Viaggio al Monte Tamalpais - Etel Adnan

Testo a fronte: No
ISBN: ISBN 88 – 86203 – 00 – 4
Collana: Altre Americhe
Pagine: 80
Anno: 1993
Curatore:
Traduttore: Raffaella Marzano

Prezzo: 10.00 €
PREFAZIONE

«Una volta davanti ad una telecamera mi hanno chiesto: “Qual è la persona più importante che lei ha conosciuto?” e ricordo di aver risposto: “Una montagna”. Ho scoperto così che Tamalpais era al centro stesso del mio essere.»

Viaggio al Monte Tamalpais è un riflessione sulla natura, sull'arte e sulle relazioni tra esse; saggio che fluisce tra poesia e prosa. È la descrizione di un esperimento estetico ed esistenziale “vivere con la montagna e con un gruppo”. È un viaggio di scoperta, di analisi, di conoscenza, un cerimoniale. Leggere il libro è come entrare a far parte di un rituale, di quell’esperimento, e di quella realtà magica.
Iniziazione pericolosa, a cui sottoporsi con cautela e rispetto.
I disegni completano il viaggio, forti della certezza della Adnan che affida alla pittura un ruolo fondamentale nella conoscenza “i pittori hanno un sapere che va oltre le parole.(...)
Quando dipingi un acquerello sai come si sente il mare, all'inizio del giorno, in prossimità della luce”.
“Ci sono libri che creano la magia nella nostra vita” ha scritto Sherey Beniker, riuscendo a percepire “la meraviglia di essere trasformati dalle parole di un libro. (...) Viaggio al Monte Tamalpais, come lo I-Ching, apre alla saggezza ad ogni pagina”.
Sogni, conversazioni, riflessioni, osservazioni quotidiane, ricordi, miti indiani, citazioni di astronauti,pagine di diario, brandelli di libri, sono solo alcuni degli ingredienti che Etel Adnan ha utilizzato nella sua originalissima e frammentata scrittura. Parla di Klee, naturalmente di Cezanne e Hokusai e delle loro montagne, di Dürer. Tamalpais è una navicella spaziale, un grande fungo bianco, lo straordinario miracolo della materia, la Vecchia Donna, l’ago della bilancia.
“Etel Adnan è un genio della Percezione che ha fatto un pellegrinaggio e ci ha portato una rivelazione”.
BIOGRAFIA

Etel Adnan è nata a Beirut, Libano, nel 1925, da padre siriano mussulmano e madre greca cristiana. “Beirut e Damasco” ha detto in una intervista a Margot Badran, “paesaggi della mia infanzia, rappresentavano due poli, due culture, due mondi diversi, ed io li amavo entrambi”.
Frequentò una scuola presso un convento cattolico di suore francesi fino ai 16 anni. Lo scoppio della guerra interruppe "i suoi studi e iniziò a lavorare per il French Information Bureau. Tre anni dopo, si iscrisse alla Scuola Superiore di Lettere aperta da poco a Beirut. Insegnò per due anni presso l’Ahliya School for Girls. Nel 1950, andò a Parigi per studiare filosofia alla Sorbona. Cinque anni dopo si trasferì in America dove studiò a Berkeley e Harvard. Fra il 1959 e il 1972, insegnò filosofia al Dominican College a San Rafael, California.
La Adnan è poetessa, scrittrice e pittrice. Afferma di dipingere in arabo e alcuni suoi testi sono illustrati non solo con disegni, ma anche con segni e scoppi all'interno del testo stesso. In Apocalypse Arabe, ogni segmento del bellissimo poema è punteggiato da segni che intrecciano, sul testo, spesso denso, un sistema di significato: scrive STOP, ma la freccia indica avanti, avanti. Tornata in Libano nel 1972 ha lavorato come editore letterario del quotidiano di Beirut, L’Orient-Le Jour. Nel 1976 lasciò il Libano. Vive oggi tra Parigi e Sausalito, California.
Nei venti anni seguiti alla pubblicazione del suo primo volume di poesie, "Moonshots" (Beirut 1966), la Adnan ha pubblicato libri in inglese e francese di cui due in prosa: "Sitt Marie Rose" (Parigi 1978, tradotto in inglese, tedesco, olandese, arabo e in italiano nel 1979, Edizioni delle donne) e nel 1986 il saggio nella tradizione di Siddharta, "Journey to Mount Tamalpais" (Sausalito 1986). Nel 1985 a Parigi il saggio sull’artigianato in Marocco "L’artisanat créateur au Maroc". Le sue collezioni di poesie comprendono "Five Senses for One Death" (New York 1971), "Jebu et l’Express Beyrouth-Enfer" (Parigi 1973), "L’Apocalypse Arabe" (Parigi 1980, Sausalito 1989), "Pablo Neruda is a Banana Tree" (Lisbona 1982), "From A to Z" (Sausalito 1982), "The Indian Never Had a Horse and Other poems" (Sausalito 1985), "The Spring flowers own and The manifestations of the Voyage" (Sausalito 1990). Sempre dalla Post-Apollo Press "Paris, When it’s Naked" (1993) e "There" (1997).
Inoltre Etel Adnan ha scritto i testi per due documentari di Jocelyn Saab sulla guerra civile in Libano, trasmessi in televisione in Francia, in molti paesi europei e in Giappone; la parte francese dell’opera in più lingue "Civil warS", di Robert Wilson, prodotta a Parigi e Lione nel 1986; un film (non realizzato) su Calamity Jane in collaborazione con Delphine Seyring.
Recentemente è stato realizzato un’opera musicale con le sue "Love poems".
Il suo ultimo libro "In the Heart of the Hearth of Another Country" (2005) è pubblicato dalla City Lights Books di San Francisco.
In Italia ha pubblicato per la Multimedia Edizioni "Viaggio al Monte Tamalpais" e la breve ma intensa biografia "Crescere per essere scrittrice in Libano", per Jouvence "Ai confini della luna", per Semar "Apocalisse Araba".
Diverse poesie di Etel Adnan sono state messe in musica, ad esempio da Gavin Bryars ("Adnan Songbook) e da Zad Moultaka ("Nepsis").
Ha anche scritto due opere teatrali: "Comme un arbre de Noël" (sulla guerra del Golfo) e "L'actrice", che è stata rappresentata a Parigi nel marzo del 1999.
È considerata una delle più importanti scrittrici della diaspora araba.

Ha partecipato fin dall'inizio alle pubblicazioni della Multimedia Edizioni e ai vari progetti di Casa della poesia.
ESTRATTO

A volte aprono una nuova autostrada, squarciano la terra, scuotono gli alberi fino alle radici. La Vecchia soffre ancora una volta. Gli uccelli lasciano i margini della foresta, abbandonano l’autostrada. Vanno su verso le cime delle montagne e dai picchi più alti colgono orizzonti più ampi, prevedono addirittura l’era dello spazio.
Il condor sta morendo. Viveva sulle cime di Tamalpais. Le sue ali quadrate lo portavano su tutta la regione: le colline scivolavano sotto di lui con orgoglio silente. Fendeva le nuvole come un coltello spaventoso. In certe stagioni portava la luna tra gli artigli. Adesso lo sostituiamo noi. Siamo quelli che vanno verso la Montagna.
Stamattina ho messo il mio tavolo sulla terrazza, sotto gli alberi di pino. Ombre sono cadute su un foglio di carta. Ho provato a catturarne i contorni, ma essi si muovevano lentamente, incessantemente. Mi facevano pensare ai marciapiedi sui quali la gente passa in fretta. E la grande montagna mandava nell’aria un odore selvatico di erba calpestata e ogni cosa sembrava un po’ fuori luogo.
Come un coro, la calda brezza era arrivata da Atene e Bagdad, fino alla Baia, percorrendo la strada più lunga attraverso il Pacifico. Usando l’energia di questi venti sono giunta su queste coste, ossessionata, perseguitata dalle mie furie domestiche, dalle Erinni e da altre potenti creature. E mi innamorai degli immensi occhi blu del Pacifico: vidi le sue alghe rosse, le sue scogliere color sangue, il suo respiro pulsante. L’oceano mi portò alla montagna.
Una volta davanti ad una telecamera mi hanno chiesto: “Qual è la persona più importante che lei ha conosciuto?” e ricordo di aver risposto: “Una montagna”. Ho scoperto così che Tamalpais era al centro stesso del mio essere.
Anno dopo anno, scendendo la Grand Avenue a San Rafael, salendo da Monterey o Carmel, venendo da nord e dalla Mendocino Coast, Tamalpais appariva punto di riferimento costante, un po’ come un viaggatore del deserto considera un oasi, non solo come punto d’acqua, ma come idea stessa di casa. In casi simili i luoghi geografici diventano concetti spirituali.
(...)
RECENSIONI

La montagna magica
Testata:Data:0/0/0Autore:Sherey Beniker
Viaggio al Monte Tamalpais
Testata:Data:0/0/0Autore:Miria Cooke
La parola "wild"...
Testata:L'IndiceData:0/0/1994Autore:Fedora Giordano
La montagna magica

Ci sono libri che creano la magia nella nostra vita. Ricordo distintamente fin dall’infanzia, e poi occasionalmente, la meraviglia di essere trasformati dalle parole di un libro. Parole che “parlavano”, una voce letteraria che penetrava la mia mente/cuore, che facevano vibrare in sintonia tutte le cellule del corpo. Parole che mi portavano in qualunque luogo, mi mostravano e poi mi riportavano al centro.
Ma purtroppo i terminali nervosi delle nostre “civiltà” del compra ora, post-bellico, post-industriale, post-atlantico, post-moderno, si sono logorati e siamo rimasti con un linguaggio da best-seller, secondo lo stile delle situation comedies, delle notizie dal vivo in ogni momento che ci inondano come cemento e che ci ha induriti. In questo modo con una cultura popfilmica, persino le Muse della Poesia si sono assuefatte. Oh ombre sulle pareti di questa caverna di un mondo.
Com’è raro, allora, e profondo l’apparire di parole ispirate. Dovete prepararvi alla fine del mondo: poiché il vero messaggio dell'Arte è sempre stato: cambia la tua vita... E allora, procedete con cautela, perché quello che segue ha voce, visione, o se preferite, “margine”.
A Etel Adnan, pittrice/poetessa/filosofa, nata a Beirut, chiesero in un'intervista televisiva di citare il nome della persona più importante che avesse mai incontrato, e quando rispose “una montagna”, scoprì che Tamalpais era al centro del suo stesso essere.
“Viaggio al Monte Tamalpais” è un saggio che ritrae quella centralità in uno stile anfibio (prendendo in prestito la definizione di James Agee) che fluisce fra poesia e prosa, mai completamente una delle due, quasi sempre entrambe. Può essere letto più accessibilmente come la storia di un esperimento, il laboratorio della Percezione, a cui l'autrice e i suoi amici artisti parteciparono per alcuni anni a Mill Valley, “vivendo con una montagna e con gente che andava in giro con i sensi allertati, come tanti radar...”
La lettura del libro diventa un rito nel quale si entra cambiando la percezione. Sogni, conversazioni, osservazioni quotidiane, miti indiani e citazioni di astronauti, sono solo alcuni degli ingredienti che Ms Adnan ha sistemato sulla sua tela. Come il pittore/poeta Ashbery, specula sui vari modi di espressione:”Si crede che la poesia sia la rivelazione dell’io. E la pittura la rivelazione del mondo, ma potrebbe anche essere il contrario”.
Alcune riproduzioni dei suoi quadri e disegni di Tamalpais sono disseminati nel libro perché “i pittori hanno una conoscenza che va oltre le parole. Sono allo stesso livello dei musicisti. Quando qualcuno soffia in un sassofono il cielo diventa di rame. Quando dipingi un acquerello sai come si sente il mare che giace all’alba in prossimità della luce”.
Parla di Klee (“i suoi disegni sono montagne qualunque sia il loro soggetto”) e della relazione di Cezanne e Hokusai con le loro montagne. La sua Tamalpais è la sua navicella spaziale. È un grande fungo bianco, il miracolo della materia, la Vecchia Donna. È chiara, è vuota. È l'ago della bilancia. Etel Adnan è un genio della Percezione che ha fatto un pellegrinaggio e ci ha portato una rivelazione: “Andiamo avanti attraverso la lunga notte delle specie, in qualche modo alla cieca, e diamo un nome al nostro bisogno di un varco: lo chiamiamo Angelo, o lo chiamiamo Arte, o lo chiamiamo Montagna”.
"Viaggio al Monte Tamalpais", come lo “I-Ching”, apre alla saggezza ad ogni pagina.

Sherey Beniker
Viaggio al Monte Tamalpais

Questo saggio, “nella tradizione di Siddharta”, descrive un importante viaggio di scoperta attraverso il tentativo di non/scoperta della montagna quasi magica. Questa montagna, tutte le montagne (forse anche il Monte Libano?), sfida tutte le nozioni della centralità dell’“IO” umano: “Non arrampicarti su questa montagna se non sei sicuro che lei ha bisogno di te. Altrimenti morirai come un corvo ammalato e trascinerai il tuo scheletro tra le strade affollate, e mai più, mai più ritroverai la memoria.” (p.14).
Diventa l’Io dell’altro mio Io, e distanziandomi da me stessa mi permette una prospettiva, l’unica prospettiva, sul mio Io, su tutti gli Io. I disegni sparsi attraverso le pagine del testo ritraggono la montagna in tutti i suoi stati d'animo: selvaggia, gentile e ovattata, distante, immediata, incombente sul lettore, quasi persa sotto le nuvole trasportate dal lettore. Se questa entità volatile ti invita ad un viaggio, devi andare. Perché, se non possiamo sopravvivere in vita, proviamoci almeno nell’arte.

Miria Cooke
Duke University
La parola "wild"...

SNYDER, GARY, Nel mondo selvaggio
EHRLICH, GRETEL, L'incanto degli spazi aperti
ADNAN, ETEL, Viaggio al Monte Tamalpais

"La parola 'wild' (selvaggio, selvatico) è come una volpe grigia che si inoltra trottando nella foresta, nascondendosi tra i cespugli, apparendo e sparendo. Da vicino, alla prima occhiata, si presenta come 'wild'. Appena dentro il bosco riappare come 'wyld'; e recede, via l'antico nordico 'villr' e il germanico 'wilthijaz', verso un lontano protogermanico 'ghweltijos', che significa ancora 'selvatico' e forse 'boschivo, coperto da foresta ('wald')' ". Così Gary Snyder - il poeta buddista amico di Kerouac (è lui il Japhy Ryder dell'ascesa rituale al monte Tamalpais ne "I vagabondi del Dharma") e di Ginsberg - indaga nelle radici di 'wilderness', una delle parole più elusive per il traduttore di testi nordamericani. Natura selvaggia, incontaminata, o anche landa inospitale, desolazione di distese artiche o desertiche, traduciamo noi, invidiando all'inglese la potenza evocatrice di una singola parola. Nei saggi di "Nel mondo selvaggio" Snyder ci spiega che la 'wilderness' è anche "totalità, interezza", la "Via della Grande Natura", il Dao cinese che unisce i concetti di vuoto e di reale. Discorre delle sue esperienze di taglialegna nelle foreste dell'Oregon, dei nomi amerindi di ogni singola valle o cima, del suo apprendistato in un monastero di Kyoto, di un mito degli indiani Tlingit, della 'wilderness' che ognuno di noi sperimenta dentro di sé, che è l'inconscio, e ci invita a riflettere su questa parola chiave per comprendere la cultura americana. Essa evoca il cieco errare della spedizione di Cabeza de Vaca dal Messico al Rio Grande agli inizi del Cinquecento, l'orrore dei Pellegrini puritani sbarcati sulle coste del Massachusetts, la Frontiera di James F. Cooper abitata da nobili guerrieri indiani che il progresso condanna all'estinzione la Natura come metafora dello spirito, come luogo di rigenerazione e origine del linguaggio e dei simboli per i trascendentalisti. Alla loro saggistica, permeata di "Naturphilosophie" e di pensiero orientale - spiega Zolla nell'introduzione a "Nel mondo selvaggio"- risale il moderno saggio americano sulla Natura. Da Emerson e Thoreau si trascorre nel secondo Ottocento a John Muir, esploratore instancabile di ghiacciai, montagne e foreste. Nel 1864 esce il primo saggio sull'impatto distruttivo che l'uomo ha sull'ambiente, "L'uomo e la natura" (a cura di Fabienne O. Vallino, Angeli, Milano 1988) di John Perkins Marsh. All'inizio del Novecento troviamo i saggi poetici di Mary Austin sulla California dei deserti e degli indiani (ci auguriamo di veder presto tradotto "The Land of Little Rain*). Dopo Rachel Carson, dagli anni sessanta i nomi dei saggisti che esplorano la 'wilderness' americana nel nome di Thoreau si moltiplicano: da Edward Abbey a Annie Dillard, da Peter Matthiessen a Gretel Ehrlich, che ne "L'incanto degli spazi aperti" descrive la sua vita nel Wyoming. Ehrlich vi giunse nel 1976 col suo compagno per girare un film sulla vita degli allevatori di pecore. Quando egli morì, si trovò inspiegabilmente legata a questa terra, si trasformò in allevatrice e cominciò a scrivere le sue riflessioni sulla gente, sulle trasformazioni che le stagioni operano sul paesaggio, componendo gradualmente "L'incanto degli spazi aperti". Dei brevi saggi va citato almeno quello "Sull'acqua". I cicli stagionali fanno alternare siccità e alluvioni. La pioggia, che giunge torrenziale a maggio mentre gli agricoltori lottano per contenere il suo impeto in canali e dighe, trasforma i ruscelli in torrenti impetuosi. Il rapporto dell'uomo con la potenza delle acque ricorda ad Ehrlich la storia degli acquedotti romani, il simbolismo dell'inconscio, i miti degli indiani Navajo per cui la pioggia è lo sperma del sole o quelli dei Crow, per cui l'acqua è l'essenza del corpo, sino a evocare Thoreau: la vita di un uomo dovrebbe essere fresca come un fiume, sempre nello stesso letto, ma acqua rinnovata a ogni istante. In questa tradizione si innesta ora "Viaggio al Monte Tamalpais" di Etel Adnan, poetessa arabo-americana giunta negli anni cinquanta nella San Francisco di Ginsberg, Kerouac e Snyder.
In questo breve saggio accompagnato da suoi dipinti, Adnan compie la sua rituale ascesa al monte, offrendoci un paesaggio esterno e uno interiore, e le modalità estetiche e spirituali attraverso le quali si avvicina alla Natura. Immagini della montagna, dipinte secondo la tecnica 'sumiye', con cui i maestri del buddismo zen aspirano a far muovere sulla carta di riso lo spirito dell'oggetto dipinto, si accostano alle parole con cui incontri, esperienze artistiche, miti e sogni si intrecciano in rapido fluire.
Infine il monte si rivelerà come sintesi di divenire e permanenza, percezione della 'wilderness' e della sua spiritualità, come dovettero percepirla i suoi antichi abitanti indiani ma anche i mistici dell'Islam. Il monte verde di boschi si trasforma, in un sogno, in monte di spesso vetro verde al cui centro è una caverna in cui Adnan vede imprigionati degli indiani. Viene così evocato il monte di smeraldo, Kaf, che colora la volta celeste, circonda la terra ma è irraggiungibile sia per mare sia per terra, simbolo della verità assoluta. La Natura diviene quindi per Adnan epifania del sé più profondo, spazio per un'americanità squisitamente sincretista

Fedora Giordano