Quadreria dell'Accademia e altre poesie - Giancarlo Cavallo

Testo a fronte: No
ISBN: 88-86203-47-0
Collana: Poesia come pane
Pagine: 120
Anno: 2008
Curatore: Francesco Napoli
Traduttore:

Prezzo: 12.00 €
PREFAZIONE

Scrive Francesco Napoli: «Il poema occupa una centralità nello sviluppo della poetica di Cavallo. Con la Quadreria, infatti, si passa da una sorta di giovanil furore diffuso nella più sciolta e libera forma del poème en prose a una maturata considerazione della misura poematica capace di dare adeguato respiro e illustrazione alla materia. (…) Il verso, come detto, è breve, per lo più pennellato e d’intensa coloritura espressionista. C’è una straordinaria quanto inconsueta plasticità delle immagini sulla quale si fonda la forza evocativa della parola. L’altra materia fondante il tratto pittorico, la luce e il suo battere sulle immagini, si diffonde in un’assimilazione nella quale l’“occhio bramò/ una fedeltà minuziosa/ inseguendo/ la chimera del vero”. (…) ma nella sorpresa della luce riesce a “dar vita/ in forma di figura”, lontano dall’arte dell’illusione e dell’apparenza, a una riuscita sintonia tra parole e cose. (...) Di Alfonso Gatto sembra resistere in Giancarlo Cavallo la tensione morale della poesia come mostrano i poemetti Sarai Sarajevo e Poema a matita per Pier Paolo Pasolini. Plastici nel loro equilibrio formale, queste due opere offrono l’omaggio a due grandi poeti che, pur distanti tra loro, sono sentiti molto prossimi sul piano dell’etica della poesia: Izet Sarajlic e Pier Paolo Pasolini. (…) Ambedue sembrano da adesso vestire i panni dei lari famigliari con i quali Cavallo vuole ora accompagnarsi “perché la Storia non è mai finita” e la poesia può e deve trovare le risposte più appropriate al divenire dell’uomo.»
BIOGRAFIA

Ma alla fine la vera biografia dei poeti sono i loro versi, quello che lasciano all’occhio (complice si spera) dei lettori e poco aggiunge sapere che Giancarlo Cavallo è nato nel 1955 a Salerno, che lì da sempre vive, che ha un unico amore e un unico figlio e che poco ha fatto (per pigrizia o per la tirannia della vita quotidiana o forse memore del monito di Izet Sarajlic “non abbiate fretta di fare i poeti”) in campo letterario: “Poema Robinson” (1982), “Lo stato dei luoghi” (1993), “Santa Maria de Alimundo” (1994), “Oltre le terre emerse” (1996), “Breviario dell’avventuriero” (2000); il saggio “Mappe dell’immaginario. Poesia visuale portoghese (1987) ed anche alcuni racconti in antologie edite da Guida e da Laveglia; la breve, ma feconda, stagione di “Percorsi. Laboratorio bimestrale” (di cui fu fondatore con Sergio Iagulli) e qualche collaborazione a riviste di poesia (tra l’altro alcune sue liriche sono apparse in traduzione spagnola sul numero 9 di “Sibila”, Siviglia 2002) e di arti visive. Inoltre ha curato e tradotto in italiano i libri dello scrittore haitiano Paul Laraque “La sabbia dell’esilio” (Multimedia, Salerno 1994) e “André Breton ad Haiti” (1996) ed ha partecipato a letture di poesia, rassegne e performances poetiche in varie località italiane (Napoli, Crema, Genova, Brescia, Salerno, Potenza, Amalfi, Sarajevo, etc.) ed all’estero(Lisbona, Amadora, Setubal, Quebec, Sarajevo).
Collabora sin dalla fondazione alle attività di Casa della Poesia.
Nel 2008 è stata pubblicata dalla Multimedia Edizioni la sua raccolta "Quadreria dell'Accademia e altre poesie".
Il 21 marzo 2008 ha partecipato, con una sua lettura, all'inaugurazione della casa-alloggio di Casa della poesia (la "casa dei poeti") e ad ottobre agli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo.
Nel 2009 ha preso parte all’“Omaggio ad Alfonso Gatto”, a Salerno, in occasione del Centenario della nascita del grande poeta salernitano.
ESTRATTO

Antonia Del Favo


Rossa regina delle api
in campo azzurro
mani che avesti
semplici e inquiete
nel tuo vestito di nuvole
pazientemente ricucite
si cela un corpetto
di stelle ferite.
Le febbri malariche
che ti resero sterile
e per questo meno donna
agli occhi del mondo
sfibrarono il cielo
ma non i tuoi sogni.
Cosa vedesti cosa
immaginasti
nei tuoi brevi
viaggi interminabili
da alimentare lo scandalo
nelle sopite coscienze
da suscitare l’ipocrita
richiamo all’ordine.
Il tuo corpo rinchiusero
in una cella spartana
per soffocare e reprimere
per umiliare e redimere
come se un’ape regina
stretta nel suo alveare
perdesse le sue ali
smettesse di volare.
Il pensiero trovò
migliaia di grimaldelli
allegorie e metafore
evasero dal carcere
sciamando insieme all’anima.
Le nuvole che passano
oggi dietro il tuo sguardo
lasciano presagire
tutti i futuri possibili
tempeste di libertà
dai tuoi pensieri fertili
qualcosa brucia ancora
tra la realtà e il ritratto
qualcosa ancora brilla
come una stella ferita
inestinguibile arde
il desiderio di vita.


*

Popolo e Re


Fermo centrale
sereno imperturbabile
il potere fu
eterno incorruttibile.
Il colorito roseo lo sguardo
nobile, benevolente, prodigo
le pieghe morbide dell’ampio
manto regale
cinsero il sovrano
paziente previdente
premuroso e paterno.
Mendici saltimbanchi
popolani pezzenti
felici e festanti
sullo sfondo
chiaro e radioso
di un giorno di sole.
Dell’artificio Maestro
enfatizzasti fino al parossismo
sfiorasti il grottesco
fingesti il servilismo
pensasti nel segreto
del tuo cuore infedele
che almeno sia chiaro
che il quadro è quadro
e che la vita è vita
che la gente non creda
all’arte
dell’illusione e dell’apparenza
che il popolo non si specchi
nei falsi ritratti
di munifici sovrani
e liberali benefattori
dame caste e gentili
eroici cavalieri
scienziati alteri,
che almeno non si riconosca
in quei felici e festanti
mendici e saltimbanchi
che non si accontenti
di restare per sempre
sullo sfondo
che irrompa
contraddittoria e vera
la vita quotidiana.
Per questo dipingesti
l’acrobata che salta
più in alto della testa
coronata
per questo dipingesti
una bestia mai
prima d’allora vista
l’utopica congiura degli uguali.


*


Autoritratto (in forma di mano)


Bianca d’onesto silenzio
rimase la tela più a lungo
d’ogni altro dipinto
l’amata invenzione
sembrava per sempre fugata
da un grande sgomento.
Un ego ipertrofico
non può tollerare lo scacco
del fantasma di sé
prigioniero del vetro
quel proprio riflesso inseguito
nel mare inquieto del tempo.
Un appuntamento mancato
tra l’anima e il mondo
un rivolgimento del senso
talmente profondo
da far vacillare la mente
sul bordo d’abissi infiniti.
Nessuno conosce se stesso
per quanto si muova nel mondo
con gran tracotanza
per quanto l’inondi di smanie
di prismi multicolori
del demone dell’apparenza.
Le nebbie della coscienza
generarono dai meandri
più reconditi del sogno
infine la suprema
dogmatica bestemmia
dell’irrappresentabilità dell’io
nella propria interezza
consegnando ai posteri
il ritratto del creatore
in forma di mano.
Quanto umano appare
all’ignaro visitatore
questo atto di modestia
questo negarsi al mondo
lasciando allo strumento
prensile del proprio fare
l’estremo testamento
quanta curiosità
suscita nello studioso
questo colpo di genio
che ha negato al futuro
il privilegio di unire
l’emblema di un volto
al sigillo di un nome.
RECENSIONI

Quella simbiosi con la pittura
Testata:MOBYDICK (Suppl. Liberal)Data:28/6/2008Autore:Giovanni Piccioni
Theatrum mundi
Testata:Casa della poesiaData:2/2/2008Autore:Stefania Zuliani
Il volto nascosto delle cose nei versi di Giancarlo Cavallo
Testata:Gazzetta di ParmaData:4/3/2008Autore:Stefano Lecchini
Quella simbiosi con la pittura

In "Quadreria dell’Accademia e altre poesie" (Multimedia edizioni), Giancarlo Cavallo compone una pinacoteca immaginaria. Come nota nella prefazione Francesco Napoli, essa, nell’invenzione poetica di stampo espressionista, risale per lo più ai secoli XVI e XVII: l’untore, le streghe, il rogo e la peste compaiono nell’incipit di Angelo Maria Devoto, e analoga è la collocazione temporale di Giovanni Dragoni, capitano di ventura che non arretrò di fronte a nessun misfatto. Tale cronologia presenta due eccezioni: "Autoritratto di Vincent", collocabile a fine XIX e "Nadia d’inverno" agli inizi del XX secolo. La galleria è un poema formato dalle vite straordinarie di personaggi immaginari. La poetica di Cavallo mira a ricercare la parola capace di colmare la separazione tra la scrittura e la percezione delle cose e dell'uomo, definita dalla citazione iniziale di un passo tratto da Le parole e le cose di Michel Foucault. Nella tela che ritrae Narciso Patrizi l'autore ha introdotto più di un elemento della sua poetica: «l'arte/ d'incatenare parole/ alla tua volontà» implica l'abolizione dell'horror vacui del foglio bianco. Nello stesso ritratto si legge: «E il bianco del foglio/ finì per sembrarti/ giorno dopo giorno/ sguardo dopo sguardo/ uno sconosciuto/ mondo da esplorare». Narciso Patrizi, inoltre, è un probabile alter ego del poeta: ritrae uno scriba che traccia la propria «memorabile autobiografia», nell'apparenza poetica di silenzi e ombre, fra donne amate, il profumo sensuale del peccato, i nemici, i duelli, le avventure marittime e le foreste. I due segni, quello pittorico e quello poetico, procedono in simbiosi. Ma nell'"Autoritratto (in forma di mano)" pittore e poeta coincidono in una constatazione stupefatta: «nessuno conosce se stesso», e l'io non è rappresentabile compiutamente.
Alla "Quadreria" fanno seguito tre poemetti, i primi due dei quali ("Sarai Sarajevo" e "Poema a matita per Pier Paolo Pasolini") ricchi di tensione morale e due sezioni poetiche composte tra il 1998 e il 2006.

Giovanni Piccioni

Theatrum mundi

Senza neppure voler disturbare l’ars poetica di Orazio, il suo celebre ut pictura poesis che tanto testo ha prodotto nei secoli, segnando uno dei percorsi più fecondi e duraturi della poesia, della pittura e della critica d’arte d’occidente, appare inevitabile guardare al lavoro poetico di Giancarlo Cavallo, alla sua Quadreria dell’Accademia specialmente, anche sub specie picturae. Prima ancora che per il continuo riflettere sul vedere (sul vedere per pittura, sul vedere per poesia) che lega le pagine di questa raccolta controllatissima e netta, in un’identificazione tra pittore e poeta di cui ha scritto Francesco Napoli nell’introduzione al volume appena pubblicato da Multimedia edizioni, a suggerire questo diverso accesso al testo di Giancarlo Cavallo è infatti l’architettura stessa in cui il poeta ha voluto costruire e organizzare il suo lavoro recente, disposto (esposto) con cura meticolosa in una sfarzosa e imprecisata quadreria, la Quadreria dell’Accademia, appunto.
Che la poesia abbia una sua ineludibile spazialità non è certo una novità – la stanza, lo sappiamo, è una delle figure più antiche e ricorrenti della metrica italiana – ma in questo caso Giancarlo Cavallo ha scelto esplicitamente un luogo fisico e, assieme, fortemente simbolico, il museo, la quadreria, per dare una cornice decisa, tutt’altro che anodina o superflua, alla sua scrittura poetica. La Quadreria dell’Accademia, va subito sottolineato, non rimanda però in alcun modo al moderno dispositivo museale, alla “tomba di famiglia delle opere d’arte” di cui scriveva Adorno e neppure allo spazio dialogico e di creazione di cui ha detto più di recente Belting, ma ci riporta piuttosto alla camera delle meraviglie rinascimentale, al theatrum mundi alla forma che il museion, la casa delle muse, assume nell’ambito di quella che Foucault, di cui Cavallo cita in esergo un passaggio cruciale de Le parole e le cose, ha definito l’ “episteme rinascimentale”. Come il cinquecentesco Tempio della fama di Paolo Giovio, che raccoglieva e organizzava in serie ben definite i ritratti degli uomini illustri, antichi e moderni, esposti per ammaestramento più che per diletto nei tempi inquieti della Controriforma, o come gli studioli e i cabinets in cui principi e umanisti allestivano in rigorose disposizioni naturalia artificiale mirabilia, la quadreria architettata da Giancarlo Cavallo è, infatti, theatrum mundi, microcosmo in cui si riconosce, per analogia, il macrocosmo, è Wunderkammer che contiene “le vite straordinarie di personaggi immaginari” per riassumere ogni aspetto, terribile e dolce, spregevole ed eroico, dell’umana vicenda. Una rappresentazione, certo, cui non sta, non potrebbe stare, sottesa la fiducia totalizzante, universale, del museo rinascimentale, davvero luogo di conoscenza e di possesso, di dominio del cosmo, perché Giancarlo Cavallo nel costruire la sua galleria ha dovuto fare i conti con l’impietoso “fallimento della mimetica ragione” e sa bene che ogni pretesa di realismo è vana e impossibile, che le parole e le cose vivono vite distinte, che il vero è appena “una chimera” (Bianca d’Altavilla). Una chimera irresistibile, però, da inseguire e tentare, forzare fino al limite dell’ineffabile, con la consapevolezza che, comunque, non c’è verso né dipinto che possa contenere la vita: “Proporzioni misure/scevre d’inganno/mestiere di portar dentro/ quel fuori che l’occhio/ osserva e cattura/ ma tela non esisteva/ di sì gran misura” (Ritratto di profilo).
In ogni suo quadro, in ogni sua stanza, la Quadreria dell’accademia esprime dunque il tentativo irrinunciabile che è dell’arte (della pittura, della poesia) di dire, in immagini, in parole, la verità del reale, e di questo tentativo dichiara la sconfitta luminosa e inevitabile, una sconfitta che è però l’urgenza stessa dell’arte (della pittura, della poesia), il suo movente e la sua forza: l’arte non esiste, ha detto Michel Leiris, poeta surrealista amico dei pittori, se non è un perentorio, inequivocabile atto di presenza. Come Cèzanne di cui ha scritto, in un neppure troppo dissimulato, giochi di specchi Alfonso Gatto, quel gigantesco Cèzanne che è stato pittore appartato eppure eroico, disperatamente alla ricerca di fondere nel quadro l’occhio e la mente, la sensazione e il concetto, in un corpo a corpo infaticabile con la natura (con la natura del visibile, con la natura dell’arte), anche Giancarlo Cavallo, che di Gatto risente tensioni e colori, gioca senza eccessi o clamori la partita impossibile di un realismo di assoluta soggettività. Occhio che vede dentro il suo vedere era, per Alfonso Gatto, Cèzanne, e come Cèzanne, anche Giancarlo Cavallo nel controllo sempre più rigoroso dei mezzi della propria arte, fa della sua poesia il luogo in cui la verità possa manifestarsi, ben sapendo che “il quadro è quadro/ e che la vita è vita” (Popolo e re) ma anche, come gli ha insegnato Vincent Van Gogh, personaggio reale e a un tempo immaginario della sua quadreria, che la mente vede molto, molto di più degli occhi.
Una ricerca, questa attraverso la quale Giancarlo Cavallo con ostinata pazienza tenta di trovare l’incontro, fosse pure brevissimo e bruciante, fra il linguaggio e la vita, che non a caso ha scelto di misurarsi con il genere, tanto tradizionale quanto controverso, del ritratto, perché il ritratto, lo ha chiarito definitivamente Jean-Luc Nancy in un saggio, appunto Le regard du portrait, del 2000, non può che essere “il luogo di un rapporto” e “non consiste semplicemente nel rivelare un’identità o un ‘io’” perché “dipingere o raffigurare - scrivere, aggiungiamo noi - non significa più riprodurre e neanche rivelare ma produrre l’esposto soggetto. Pro-durlo: condurlo davanti, trarlo al di fuori”.
Così, i ritratti che si susseguono nella Quadreria dell’accademia sono frammenti, perfettamente compiuti, di una verità che deve essere ogni volta cercata e costruita, ricondotta all’evidenza della pagina (della tela), piegata, a volte con fatica, alle ragioni della forma, alle esigenze del linguaggio, come accade nel ritratto de La maja remota, dove l’artefice, per dominare la vertigine che suscitava “l’assenza del corpo presente”, fu costretto a “dipingere una rosa/ rossa come il velluto/delle labbra”, proprio come Manet aveva dipinto un nastro nero al collo di Olympia, perché quella donna dipinta divenisse presente, una cittadina di Parigi ha detto Zola, e non restasse una dea, un corpo, magari glorioso, ma senza luogo e senza tempo. Una fatica dolorosa, quella della forma, che si manifesta con ancor maggiore evidenza e persino crudeltà nell’Autoritratto (in forma di mano), in cui il pittore, che “non può tollerare lo scacco/ del fantasma di sé”, sceglie di consegnare ai posteri appunto l’immagine – sineddoche o metonimia? - della propria mano, negando al futuro “il privilegio di unire/l’emblema di un volto/ al sigillo di un nome”.
La poesia di Giancarlo Cavallo si conferma così, nelle stanze dipinte di fresco della Quadreria come pure nei versi più lontani, nei larghi componimenti in cui la prosa era quasi un rimpianto e una amata sirena, come una complessa, laboriosa strategia di verità, un meticoloso e accorto operare sul confine, sempre sfumato, fra rappresentazione e creazione, fra finzione e presenza. Un’indagine (un’ipotesi) necessaria, a tratti severa, talvolta persino divertita, in cui resta sempre salda, nel respiro partecipe, umanissimo, del verso, la consapevolezza, per nulla ingenua, che “qualcosa brucia ancora/tra la realtà e il ritratto/ qualcosa ancora brilla/ come una stella ferita/ inestinguibile arde/ il desiderio di vita” (Antonia Del Favo).

Stefania Zuliani

Il volto nascosto delle cose nei versi di Giancarlo Cavallo

Se, giusta la severa sentenza di Michel Foucault posta in esergo, fra le parole e le cose esiste uno iato incolmabile, si potrà provare a dire solo ciò che si immagina: e, tramite il «ricamo di silenzi / e riccioli d'ombra» della finzione, puntare, più obliqui che dritti, al cuore della verità (con o senza maiuscola). Tanto si evince dall'intensa silloge di Giancarlo Cavallo, «Quadreria dell'Accademia e altre poesie», appena uscita, a cura di Francesco Napoli che ne è anche l'acuto prefatore, per i tipi di Multimedia Edizioni. Cavallo(Salemo,1955) è poeta attivo da oltre un quarto di secolo («Poema Robinson», «Lo stato dei luoghi», «Oltre le terre emerse», «Breviario dell’avventuriero»): poeta peraltro non scevro da una forte tensione narrativa, che si è espressa, nel tempo, attraverso una mirabile serie di poemetti e poemi in prosa.
La forma architettonica del poemetto riemerge di prepotenza in quest'ultima raccolta: e proprio a partire dalla «Quadreria» eponima, che assembla ritratti di vite immaginarie collocabili grosso modo fra il Cinque e il Seicento, con un paio di puntate fra la fine del XIX e il principio del XX secolo.
Ora, non si appaleserà decisivo che questi uomini e donne (non importa poi quanto illustri) siano realmente esistiti; all'interno delle diverse sale, l’occhio pittorico di Cavallo ne bracca le vite, incatenando parole a un metro versatile ma sempre infallibile e a una fantasia figurale mai gratuitamente outré: per farne sprizzare, con tocco preciso e favoloso, delicato e profondo, la realtà che li informa. Come alcuni dei suoi personaggi, Cavallo insegue enigmi, orienti, vie di fuga: perché sa che forse solo così, se ogni tela alla fine è veramente interminabile, potrà attingere qualche barlume del volto nascosto delle cose - e del mondo. Solo «cambiando / tutto resta leggiadramente / immutabile», ci dice l'ultima strofa de «Le cale di Ascea» (un recente poemetto che fa il paio con un partecipe omaggio «a matita» a Pier Paolo Pasolini): e forse, mentre ogni istante passa, muta e si tramuta in nebbia, per vedere o continuare a vedere realmente una cosa basterà nominarla (Foucault è sconfìtto da Roberto Longhi), reinventandola in poesia.

Stefano Lecchini