Carlos Nejar, "Miei cari vivi"
È in Italia Carlos Nejar, in Brasile definito il poeta della condizione umana. Presenta il suo libro Miei cari vivi (Multimedia Edizioni, Collana Poesia come pane, 2004) ed incontra il nostro Paese, luogo d'origine dei suoi avi, ma spiega la trasformazione della terra in cui è cresciuto: "Ora il Brasile sta cercando la sua identità sociale, culturale e politica, nel mondo", con la consapevolezza di avere prodotto una grandissima letteratura nel Novecento.
Nejar, ora consigliere nazionale per l'educazione, interpreta anche l'attuale politica del presidente Lula: la nuova stagione politica brasiliana si apre all'insegna del commercio estero, dice Nejar, e lo fa con un presidente operaio, ma l'indipendenza economica del Brasile è una novità per gli analisti economici.
Il poeta, scrittore di romanzi, critico e pubblico ministero di Porto Alegre, riflette sui tentativi di adesione ai processi di globalizzazione da parte di quello che definisce il "continente" in cui vive, e, data la dimensione di un paese come il Brasile, non gli si può attribuire errori di forma.
Ciò che deve essere necessariamente preso in considerazione, dice, è la consapevolezza di poter lottare per i prodotti nazionali all'interno del sistema di scambi internazionali, usando però una strategia indipendente dalle grandi realtà industriali del "Primo Mondo", che hanno apparati e possibilità ben diverse dal paese verde oro.
Nejar è stato chiamato a ristrutturare il sistema scolastico brasiliano da Tarso Genro, Ministro dell'Educazione, sebbene non abbia mai fatto parte di alcun schieramento politico; appartiene al "partito della condizione umana" e preferisce parlare della scuola e dei suoi problemi, dell'impossibilità da parte di uno studente della scuola pubblica di accedere all'università - la totalità degli studenti universitari proviene dalle scuole private. Il suo lavoro consiste nello studiare strategie al fine di alzare il livello medio di tutte le scuole pubbliche fondamentali del Brasile, paese ad altissima percentuale di analfabetismo, affinché la metà dei posti disponibili nelle università possa andare agli allievi di questi istituti.
"Un paese non cresce se il suo popolo non cresce intellettualmente", e i poeti in Brasile sono molto stimati perché, a dirla come loro, si prendono cura del linguaggio e del popolo attraverso l'oralità, la lettura. Nulla a che vedere con l'Italia: la cultura contemporanea del nostro paese è quella del quiz alle sette di sera dove alle volte possono apparire dei poeti, oppure quella sugli almanacchi rosa del pettegolezzo, oppure quella di tendenze necrofile - è per questo che abbiamo creato una lingua comune, una scuola, una letteratura che conosciamo poco e male perché i programmi arrivano se va bene a Ungaretti - o quella kitsch e annoiata da salotto elitario.
Anche la letteratura del Brasile è rimasta isolata, ma in questo secolo ha espresso nomi come Guimarães Rosa, Érico Verissimo, Jorge Amado, Clarice Dispector, Adonias Filho, e secondo Nejar questi scrittori hanno rivoluzionato la letteratura; l'intellettuale non dimentica poeti quali Carlos Drummond De Andrade, Manuel Bandeira, Cassiano Riccardo, Cecilia Meirelles, Jorge de Lima con il poema automatico e surreale Invenzione di Orfeo, o Joao Cabral de Melo Neto, che secondo lui avrebbe meritato il premio Nobel se non fosse scomparso. Forse la'uscita del Brasile dall'inconscio collettivo della letteratura è simile alla pittura buia dallo sfondo luminoso di alcune opere di Candido Portinari, grandissimo pittore; forse c'è stata anche una grande letteratura di lingua spagnola che ha snobbato il resto del mondo e soprattutto i vicini di casa...
In ogni caso la pubblicazione del libro Miei cari vivi di Carlos Nejar da parte della Multimedia Edizioni può donarci un nuovo mondo e una nuova lingua, che solo in parte la traduzione rende. La frontiera della lingua in questo caso è quella dell'amore costretto a scendere una buia scalinata, illuminando in silenzio e scoprendo solo la propria ombra. Inoltre, per il fatto che Miei cari vivi è un poema che scorre tra diversi testi, è come se si passasse da un corridoio ad un altro: la stessa immagine del tunnel, che il poeta utilizza, è metafora dell'esistenza legata all'oppressione, ma questa atmosfera è attraversata dal vento dell'utopia, la parola in cui finalmente credere. Qui è la poesia a trafiggere come una spada e a fuggire in avanti, a consegnarci vivi perché non si può oscurare la consapevolezza, non la si può oscurare nemmeno con l'indifferenza o con la mediocrità o con le barbarie.
L'importanza di questo messaggio è chiara a Nejar, che delinea due scenari possibili per gli uomini: o le caravelle dell'utopia si mettono in viaggio, spinte dal vento della trasformazione, o il potere che schiaccia annegherà l'uomo sotto il peso delle navi. Certamente il cuore dell'uomo non cambierà in tempi brevi, ma una qualsiasi visione del mondo dovrebbe trovare il posto per questa poesia:
La nube dei semi
Le mie poesie, lo so, saranno erranti,
come me, da vivo
e avranno volto, il certificato
di nascita, la levigata,
avventurosa gioventù
dei miei giorni felici.
E vivranno nella polvere, o fra
i cereali, che la mia gente coltiva,
nel cesto di nocciole, o con il pane
ardente e fresco. Accompagneranno
i solitari nella bisaccia
delle aurore, andranno con quelli
che si amano. Sudate
al lavoro, con il fabbro,
nel riposo della fabbrica,
o con la ragazza stesa
sull'erba, in mezzo
ai cinnamomi. Voglio
le mie poesie, insieme
a coloro che soffrono o tentano
di respirare la nuova vita
dell'uomo. Che siano sale
e non saranno calpestate.
Salvo se vitigni fossero,
uva nel torchio dei paesi.
Ma non voglio frontiere o pedaggi,
per il loro ingresso, fra
coloro che vivono. E portate
dallo spirito, liberate
siano nella parola.
E persino di me, che le ho rese
in scrittura. Poiché si sono
scritte con questo inchiostro
delle cose infinite.
E non entreranno nelle tiepide
biblioteche, se non saranno
vagliate con l'ardore
di chi le legga nel sentiero
segreto della scintilla,
o del pesce nell'acqua.
E parlino della mia intimità
con la nube dei semi.
E che mi sopravvivano.
A nuvem das sementes
Os meus poemas, sei, serão errantes,
como fui, quando vivo
e terão rosto, a matrícula
de nascimento, a lisa,
aventurosa juventude
dos meus dias felizes.
E seguirão no pó, ou entre
os cereais, que meu povo cultiva,
no cesto de avelãs, ou com o pão
ardente e fresco. Acompanharão
os solitários na sacola
de auroras, irão com os
que se amam. Porejantes
no trabalho, com o ferreiro,
no descanso da fábrica,
ou com a moça espojada
sobre a grama, por entre
os cinamomos. Quero
os meus poemas, junto
aos que sofrem ou tentam
respirar a nova vida
do homem. E sejam sal
e não serão pisados.
Salvo se em parreiras forem,
uvas no lagar dos países.
Mas não quero divisas ou pedágios,
para a sua entrada, entre
os que vivem. E levados
pelo espírito, libertos
sejam na palavra.
E até de mim, que os trouxe
para a escrita. Pois foram
se escrevendo com esta tinta
das coisas infinitas.
E não cabem nas tíbias
bibliotecas, se não forem
trilhados com ardor
de quem os leia na vereda
secreta da centelha,
ou do peixe na água.
E falem da minha intimidade
com a nuvem das sementes.
E que me sobrevivam.