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Epigrammi romani - Sinan Gudžević

Testo a fronte: Si
ISBN: 88-86203-18-7
Collana: Poesie come pane
Pagine: 80
Anno: 2006
Curatore: Raffaella Marzano e Sergio Iagulli
Traduttore: Sinan Gudžević e Raffaella Marzano

Prezzo: 12.00 €
PREFAZIONE

Sinan Gudžević è ormai una leggenda. Nelle letterature dei Balcani, della Mitteleuropa e del Mediterraneo non c'è nessuno che anche minimamente possa essere paragonato a Sinan. Sinan è un unicum, un originale. Sinan è una particolarità sui generis.
I fautori dogmatici del concetto di identità – etica, religiosa, ideologica o qualsiasi altra – credono che l'identità sia esclusiva e monolitica. L'esempio di Sinan dimostra proprio il contrario: la paradossale verità di come l'identità sia molteplice, aperta e fluida. Anche l'originalità di Sinan non è una qualità che rappresenti una critica della tradizione in senso avanguardistico, al contrario, essa è il più nobile risultato, il fiore della tradizione. La parola tradizione nel caso di Sinan dobbiamo usarla al plurale: le tradizioni.

Boris A. Novak

Sinan Gudžević è uno dei rari poeti contemporanei che unisce una vasta cultura moderna a una profonda cultura classica, prevalentemente greco-latina. Questa fusione dà alle sue poesie un’impronta straordinariamente originale... La sua poetica è radicata formalmente nell’epigramma, quel genere letterario, ormai quasi abbandonato, e stilisticamente in un uso molto esigente della litote e della pointe. Nei suoi versi in poche parole egli esprime un mondo, tutto suo, che si innesta poi nel nostro mondo comune.

Predrag Matvejević

Scritti in distici elegiaci e caratterizzati dal virtuoso gioco musicale reso dall’inconsueta fusione di arcaismi e neologismi e dalle rime ed assonanze interne, per la loro qualità ritmica, questi epigrammi sono una vera e propria maestria linguistica. Gudžević prende in prestito il tono dei grandi classici per commentare la quotidianità della Roma odierna, vista dagli occhi di un immigrato che porta in tasca il passaporto di un Paese distrutto dalla guerra.

Asmir Kujović

Proprio per la sua bravura di gioco sia nella «cucina linguistica» che nel mondo totalizzante degli stimoli a prima vista incompatibili e, allo stesso tempo, la sua consueta dedizione alla cosiddetta poetica del concreto, Sinan Gudžević ha veramente segnato il goal sul suolo italico! In questa occasione non resisto a non citare due dei suoi brillanti epigrammi calcistico-esistenziali da questo libro, il 75 e il 77. Se l’abile giocatore di calcetto Sinan avesse giocato per il Partizan contro la Roma, ci sarebbe forse stata qualche probabilità di batterla.

Igor Lasić

Gudžević sta componendo e sillabando i suoi epigrammi con la più severa disciplina del metro classico, del distico elegiaco. Gli esametri e i pentametri gli scorrono armoniosamente e il rigore del distico gli offre l’obbligo e la possibilità di esprimere in modo estremamente conciso quello che ha da dire, tendendo sempre alla pointe veloce ed efficace.

Tonko Maroević
BIOGRAFIA

Sinan Gudžević, nato nel 1953 a Grab (Novi Pazar) Serbia. Ha studiato la filologia classica e metrica antica all’Università di Belgrado e a Düsseldorf (Germania). Ha pubblicato versi nella raccolta "Gradja za pripovetke" (Materiale per i racconti), Belgrado (1978) e su riviste in Jugoslavia, Germania, Stati Uniti, Italia, Francia, Polonia, Romania. Nel 2001 ha pubblicato a Spalato un suo libro intitolato “Epigrammi romani”, che comprende più di 100 testi, scritti tutti in distici elegiaci, frutto di suoi soggiorni a Roma.
Ha viaggiato molto e soggiornato in paesi europei e sudamericani.
Traduce in serbo-croato poesia classica greca e latina (Anthologia Palatina, Teognide, Callimaco, Gregorio Nazianzeno, Ovidio, Marziale, Properzio) poesie e prose latine del Rinascimento (Petrarca, Vives, Giano Pannonio, Pico della Mirandola ecc.) gli epigrammisti germanici (Opitz, Logau, Czepko, Goethe, Schiller, ed altri). Ha tradotto dal portoghese una raccolta di epigrammi di Fernando Pessoa. Ha scritto una serie di testi sulla guerra linguistica serbo-croata.

Risiede attualmente a Zagabria. Ha pubblicato in italiano: poesie su: "Pagine", numero 18 (settembre-dicembre 1996), Roma, 1996, pp. 21-22; da "Epigrammi romani" su: Il Segnale, numero 50, Milano 1998, pp. 38-40; un saggio critico: "Cuius regio eius lingua" su: Quaderni Fondo Moravia, numero 1, Roma 1998, pp. 163-170.
E' uno dei poeti fondanti della casa della poesia. Ha partecipato a "Poesia contro la guerra" (maggio 1999, Casa della poesia, Baronissi e dicembre 2001 Salerno), "Napolipoesia. Incontri internazionali" (Napoli, settembre 1999 aprile 2001), "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" (Salerno, giugno, 2000); "Parole di mare. Incontri internazionali di poesia" (Amalfi, luglio 2000); "Lo spirito dei luoghi. Incontri internazionali di poesia" (Baronissi, Casa della poesia, ottobre 2000); "Il cammino delle comete" (novembre 2001 e maggio 2002, giugno 2003), "Sidaja" (Trieste, settembre 2001); "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" (Sarajevo 2002); "In memoriam. Izet Sarajlić" (Salerno 2003).
Ha tradotto in italiano insieme con Raffaella Marzano il libro di Izet Sarajlić “Qualcuno ha suonato” (vincitore del Premio Maravia 2001).

La sua raccolta “Epigrammi romani” è stata pubblicata in traduzione nel 2006 presso la Multimedia Edizioni.
È tra i poeti fondanti della Casa della poesia ed uno dei più attivi collaboratori.
ESTRATTO

RECENSIONI

Sinan Gudžević, Epigrammi romani
Testata:Casa della poesiaData:26/3/2007Autore:Gianluca Paciucci
Gli Epigrammi romani di Sinan Gudžević
Testata:Casa della poesiaData:3/3/2007Autore:Sebastiano Burgaretta
Gli Epigrammi romani di Sinan Gudzevic
Testata:Casa della poesiaData:18/12/2007Autore:Rocco Taliano Grasso
Sinan Gudžević, Epigrammi romani

Ho conosciuto Sinan a Sarajevo, ottobre 2002, in occasione della prima edizione degli Incontri internazionali di Poesia dedicati a Izet Sarajlić scomparso da pochi mesi. Di Izet, Sinan è uno degli eredi più prossimi, e ne è sicuramente il più strenuo difensore, in quella capitale della Bosnia Erzegovina stressata dalla guerra e dal dopoguerra (feroci entrambi) e che tenta a volte di fare i conti in modo sbagliato con il proprio passato, tutto sotto il manto del ‘regime’, tutto nero (rosso) di sangue e di povertà.
Che questo non sia vero ce lo dicono certi luoghi, come ad esempio il “Kino Teatar Prvi Maj (Cinema Teatro Primo Maggio)”, ex “Bosna” ex “Prvi Maj”, luogo comune -e non solo ex o di ‘uomini ex’- in cui varie comunità non identitarie si incontrano (parlano/danzano/suonano/bevono) sotto lo sguardo di una foto di Tito che spesso si incrocia con quello degli enormi volti di Sophia Loren, Alain Delon, John Wayne e Bruce Lee, dipinti dagli studenti della locale scuola d’arte; luogo anche di poesia, dove da tre anni si svolgono gli Incontri di cui sopra, dopo un iniziale vagabondare in altre sedi, luogo dove si incontrano generazioni varie (di poeti, di uomini e di donne), di appartenenze diverse e di caotiche fedi. Motto degli Incontri, due versi di Izet: “Anche i versi sono contenti / quando la gente si incontra.” E dopo le letture e i suoni ‘ufficiali’, si continua fino a tardissimo, perché i corpi sanno di dover stare in piedi, sanno di dover reggere/dare/darsi, e che lo spettacolo è fatto di sguardi che si incrociano e si mescolano, si toccano e si fuggono, di pasti comuni, di prima/durante/dopo, e di lunghe e-mail, telefonate ed amori, quando qualcuno/qualcuna deve andar via e lì lascia tanta parte di sé. Per magari rientrare in Europa occidentale, ovvero nella ‘cultura dell’intrattenimento’ contro cui scagliò giuste critiche -inascoltate ora come allora- Walter Benjamin: a due passi dall’intrattenimento, c’è il fascismo, ovvero l’estetizzazione della politica, la fine delle forme aperte, o l’uniformità staliniana e coloniale.
Cinque anni fa conobbi Sinan, parte di quella ‘staffetta poetica jugoslava’ che vede Sarajlić (il sarajevese, nel nome e nei versi, della città antietnica per eccellenza) il primo a partire; poi Ante Zemljar (croato di Pag, partigiano comunista che nel 1948, per le sue convinzioni, finì a Goli otok, l’isola nuda, il gulag di Tito, dove scrisse L’inferno della speranza, grido contro i ‘compagni aguzzini’, e irriducibile antifascista fino alla morte); Josip Osti (vero velocista, d’altronde, 4x100 jugoslava, primato nazionale nel 1968, e poeta raffinato, in lingua slovena - abita a Tomaj, sul Carso sloveno - ha da poco perso la madre, che viveva a Sarajevo); Marko Vesović (montenegrino, anima della resistenza della capitale bosniaca di ieri -1992/1995- e di oggi, caustico giornalista e poeta acuto - è tradizionalmente lui ad aprire gli Incontri di Poesia di Sarajevo); e infine Sinan, quinto, ma in realtà titolare (corrono un po’ a turno, e si mescolano ad altri staffettisti dalla Serbia, dalla Voivodina, dal Sangiaccato, dalla Macedonia, dall’Istria - il nostro piccolo e guizzante Giacomo Scotti, “jugoslavo nato in provincia di Napoli”, come diceva Izet -, ed altri, altre, giovani, incalzanti senza voglia di scalzare, in una bella scena letteraria).
Se Marko apre tradizionalmente gli Incontri, è Sinan a chiuderli, dopo aver tradotto - insieme a Raffaella Marzano, principalmente - buona parte dei testi presentati: seduto a un tavolino, fintamente indolente ma con la rapidità di un’ala del calcio classico, legge con colpi d’ala che danno ai suoi testi forza ironica e satirica (quasi mai sarcastica) e che trovano spesso -come nella raccolta di cui ci stiamo occupando- la propria misura nel distico elegiaco, perfettamente riprodotto nella musicalità della lingua serbo-croata. I modelli sono chiaramente confessati nell’epigramma 34: “Marziale, Goethe, Palada, Lucilio, Callimaco, Puskin, / Nicarco, Laerzio, Basso…”, e così via con gli epigrammisti greci e latini, quelli dell’ Antologia palatina, e poi avanti fino a Pasolini e a Fortini. L’epigramma di Sinan non è forzato o stravolto dal contatto con la modernità (del soggetto poetante, e dei temi), ma è accompagnato nella modernità, necessariamente barbara ma proprio per questo da attraversare in lungo e in largo, e rappresentabile. D’altronde la classicità si è sempre nutrita di contributi ‘stranieri’ e attuali, e Roma ha visto venire fior di poeti dalla Spagna tarragonese (Marziale) e dalla Gallia cisalpina (Catullo), come appena ieri da San Leningrado (Brodskij) e oggi dall’Illiria (il nostro Sinan, ad esempio, ma anche il fiumano/romano Valentino Zeichen che in "Ogni cosa ad ogni cosa ha detto addio", pubblicato da Fazi nel 2000, ha scritto la raccolta gemella di questa di Sinan). Dai barbari, se non la luce -nessuno può darne a Roma: ne ha una tutta sua, funerea e irriducibile-, sicuramente l’amore di un ‘semipaganus’ (Persio), di uno che sa assumere l’acutezza di uno sguardo nuovo su persone e luoghi logorati dagli occhi di milioni di abitanti, turisti, artisti e viandanti.
Il flaneur Sinan attraversa la città, coglie e raccoglie attimi di vita e li concentra nella brevitas dell’epigramma, pochi versi con punta finale (stile/stilo). Elementi di poetica: “Tutti gli inizi son duri. Ma nell’epigramma è diverso: / Facili tutti gli inizi, duri e aspri i finali.” (epigramma 27); il già citato n. 34 e il n. 37 (“…lettore, ma dimmi, tu resisteresti: / Esser Marziale a Roma, foss’anche un attimo solo?”); “…Api e arnie mie e bugni li trovo a Roma, / Ma il pungiglione al miele viene aggiunto a Grab.” (epigramma 71). Ecco il semipaganus all’opera, il mezzo campagnolo, il poeta ‘volgare’ che segue la Musa pedestris (Orazio): il materiale è romano, ma il pungiglione (lo stilo, la punta) è illirico -Grab è la città dove Sinan è nato, nel Sangiaccato, tra Serbia, Bosnia e Montenegro-, ed è proprio questo a colpire/scolpire, a modellare i versi, a pungere le situazioni come bolle che vanno poi a esplodere nell’emistichio finale.
Quali situazioni? Proviamo a censirle:
-gli amori alla Marziale e alla Catullo (n. 23);
-lo spirito balcanico (nel divertentissimo epigramma 28);
-la bellezza ingloriosa ma salvifica del quotidiano (n. 50);
-la classicità (in numerosissimi testi, quella greco-latina-rinascimentale, fino allo sguardo puntato dritto nel cosmo da Giordano Bruno, verso l’infinità dei pianeti e delle vite - n. 85);
-il calcio ‘classico’ (dal Maradona dell’epigramma 57, al caro Partizan di Belgrado dei nn. 75-76-77);
-i due mondi dell’unica Europa, le due culture integrabili costruite su ‘religioni disarmate’ (il Sacro Corano degli epigrammi 79 e 87, tra i più belli dell’intera raccolta);
-la follia bellica jugoslava negli anni Novanta del secolo scorso (nn. 15 e 98);
-i cimiteri e la morte (anche qui in numerosissimi testi).
Solo scorrendo questo sommario elenco si può capire che la ‘varietas’ non è stata tradita, anche perché all’indubbio spirito di osservazione Sinan aggiunge una solida cultura classica che gli permette di viaggiare tra l’immensa complessità della vita, mai distogliendo lo sguardo dalle cose, e piuttosto estraendo dai marmi la forza incisa. “Humani nil a me alienum puto (nulla di ciò che è umano mi è estraneo)”, scriveva Terenzio, e questo vale anche per il nostro, e per tutta la genìa dei seguaci della Musa pedestre di cui sopra (tra cui Dante, il ‘commediografo’ per eccellenza, il radicale, l’esule, il non pentito). Seguaci della Musa pedestre: è curioso come nello stesso torno d’anni due poeti illirico-latini siano stati attratti da uno stesso luogo, la “Tomba del fornaio Eurisace” (Zeichen, op. cit., pag. 14) e l’epigramma 103 di Sinan: credo sia l’amore per il pane e per chi lo impasta a unirli, senza retorica ma con tutta la forza dei polsi e delle braccia che premono, masticano, e fanno cuocere, ‘volgarità’ che lievita e cresce fino al sublime (ma sublime era anche l’impasto primo). Il Sacro Pane e il Sacro Corano: il laico Sinan rende omaggio a una donna della sua famiglia (in cui rivedo mia nonna, devozione contro fanatismo), Lema Gudzevic: “…Ogni Ramadan digiunò con tutto il suo cuor. / Sette giorni lottando per rendere l’anima sua / Perdonava a ognuno i peccati e cercava il perdono da tutti / Perdonò il pesce nell’acqua e l’uccello sul monte / Sappi che più di ciò il Sacro Corano non chiede.” Non chiede violenza, non chiede sottomissione, non chiede conversioni -proprio come ogni religione minimamente decente, come il semplice cristianesimo quando vuol farsi impotente o una ragione che predichi i suoi lampanti limiti-. Questa notizia ci giunge da chi, illirico/balcanico, ha frequentato a sufficienza una delle capitali del mondo moderno per poter estrarne l’oro e descriverne la morte: “Roma è rovine e cimiteri, e i romani son gente allegra. / Vivendo al cimitero dolor diventa riso prima o poi.” (ep. 24) E’ la Roma di Belli, Petrolini (“muoio guarito”) e Scola, è la Roma del Cimitero acattolico (Gramsci, Bellezza, Moravia, Corso -ep. 108), è la Roma balcanica -le orchestre rom, dei ‘matrimoni e dei funerali’-, del varietà (varietas dell’epigramma e festa sull’orlo della tomba, ‘luci della ribalta’ e funerale del guitto, in I nuovi mostri di Scola) e dei sereni giardini -foscoliani- in cui all’ombra della Piramide Cestia riposano molti dei nostri. Prendiamo gli epigrammi di Sinan come baedeker e ripercorriamone i percorsi perché a null’altro serve la poesia se non a smarrire (celebrandola) la morte, e a camminare insieme ai giganti, tra i giganti danzando.

Gianluca Paciucci


Gli Epigrammi romani di Sinan Gudžević

La lettura degli Epigrammi Romani di Sinan Gudžević si è rivelata per me una piacevole sorpresa, perché con essa mi sono sentito come a casa, quasi come con una persona che conoscessi da tanto tempo; eppure leggevo per la prima volta uno scritto di questo poeta serbo. Mi sono sentito subito in sintonia con l’atmosfera evocata da questi epigrammi e con l’interiorità che li permea. Peraltro li ho voracemente letti durante un viaggio in treno dalla Sicilia a Roma. Roma, meta di un viaggio da tempo programmato e poi coinciso con la lettura di questi Epigrammi Romani. Quindi Roma, come dire, in full immersion tra i distici di Gudžević, che mi hanno portato, pur ancora sul ritmo dello sferragliare del treno, a quella dimensione particolarissima che gli umanisti conoscono bene per esperienza. Alla ricomposizione, cioè, tra la Roma antica della storia, della letteratura e degli studi e quella di oggi, conosciuta e vissuta, periodicamente nei viaggi e negli affetti che coltivo in questa città, e permanentemente nel suo ruolo di caput politico e di meretrice santa al centro di aspettative e delusioni per molti.
I distici di Gudževíc mi hanno prepotentemente (ri)portato tra le vie e i monumenti di Roma con un misto di esperienze personali in cui il confine tra classico antico e attualità s’è fatto quasi impercettibile. Mi è sembrato, davanti a certi versi, di leggere Marziale, per esempio, con la sensazione vibrante di dovermi imbattere in lui nelle vie della Roma di oggi. Cadenze ritmiche, tempi delle affermazioni di Gudžević, per non dire delle interiezioni – per Ercole!, per Giove! – mi facevano sentire davanti a un testo classico. E ciò al punto che mi sono, di tanto in tanto, sorprendendomi io stesso, ritrovato a scandire istintivamente la lettura verbalmente, come se mi fossi trovato davanti a una metrica esclusivamente quantitativa.
L’esperienza creativa di Gudžević con l’epigramma è qualcosa di unico per le caratteristiche che presenta. Questi epigrammi, per quanto, per così dire, tematici, in relazione al titolo che li raggruppa e organizza unitariamente, non sembrano, tuttavia, come si potrebbe pensare, essere il frutto di esperienze occasionali e moti d’animo passeggeri, checché ne dica l’autore stesso, il quale, con una modestia che gli fa onore, schermendosi, ha dichiarato in una recente intervista a Manuela Palchetti: I miei epigrammi non portano e non offrono nulla di nuovo. Tutto quello che c’è in essi, c’è da sempre negli epigrammi: qualche iscrizione tombale, qualche componimento scoptico, qualche distico arguto e malinconico, autoironico o pungente. Per me scrivere versi è un’attività strettamente intima, più perditempo che cercaverità, poetare un pensiero all’espressione. La verità è un privilegio di filosofi, la poesia si occupa della nebbia e della tristezza nella quale si trovano avvolti rispettivamente la verità e l’uomo ( 1)
A me pare che tali affermazioni, per abundantiam veritatis, tradiscano le intenzioni dello stesso autore, andando al di là dei paletti che questi vorrebbe fissare. Per lui scrivere versi è un’attività strettamente intima. E dice bene usando il termine intima, e non invece intimistica. Ancora: la verità è un privilegio di filosofi; certo in termini di ricerca della verità. Il poeta infatti fa altro, e forse più del filosofo: testimonia su di sé la vita dell’uomo e la verità di tale vita, facendosene carico con tutto il peso dolente, malinconico, ma al tempo stesso intimamente gioioso, della nebbia e della tristezza che avvolgono l’uomo e la verità. Parafrasando S.Giovanni, diciamo che il poeta tollit veritatem hominis, perché già l’ha oscuramente, misteriosamente, misticamente raggiunta o per lo meno agganciata.
Questi epigrammi di Gudžević rispondono, piuttosto, in gran parte, a una vocazione filologico-umanistica di grande spessore e a una fisionomia, o meglio, a una identità culturale precisa dell’autore, il quale, probabilmente, a un certo punto del suo cammino di poeta e di uomo, forse meglio di civis, ha sentito maturare dentro di sé, in consonanza coi tempi della storia, una vena poetica civile che supera il “lirismo intimo”, per realizzarsi e vivere nell’aggancio intelligente e forte, concreto e libero con la realtà oggettiva della vita sociale, senza cadere però, né scivolare, sul terreno insidioso e avvelenato degli ideologismi e di altri fratelli e cugini di questi. Per questo probabilmente la misura e le caratteristiche qualitative dell’epigramma forniscono a Gudžević l’estro per esprimere compiutamente il suo mondo, per lo meno, la sua attenzione verso il mondo. Non sono, credo, semplici sfoghi personali, né passatempi, né quisquilie pleonastiche rispetto alla weltanschauung dell’uomo e del cittadino che stanno dentro al poeta Sinan Gudžević. Pertanto vanno letti con l’attenzione che si deve alle espressioni di vita che vengono modulate dalla poesia.
Dai distici di questi Epigrammi Romani si profila, evidenziandosi vieppiù distintamente, un poeta testimone poliedrico di memoria storica e culturale. Un poeta testimone che usa la parola nella sua funzione originaria, quella che viene dal suo etimo παραβάλλω; la parola come ponte, parabola, che unisce e mette in comunicazione. Un poeta testimone che si mette al servizio della parola nella funzione propria della parola, quella appunto di far da ponte. E ciò con un genere letterario desueto e comunemente ascritto dalla pigrizia mentale dei più all’ambito generico dello scritto satirico e del calembour tuttalpiù.
Dietro gli epigrammi di Gudžević c’è un retroterra culturale di ampio spessore, e la scelta di questo genere letterario non è per nulla casuale o indotta. È appunto una scelta. Ciò si evince dalle caratteristiche proprie di questi Epigrammi Romani, che hanno, sì, tutti gli elementi tipici e costitutivi dell’epigramma classico, ma ne presentano anche di propri. Del genere classico hanno: la struttura formale del distico, la brevità, la pregnanza semantica, la battuta brillane e scherzosa, il risvolto scoptico, il fulmen in clausola di frequente, la punta cosiddetta o pointe alla francese.
A dare originalità a questa raccolta sono però i caratteri propri dei versi in essa compresi. E sono caratteri che vengono da lontano. Innanzitutto si sente assai distintamente l’influenza dell’oralità poetica e della poesia popolare tramandata oralmente dai cantastorie d’Oriente. Si percepisce poi la ricchezza notevole di una memoria storica e personale con radici precise: quelle che affondano nella cultura del villaggio natìo, dal quale si ramificano e si irradiano verso il mondo. Un villaggio che con la sua civiltà si fa nel poeta ombelico del mondo, omfalós di vita creativa che paraballa in mezzo agli uomini. Mi pare che fosse Dostojeskji ad affermare: scrivi del tuo villaggio e parlerai al mondo, e opportunamente Predrag Matvejević, a proposito di questi epigrammi, annota: Nei suoi versi in poche parole Sinan Gudžević esprime un mondo, tutto suo, che si innesta poi nel nostro mondo comune (2). È chiaro però che si possono, queste parole, innestare nel nostro mondo comune, in virtù dell’autenticità e della verità delle loro radici, che devono essere davvero autentiche e non posticce, nonché in virtù del permesso, conferito alla parola, di svolgere la sua propria funzione tra gli uomini. Leggiamo quello che Gudžević scrive nell’epigramma segnato col numero 52:

Prendo il libro di cucina di Apicio Gavio Marco
E il ricordo d’un tratto vola all’ allegra mia Grab;
Nel pomeriggio estivo sul prato un vitello treenne,
Forte gli vibra il collo, la coda gli scaccia le mosche.
Uno lo guarda e d’un colpo gli sfuggono queste parole:
“Guardalo, mi fa venir l’acquolina in bocca!”
Dubiti forse, o lettore, che un tale carnefilo esista,
Vieni, che te lo presento: è Jakup, mio fratello.


Un villaggio del Sangiaccato costituisce, per dirla con Dante, la piota che ha dato origine alla fronda della persona e della creatività di questo poeta. Grab, un villaggio serbo con la sua vita: il lavoro, le ristrettezze quotidiane, l’amore per la vita inoculato da gente semplice e dalla vita autentica. Io credo di immaginare le persone anziane dalle quali Gudžević ha ascoltato e appreso storie, canti, preghiere etc., come pure la curiosità e la passione per i sortilegi della parola e per le lingue che trasmettono memoria e che perciò stesso permettono la crescita culturale. Amo immaginare che anche per Sinan Gudžević gli studi classici e gli approfondimenti filologici siano stati il naturale sbocco, il logico complemento a ciò che egli era, per ricorrere ancora a Dante, nel costrutto che della sua persona hanno fatto i primi dieci anni della sua vita. Ecco ciò che scrive, a tale riguardo, nell’epigramma 71:

Mentre passavo inverni nel mio paese nevoso,
Marco, che ama sciare, non volle venire a trovarmi.
Ora che sono a Roma mi chiama, vuole venire.
Non volle venire a Grab, vuole venire a Roma!
“Hai un posto per me? A me mi attirano molto
Gli epigrammi che ora stai scrivendo a Roma!”
Se, o sciatore Marco, il mio epigramma t’attira,
Non devi venire qui, vieni, o Marco, a Grab.
Api e arnie mie e bugni li trovo a Roma,
Ma il pungiglione al miele viene aggiunto a Grab.


Leggiamo ciò che di un simile amico egocentrico e opportunista scrive Marziale nell’epigramma numero 63 del primo libro:

Mi chiedi di recitarti le mie poesie, Celere. Non mi va.
Non vuoi sentire le mie poesie: tu vuoi recitare le tue.


I tratti culturali cui si è fatto finora cenno sono dei presupposti, dei requisiti che possono informare fortemente sul piano etico la crescita culturale di una persona. Se poi ad essi si aggiungono, e, meglio ancora, si armonizzano sensibilità profonda e raffinata e gusto per la potenza della parola, ecco che essi danno vita a quei rari prodigi di umanità creativa che sono i poeti autentici, nei quali etica ed estetica procedono fusi e amalgamati in maniera tale che l’una non può sussistere senza l’altra. E questo credo che sia il caso di Sinan Gudžević. La sua poesia è un insieme armonico di vita e verità, che trovano espressione, orale prima, in opere d’inchiostro sulla carta dopo, nella modulazione ritmica della parola forgiata e calibrata al magistero dei classici che dell’etica seppero fare anche estetica in ogni tempo e in ogni lingua, educando sé stessi e il loro prossimo alla libertà di spirito e all’autonomia di pensiero, sino talvolta al sacrificio e alla sofferenza per amore e a difesa dell’esigenza primaria dell’uomo: la libertà, personale innanzitutto ma anche civile. E i maestri di Gudžević nel genere epigrammatico sono tanti e di ogni tempo appunto. Ce ne dà un campione, certamente non esaustivo, egli stesso nell’epigramma 34:

Marziale, Goethe, Palada, Lucilio, Callimaco, Puškin,
Nicarco, Laerzio, Basso, Luciano, Archia, Flacco,
Archiloco, Nosside, Anita, Crinagora, Catullo, Erasmo, Vjazemskij, Zamagna, Floro, Cunicchio, Pannonio, Moro: Se, o lettore, a loro aggiungi numerosi ignoti,
Saprai dove cercare del mio epigramma il sale.
Questo libretto quindi non ti piacesse affatto,
Rimproverami, lo merito, ma rimprovera anche loro!


Sono innumerevoli le suggestioni che pullulano dalla lettura di questi Epigrammi Romani. Il poeta di oggi, per esempio, come quelli antichi, acuti osservatori del caos dell’Urbs, gira anch’egli come elettrizzato per le vie, le piazze e tra i monumenti romani, teso e proteso a cogliere echi, ricordi, messaggi, suggestioni dalla letteratura, dalla storia, dalla cultura e ancora al paesaggio. Il tutto viene filtrato dalla straordinaria capacità di osservare in compagnia, e quasi con “l’aura suggeritrice”, dei compagni poeti di tanti secoli fa, nonché dall’immediatezza con cui il poeta si sintonizza con essi nel mentre si relaziona con la realtà spazio-temporale e storico-memoriale. Si legga quanto scrive nel primo epigramma, quello che sembra aprire programmaticamente tutta la raccolta:

Ciò che da tanto bramavi, rimira, anima mia:
Roma che splene nel sol autunnale eterna città.
Anima, godi a fondo il giorno che vivi e Roma,
Anche se questo piacere domani dolore sarà.


E poco dopo nell’epigramma numero 4:

Nelle terme a Roma c’erano una volta biblioteche:
Affinché fresco e pulito potessi leggere i libri.
Oggi fra libri polverosi, che sporcano e danno starnuti,
Sarebbero più salutari le terme nelle biblioteche.


L’epigramma numero 7 è un piccolo capolavoro di osservazione e di proiezione autoironica:

Un passerotto saltella sotto una colonna di Piazza di Spagna,
Ferito e dolente, storpio ad un piede e claudicante.
Ma se t’avvicini a lui, lieve dal suolo s’invola,
Tutto agile e potente, come se nulla fosse.
A nessun altro che a lui somigliano queste poesiole –
Siate benevoli. O lettori, mi sfuggì questa parola!


Sembra affiorare una qual parentela con lo spirito di Trilussa, e certamente l’autore si rivela ispirato dagli antichi classici, tale è la sintonia che se ne registra, come si può evincere anche dal successivo epigramma numero 8:

Disse Democrito che sempre pensare a qualcosa di bello
È già di per sé il segno di aver una mente divina.
Quindi, una ragazza, da mesi qui a Roma, è quello
Che alle menti divine aggiunge anche la mia.


Degli antichi autori Gudžević rinnova la salacità tipica. Al numero 31 così scrive infatti:

Mario, per l’incuria tua si è bruciato il viso tuo figlio:
Guance e naso bruciò la fiamma ardente del gas.
Ora sul viso i dottori gli trapiantano dai glutei la pelle.
Ti chiedi se una traccia di ciò sul viso gli resterà.
Mario, se lui t’assomiglia, non avrà alcun segno sul volto:
Uomini come sei tu hanno il culo per faccia.


La stupidità bollata fa pensare a quella simile di Egnazio sbertucciato da Catullo nel carme 39.
Con i classici si profila addirittura l’immedesimazione, come si può notare nell’epigramma numero 38:

Non son da tanto a Roma per esser giustificato
Se ho preso in giro qualche costume romano.
Sento il lettore che dice: dare giudizi affrettati
Non è un nobile uso, non è nemmeno perbene.
Ed è pur vero, lettore, ma dimmi, tu resisteresti:
Esser Marziale a Roma, foss’anche un attimo solo?


L’autoironia segna marcatamente il distacco critico del poeta da sé stesso e dal rischio della boria. Si legga al riguardo l’epigramma numero 32:

Mato mi loda e dice, fra tutti i serbo-croati
Son io colui che i distici migliori compone.
Rispondo io a Mato che fra tutti i serbo-croati
Son io colui che i distici peggiori compone.
Chi ha ragione, lettore? Entrambi abbiamo ragione,
Dato che son l’unico io che i distici ora compone.


E poi ancora ai numeri 40, 80, 102. L’autoironia si spinge sino al tratteggiamento delle caratteristiche fisiche e financo patologiche, come nell’epigramma numero 100:

Calcoli, reuma, artrite li ereditai da madre
Sonno inquieto e lieve da parte paterna mi viene,
Sudore notturno, prurito li presi dal nonno materno,
L’indole a pianto e uggia dono della nonna materna,
Flemma, facondia, fiacca dalla nonna paterna,
Il digrignare notturno traccia del sonno paterno.
Se a tutto aggiungi anche i miei propri tributi
Due prolassi dorsali, ulcera, vitiligine e pressione
Forse infine avrai un’ idea più chiara di quale
Misero essere vuole burlarsi di Roma in versi.


Oltre ai poeti antichi qui sembrano fare capolino anche alcuni dei satirici e realistico-burleschi del nostro Medioevo e dell’Umanesimo, da Cecco Angiolieri al Burchiello al Berni e dintorni.
È particolarmente viva ed efficace nei distici di Epigrammi Romani la critica alla retorica, al comodo conformismo dei più ai prodotti non sempre positivi della modernità, così come è evidente il disincanto davanti agli aspetti pratici della vita. Ecco ciò che scrive l’autore nell’epigramma numero 72:

Applausi in chiesa a messa, il vescovo in porpora tace,
Applausi quando il palmo il Papa sul popolo leva,
Applausi nel tribunale proclamata la massima pena,
Applausi quando la salma per l’ultimo viaggio si parte.
Tutti sono usi romani: straniero, non ti stupire
Quello che Roma insegna: la vita è un batter di mano!


Come non pensare al conformismo snobistico dell’Arrio catulliano con la sua pronuncia aspirata nel carme 84?
Per i risvolti negativi della modernità e per il disincanto davanti agli aspetti pratici della vita sono assai eloquenti gli epigrammi segnati coi numeri 36, 41 e 54, così come per il tema e gli effetti dell’alienazione provocati dall’uso scriteriato dei mezzi tecnologici sono di utile lettura i numeri 43 e 74. La disfunzione dei servizi pubblici e i rumori e i traffici di Roma sono presenti come negli antichi epigrammisti. Così leggiamo nell’epigramma numero 67:

Molte ne vedi chimere a Roma e sull’italico suolo,
Ma la più grande, straniero, sta nell’affidarsi alla posta.
Fa’ quel che vuoi a Roma, ma lettere non scrivere mai:
Va’ a puttane o bevi o gioca a carte, a lotto,
Se non vuoi giurare invano, al tuo ritorno da Roma,
Ad ogni amico che hai di avergli scritto da Roma.
Cicerone ad Attico scrive che la notizia della morte di Cesare
Giunse in germanico suolo in una decina di giorni.
Quindi da Roma al Reno, viaggiava la posta romana,
Se il calcolo non inganna, cento miglia al giorno.
Oggi da Roma al Reno la posta italiana ci mette
Uno o due mesi, talvolta non giunge affatto.
Tu che gioisci in attesa della lettera scritta da Roma,
Ricrediti: vana speranza, la lettera s’è persa per strada.
Vano sarebbe che oggi a Penelope scrivesse da Roma
D’essere vivo Ulisse: ben prima arriverebbe lui.


E al numero 65:
Silenzio di tomba su Roma: è questa l’unica ora
Che porta sonno e riposo ad ogni essere e cosa.
Peccato sia notte ed il sole non solchi il cielo:
Ne sentiremmo il rumore, ora che Roma tace.


Gli Epigrammi Romani trattano temi e argomenti tra i più scottanti del nostro tempo. Tra di essi è presente il problema attuale dell’umanesimo dell’Occidente slavato e compromesso dalla logica del profitto già ab ovo, come quasi per una sorta di peccato originale. L’epigramma 70 così dice:
L’umanesimo, dici, europeo nacque a Troia la notte
Quando il pianto d’Achille al pianto di Priamo s‘unì,
Dicci anche che esso mutò il suo percorso
Quando per Ettore chiese a Priamo riscatto Achille.


L’occhio critico dell’epigrammista si posa sul mondo e sui suoi responsabili, come al numero 22:

Quello che Lete e Mneme separano nel mondo antico,
Quello nel mondo odierno Tibur unisce da solo.
Questo si vede dai papi: del Tevere l’acqua bevuta
Molte obliano cose, ne ricordano ben poche.
Anche il papa di oggi strabeve l’acqua tiburtina,
Non solo perché fa bene al fegato e alla bile.
“Noi chiederemo perdono al polo ebraico”, dice
Ma non ne dice il perché – l’acqua d’oblio è così.


Si posa causticamente anche sulla gente comune, come al numero 24:

Roma è rovine e cimiteri, e i romani son gente allegra.
Vivendo al cimitero dolor diventa riso prima o poi.


Il poeta vive la difficile attualità politica e sociale e l’accorata amarezza per le follie dei nazionalismi, come documentato al numero 15:

Versi, invano vi scrivo in voci croate e serbe!
Pochi croati e serbi saranno vostri lettori.
Oggi la loro follia richiede con forza che solo
Versi e prosa componga secondo il noi nel nostro.


Registra altresì l’amarezza per la tragedia storico-politica dell’ex Jugoslavia, come, ad esempio, al numero 98:

Alija, sappi che mai, al tavolo della nostra taverna
Mai più potremo bere insieme e cantare,
Senza che serbi, croati, bosniaci, montenegrini, albanesi,
Avvelenino il calice nostro, tristi rendendoci e muti.
Sulle canzoni adesso si stendono stermini e massacri,
Ciò che un dì paventammo, ora ci fa compagnia.
Sia dannato colui che questo silenzio ci impose,
Ogni fine politico, tutti i giochi di forze,
Franjo e Slobo dannati e Milan e Morir e Kiro,
Sia dannato con essi anche Alija, omonimo tuo.


L’epigrammista è costretto dalla terribile realtà degli eventi storici a dover persino toccare l’incanaglimento degli uomini, compresi purtroppo anche alcuni sacerdoti della parola, i poeti cioè, come nell’epigramma numero 109, che non caso chiude amaramente la raccolta poetica:

Matija, scrissi una volta che tu e Vasko siete immortali,
Certo che Vasko e tu potreste accostare i versi.
Vasko è morto e tu diventasti con la guerra canaglia:
Le tue parole e versi fomentano coltello e sangue.
Anche se in te un giorno lo stesso Milton parlasse,
Mai più ti leggerò e mai sentirti vorrò.
Fossi stato immortale, per la tua reità saresti morto.
Tuoi malefici versi saranno privi di immortalità.
Dovessi essere immortale in qualche barbaro stuolo,
Tale immortalità dovrai goderla solo da solo.
Bene conoscevo Vasko: preferirebbe essere morto
E dimenticato che star immortale insieme con te.


Ce n’è davvero abbastanza, per non pensare che questi Epigrammi Romani siano dei semplici passatempi o sfoghi personali, ma per pensare invece che con essi ci troviamo di fronte a una testimonianza poetica, di alto spessore culturale, circa la sensibilità con la quale l’uomo di oggi si confronta con la realtà storica e con i costumi del nostro tempo.


Sebastiano Burgaretta


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NOTE

1) M. Palchetti, Intervista a Sinan Gudžević, www.writers.it-fogli di poesia.
2) P. Matvejević, risvolto di copertina di Sinan Gudžević, Epigrammi Romani, Salerno 2006.
Gli Epigrammi romani di Sinan Gudzevic

Non credo che nell'epigramma 34 Sinan Gudžević, nell'elencare i grandi poeti del passato alle cui fonti si è abbeverato per affinare l'arte dell'epigramma, metta per caso in testa il nome di Marziale.
Marziale è senz'altro il più arguto dei poeti satirici romani, colui che nell'arte dell'epigramma dell'epoca raggiunge il massimo esito.
Anche il nostro poeta ci offre una gustosa e salace carrellata della quotidianità di Roma, nella cui vita si è immerso con dedizione e passione in diversi prolungati soggiorni, realizzando quell'osmosi che sola può consentire di coglierne l'anima profonda, l'intima filigrana, di chiosarne i vizi e le virtù, ma più i primi dei secondi (Ep. 34)
Come non è un caso che ad accompagnarlo, per affinità umane e ideali, sia un altro personaggio straordinario della cultura europea, Predrag Matvejević, il cantore e il più eccellente interprete della mediterraneità.
Siamo veramente onorati di avere con noi una personalità così limpida, alta e stimata, a cui auguriamo di cuore di vincere il Premio Nobel, per la sua opera in favore della cultura e della pace tra i popoli del Mediterraneo.
Svilupperò qui per voi due brevi linee di riflessione che, aggiunte agli aspetti biografici di prima, spero vi diano un quadro che vi avvicini al poeta Gudžević.

Sinan è nato e ha vissuto fino all'adolescenza in un remoto villaggio di montagna di una provincia tra la Serbia, la Bosnia e il Montenegro.
La vita veramente non gli ha regalato nulla, nel senso che tutto per lui è iniziato all'insegna della dura conquista, regalandoci però l'uomo di adesso.
Pensate che mentre era ragazzo per andare a scuola, Sinan doveva percorrere dieci chilometri a piedi e altri dieci per ritornare, questo in una zona dove imperversavano le tormente di neve e i lupi! Forse nessuno avrebbe immaginato l'amore e la perizia che quel fanciullo avrebbe poi riversato nello studio della letteratura classica greca e latina.
Sinan successivamente vive con profonda partecipazione, amarezza e costernazione le alterne e drammatiche vicende politiche e storiche della sua terra, dagli anni di Tito in poi; è lontano sia dal nazionalismo e dall'etnocentrismo, sia dal culto della personalità di Tito e dalle farneticazioni dell'ideologia. Scrive versi ribelli e rischiosi che mettono in guardia dalle derive a cui giunge ogni società dove l'umanità non assurge a riferimento privilegiato della politica e della letteratura.
È un innovatore che, al lirismo e all'estetismo anche di comodo di fronte all'aggressività delle ideologie, contrappone una nuova sensibilità, uno sguardo attento e perfino severo sulla realtà che si manifesta esplicitamente nella sua scrittura, imperniata sul criterio della narrazione, a volte anche aneddotica.

I feroci conflitti incidono sull'anima del poeta; egli leva la sua voce sulle macerie della patria, contro Milosević, contro i nazionalismi, contro la perduta armonia.
Viaggia per il mondo: Belgrado, Berlino, Lucerna e Roma sono certamente le capitali della geografia della sua anima. A Berlino nascono i suoi gemelli, figli di un "matrimonio misto", gli urleranno in patria, perché appartenenti a due etnie jugoslave diverse.
Qui, dopo i furori e le stragi e in un tempo in cui da diverse parti si nega l'enormità e l'orrore dell'Olocausto, corre l'obbligo di spiegare cos'è o qual è l'identità di e per Sinan Gudžević. Egli ama profondamente la sua terra, le sue memorie, le sue radici si sono ben nutrite e irrobustite nell'humus di quella terra, ma la vera identità non è "esclusiva e monolitica" (Boris Novak). Riconoscersi non vuol dire chiudersi; l'identità è "molteplice, aperta e fluida" (ancora Novak).
L'umanesimo di Gudžević ricorda una metafora del poeta Brodskij.
È vero che le culture come gli uomini sono simili agli alberi, vogliono radici per crescere ed espandersi. Però il grande poeta russo, per togliere la dialettica interculturale alla ideologia del sangue e della terra, scrive che l'uomo è un albero capovolto, le cui radici non sono affossate nell'oscurità della terra, ma sono rivolte in alto, abbarbicate nell'aria, nella luce, nel vento, verso i volti di tutti gli esseri umani. Capita, purtroppo, che le radici degli uomini si aggroviglino in qualcosa che non è un abbraccio, ma una lotta. Il poeta ne è ben consapevole e risolve la contesa con grande ironia, come nell'epigramma 70 (sull'umanesimo europeo).
I popoli, scontrandosi, per fortuna portano pure civiltà: l'ideale sarebbe portarla senza scontrarsi, ecco il vero umanesimo.
Necessità, dunque, fosse anche utopia, di una casa comune, come sosteneva Gorbaciov, amico del nostro Matvejević.
Questo è il poeta, questa l'idea dell'uomo che ci comunica attraverso gli epigrammi e l'intera militanza poetica e culturale.
Noi leggiamo questi epigrammi gustosi, a volte sorridenti e divertenti, arguti, dai contorni e dai colori diversi e vivaci, o elegiaci, quali quelli dedicati alle tombe più o meno illustri di Roma, che ricordano la Spoon River di Edgar Lee Masters, ma convergenti sempre verso un centro: l'uomo, l'umanità.
Proprio Marziale, uno dei maestri del Nostro, scrive che "la sua pagina non conosce né Centauri, né Gòrgoni, né Arpìe, ma solo : hominem pagina nostra sapit.

L'amore per la cultura classica spinge Gudžević a riappropriarsi di questo genere letterario, l'epigramma, che per sua natura è agile e spigliato, si presta a un varietà di motivi; il verso è ricco di arcaismi, neologismi, assonanze e consonanze condotte sul binario del distico elegiaco, misura metrica di cui si propone un'interessante attualizzazione, che rende magnificamente l'essenza morale classica, la sintesi efficace tra il contenuto e la forma fino alle indovinatissime chiuse finali.

"Prende in prestito il tono dei grandi classici per commentare la quotidianità della Roma odierna, vista dagli occhi di un immigrato", scrive Asmir Kujović.
(L'uso del distico elegiaco da parte di Gudzevic meriterebbe ben altro
approfondimento, ma in sede più appropriata.)
Vogliamo sottolineare la bella opera di supporto al libro in fase squisitamente editoriale di Sergio Iagulli e di Raffaella Marzano, altra leader di Casa della Poesia, e persona indubbiamente eccezionale, che ci ha regalato con Iagulli anni di grande poesia e che con Gudžević ne ha curato anche la traduzione.

Come si vede, è soprattutto esigenza di restituire alla parola la sua forza espressiva ed affabulatoria, decantatrice ma anche ammaestratrice della vita.
Sono convinto che gli amici Iagulli e Matvejević saranno contenti se, a questo proposito, io cito un altro leggendario poeta europeo, a loro due molto vicino, che ci ha lasciati da poco, Izet Sarajlić. (Ma i grandi poeti non muoiono mai, tanto è vero che rimangono i loro versi) .
A conclusione vorrei leggervene qualcuno, dal "Libro degli addii":
"La cosa più importante quando eravamo agli inizi/non era scrivere versi/quanto piuttosto tramite i versi riabilitare l'amore…
Bisognava riabilitare tutte le parole dell'uomo/perché dal coltello all'erba/su ognuna di esse c'erano macchie di sangue."


Rocco Taliano Grasso



dalla presentazione critica di Rocco Taliano Grasso, IPSIA Cariati, lunedì 18 dicembre 2007, nell'ambito della rassegna dell'amministrazione comunale "NATALE DEI POPOLI"