Bertolt Brecht – Si può cantare l’oscurità dei tempi”.
Poi, il canto di Aharon Shabtai si sviluppa su altri temi, dell’attualità o della memoria, con la stessa linearità, traendo ispirazione – con incredibile immediatezza, verrebbe da dire “freschezza” – da frammenti di una realtà quotidiana, intima ed evocativa, che si definiscono dettagliatamente emergendo dal marasma di un paesaggio di guerra, sconvolto dalla violenza o reso impenetrabile dalla devastazione – e magari congelato da un implicito giudizio morale, determinato soltanto con la scelta icastica di parole che non giudicano, dicono. La parola del poeta comunica al lettore le sensazioni della sua attenta partecipazione a una realtà difficile, a volte colta soltanto attraverso la struggente incongruità di particolari sorprendenti.


BIOGRAFIA

Aharon Shabtai, nato nel 1939 è uno dei maggiori poeti israeliani contemporanei Ha studiato Greco e Filosofia alla Hebrew University, alla Sorbona e a Cambridge. Insegna letteratura ebraica all'Università di Tel Aviv. Shabtai è il più accreditato traduttore di drammi greci in ebraico e ha ricevuto nel 1993 il premio del Primo Ministro per la Traduzione. È autore di più di quindici libri di poesia e sue traduzioni sono apparse in numerose riviste, incluse la American Poetry Review, la London Review of Books, e Parnassus in Review. Un'ampia selezione delle sue poesie, "Love & Selected Poems", è stata pubblicata nel 1997 da Sheep Meadow Press.
Molte sue poesie politiche sono state pubblicate nel supplemento letterario settimanale del quotidiano israeliano Ha'aretz e hanno provocato lettere di sdegno all'editore e minacce di cancellare abbonamenti.
Espressioni come: "Voi leggete l'Haggadah /come maiali/ (...) Uscite fuori a guardare:/gli schiavi si stanno sollevando", hanno creato a Shabtai seri problemi in patria.
La responsabilità principale di un poeta, secondo Shabtai, è - almeno a livello letterario - freschezza, attenzione e sorpresa. E quando le cose precipitano, lo scrittore responsabile non può non applicare questi valori al meno piacevole e forse il più civoloso dei soggetti letterari - la politica e gli affari pubblici.
"Nei tempi oscuri è possibile ancora cantare?" si domandava Bertolt Brecht. "Sì," si rispondeva "bisognerà cantare dei tempi oscuri".
Il suo libro "J'Accuse", ha vinto il premio del PEN American Center. Rifacendosi alla famosa lettera in cui Emile Zola denunciava l'antisemitismo del governo francese durante l'affare Dreyfus, Shabtai accusa il suo paese di crimini contro l'umanità rifiutando di abbandonare la sua fede nei valori morali della società israeliana e di tacere di fronte agli atti di barbarie e di brutalità.
Nel 2007 ha preso parte a "VersoSud. Incontri internazionali di poesia" (Reggio Calabria).
La sua raccolta "Politica" (la prima in Italia) è stata pubblicata dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia, nel maggio 2008 e proprio in questa occasione Aharon Shabtai è stato ospite di Casa della poesia.
ESTRATTO

Nostalgia

L’uomo basso e tarchiato
che agita la frusta di ferro,
nel tempo libero
fa scorrere le dita
sui tasti di un pianoforte
ma niente più ci sorprende.
E così, dal primitivo Oriente
ritorniamo all’Occidente.
Lui ci aiuterà a risolvere i problemi dell’impiego:
i disoccupati muoveranno i carri armati,
o, vanga alla mano,
scaveranno fosse,
e la sera ascolteremo
Mozart e Schubert.
O mia terra, mia terra,
con ogni sandalo,
con ogni filo
dei miei pantaloni cachi,
io ti ho amata.
Potevo comporre
salmi a un’insalata
di cipolline e ricotta.
Ma ora, chi incontrerò
quando andrò a cena fuori?
I carcerieri di Gramsci?
Quale clamore si leverà
dalla finestra che dà sulla strada?
E quando tutto sarà finito,
mio caro, caro lettore,
su quali panchine dovremo far sedere
quelli fra noi che hanno gridato “Morte agli arabi!”
e quelli che dicevano di non sapere?


A un pilota

Pilota, la prossima volta
che voli sopra Jenin
con il tuo elicottero,
ricordati dei bambini,
e ricordati delle vecchiette
nelle case che bombarderai.
Spalma sui tuoi missili
uno strato di cioccolata,
e sforzati di fare centro.
Così che abbiano almeno
un ricordo dolce,
quando i muri crolleranno.


Pasqua

Invece di far bollire
pentole e piatti,
fregatevi il cuore
con lana d’acciaio.
Voi leggete l’Haggadah
come maiali, che
messi davanti a un tavolo
rovisterebbero nel piatto
in cerca di prezzemolo o gnocchi.
Ma la Pasqua, è più forte di voi.
Uscite fuori a guardare:
gli schiavi si stanno sollevando,
una mano coraggiosa
sta seppellendo il suo oppressore
sotto la sabbia.
Ecco il vostro Faraone
stupido e crudele,
che spedisce le sue truppe
con i carri da guerra,
ed ecco il mare della libertà
che li inghiotte.
RECENSIONI

Politica contro massacri: le poesie di Aharon Shabtai
Testata:Guerra&PaceData:5/1/2009Autore:Gianluca Paciucci
Politica contro massacri: le poesie di Aharon Shabtai

Scrivendo di Shabtai nei giorni dell’ennesimo attacco di Israele contro Gaza, mi è tornato in mente Mahmud Darwish, il grande poeta palestinese morto nell'estate del 2008; e senza accorgermene mi sono ritrovato tra le mani un vecchio 45 giri del ‘Manifesto’ in cui il coro Al Aqsa eseguiva il ‘Canto per la Palestina’, con versi di un autore anonimo e di Darwish. Eccoli: “Sogno dei gigli bianchi / strade di canto / e una casa di luce. // Voglio un cuore buono / e non voglio il fucile. // Voglio un giorno intero di sole / e non un attimo / di una folle vittoria razzista / Voglio un giorno intero di sole / e non strumenti di guerra. // Le mie non sono lacrime di paura / sono lacrime per la mia terra / Sono nato per il sole che sorge / non per quello che tramonta.” Versi di pace, da una terra che pace non ha, da una terra che sembra destinata a una non-soluzione perenne, e che piuttosto sembra programmata per questa non-soluzione criminale, condita da spettacolari annunci di ‘trattative’ e di ‘accordi’, che puntualmente si riveleranno provocazioni e truffe: tra i grugniti di Bush e di Ahmadinejad, e le parole della ‘speranza nera’ Obama che nel suo viaggio in Medio Oriente, da candidato alla Presidenza degli U.S.A., proclamò Gerusalemme capitale di Israele, contro il diritto internazionale e contro il buon senso. Speranza mal riposta, mi sembra, una delle tante illusioni mal coltivate. E il silenzio di questi giorni, con i quattrocento morti palestinesi, e palazzi distrutti, e le infrastrutture, dopo mesi e mesi di blocco economico a strangolare 1 milione e mezzo di persone: il silenzio della ‘speranza nera’, in vista dell’investitura del 20 gennaio, il silenzio dell’ ‘altra’ America.

Ricordare Darwish in questo articolo altro non è che darsi un appuntamento per riparlarne presto. Fratello di Darwish nel dissenso e nei versi è l’israeliano Aharon Shabtai, di cui una significativa antologia è stata pubblicata dalla coraggiosa e ormai prestigiosa Multimedia edizioni.(1) Shabtai è stato membro di kibbutz; è stato docente di greco antico e teatro a Gerusalemme e a Tel Aviv; è uno dei più autorevoli poeti israeliani, poesia erotica e politica. Ed è uno dei pochi, ma più numerosi di quanto si creda, oppositori interni del militarismo assassino che è l’ideologia portante dell’espansionismo israeliano. Oppositore da dentro Israele, difficilmente imputabile di ‘antisemitismo’: e questo spariglia, turba, impedisce a tutti di stare dentro le calde sbarre dei propri ideali. In Italia ne abbiamo sentito parlare a proposito della Fiera del Libro di Torino: Shabtai, proposto dal governo israeliano, prese posizione netta per il boicottaggio, non riconoscendosi nelle pratiche del ‘suo’ Stato. Un traditore, per molti, per altri un eroe: a mio avviso solo e semplicemente un ‘uomo in rivolta’, alla Camus, un arrabbiato, uno sprezzatore del potere.

Ma veniamo al volume Politica, poesie scelte dal 1997 al 2008, ma disposte dalle più recenti (“Nuove poesie, 2006-2008”) alle più ‘antiche’ (“Politica, 1997-1999”). Nei testi degli ultimi due anni emergono figure di spregevoli generali-politici, Sharon, Barak, Mofaz – quest'ultimo ha conteso a Tipzi Livni la leadership del partito Kadima. Ecco il primo, in una prosa poetica: “...Perché amano Sharon? (...) Perché lui comanda, sposta gente, sposta mezzi, sposta case, sposta un albero, un campo, dei confini. Perché le guerre lui se le porta a mano, come valigie pronte per un viaggio. E tutto in esse è ordinato, i vivi e i morti, come camicie piegate, mutande stirate, calzini puliti, fazzoletti...” (‘Sharon’, p. 19); ecco Barak: “...Lui ci aiuterà a risolvere i problemi dell’impiego: / i disoccupati muoveranno i carri armati, / o, vanga alla mano, / scaveranno fosse, /e la sera ascolteranno / Mozart e Schubert...” (‘Nostalgia’, p. 64); e il terzo: “...La prego, abbia pietà, signor Mofaz, / faccia piovere su di loro dolcetti, / gli lanci contro Spinoza! / ‘No’, risponde lui, / ‘Bombe, bombe, bombe, / e che cos’è Spinoza?’” (‘Che cos’è Spinoza?’, p. 37). Israele è l'avamposto dell’Occidente nel cuore dell’Oriente, e quindi portatore di civiltà: ma sia che la cultura non ne tocchi i dirigenti più ‘illustri’, sia che semplici soldati disoccupati la sera ascoltino musica classica, dalla guerra nessuno sa, né vuole, sottrarsi. Un’oligarchia governa il Paese: “Lo Stato sta diventando proprietà privata di venti famiglie. / (...) Il soldato all’avamposto protegge gli usurai che pignoreranno la sua casa, / quando sarà licenziato dalla fabbrica privatizzata e in ritardo con le rate del mutuo...” (‘La ragione per vivere qui’, p. 83). Capitalismo e nazionalismo sono le due bestie appollaiate sulle spalle del popolo israeliano, e contro di lui combattono una guerra accanita che s’intreccia con quella portata ai palestinesi. Qui si toccano le corde sensibili del progetto sionista, cui Shabtai aderì: un’ideologia progressista con forti venature comunistiche (il movimento dei kibbutz) incluso in un progetto di carattere nazionalistico-religioso (2). Finiti la gioventù e l’entusiasmo dei pionieri (“Il sionismo era una cosa giovane e bella come mia cugina Zila...”, scrive Shabtai – ‘Nuovo amore’, p. 85), il “porco capitalista” e la “iena nazionalista” presentarono il conto, pagato dalle plebi arabe –a loro volte umiliate e mandate al macello dai ‘porci capitalisti’ di casa loro- e dai proletari israeliani.
Non conosco altri intellettuali dell’area, ma ormai anche qui da noi, capaci di tenere stretto il nodo tra questione sociale e questione nazionale, di analizzarlo e di pensarlo come il nodo stretto al collo dell’epoca. I toni quasi brechtiani di testi come ‘A un pilota’ (“...Spalma sui tuoi missili / uno strato di cioccolata, / e sforzati di fare centro. / Così che abbiano almeno / un ricordo dolce, / quando i muri crolleranno” – p. 63) o di ‘No, Saffo’ (“...La cosa più bella, dunque, il presupposto per la bellezza, è la lotta di classe...” – p. 81) ci riportano in Occidente, ma nell’Occidente migliore: quello che alzava belle bandiere contro guerre e miseria, quello dalle mani ora mozzate.

Percorrendo il libro, si incontrano versi di intensa bellezza, ma sempre prosaici, disincantati, che fanno pensare a quelli di Izet Sarajlić nella Sarajevo internazionale e jugoslava prima, e poi chiusa in assedio dai fascisti serbo-bosniaci: la Ida di Sarajlić (“...Nel mondo / due miliardi di donne, / e nessuna tu!”) diventa la Tanya (2) di Shabtai, soprattutto in quel testo struggente che si intitola ‘Tanya non è in Tanya’: “Tanya / non è più in Tanya // e il ghetto di Varsavia / ha lasciato Varsavia // per un luogo dove / lo riproducono nel presente / contro l’umanità // e Tanya è adesso negli occhi / di chi si rifiuta di uccidere.” Non è forse Sarajevo la ‘Gerusalemme dei Balcani’? E non sono forse questi due poeti, dinanzi alla scomparsa dell’amata, a dirci quali voragini possano aprirsi nella vita degli umani? Voragini delle guerre, voragini del non amore, o dell’amore che non è più, fisicamente, con noi e in noi. Nel testo finale, 'Politica', che dà il titolo all’intera antologia, il corpo della donna viene esplorato ed esaltato: esso diventa baluardo, nell’incrocio dei sessi, contro la furia del mondo e per tornare nel mondo insieme a sfidare ad armi il più possibile pari il ‘porco’ e la ‘iena’ di cui sopra. Politica ed eros contro massacri, di questo canta Shabtai, e invoca la sconfitta del 'suo' esercito -come tutti dovremmo fare, rispetto ai Nostri-, impegnato nella guerra in Libano nel luglio del 2006, nei versi scandalosi di 'Sconfitta': “Io prego / per la sconfitta / in questa guerra // puzzolente // spiega le tue ali / e vieni, sconfitta misericordiosa / vieni, sconfitta...”.

Gianluca Paciucci

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1. Aharon Shabtai, Politica (Poesie scelte 1997-2008), Baronissi (SA), Multimedia edizioni, 2008, pp.101; traduzione dall’originale ebraico di Davide Mano, introduzione dello stesso; e testi di Egi Volterrani e Alfredo Tradardi. Altri versi di Shabtai in traduzione italiana si trovano in Ariel Rathaus (a cura di), Poeti israeliani, Torino, Einaudi, 2007, pp. XXXIV-386.
2. Anche l’involuzione dell’O.L.P. è in buona parte dovuta al caos di spinte socialiste/laiche immesse nelle strette maglie di un sempre più velenoso nazionalismo venato di radicalismo religioso.
3. Tanya Reinhart, moglie di Shabtai, docente universitaria di linguistica e militante pacifista, è morta nel dicembre del 2006. Scritti di e su Tanya Reinhart e Aharon Shabtai si possono trovare nel sito www.frammenti.it