Percezione - Alberto Mori

Testo a fronte: No
ISBN: 88 – 86203 – 32 – 2
Collana: Le belle bandiere
Pagine: 80
Anno: 1997
Curatore:
Traduttore:

Prezzo: 10.00 €
PREFAZIONE

INTRODUZIONE

Dal tempio del consumismo allo zapping, dai nuovi dèi del supermercato ai "lacerti" dei canali televisivi. Alberto Mori torna a colpire. A provocare. A donare emozioni. Lo fa allargando gli orizzonti, dilatando i confini della "percezione". Lo fa con immagini shock che rivelano un'umanità lacerata, dissociata, capovolta. Lo fa da attento "testimone" del nostro tempo, un testimone che ha il coraggio di guardare "oltre", di aprire dei varchi alla ricerca di un'umanità perduta.
Siamo lontani dalle origini: dalla ricerca esistenziale, dal viaggio dentro se stesso nel tentativo di definire il suo "io", dalla fuga dal mondo delle "apparenze", delle mode, della politica, dello spettacolo alla riscoperta della sua ricchezza interiore. Siamo lontani dalla folgorazione di Rimbaud, l'artista maledetto che ha stregato generazioni di poeti. Lontani dall'autoreferenzialità. Alberto Mori è ormai da tempo alla ricerca dell'uomo d'oggi, dei suoi "luoghi". Un lungo percorso approdato ai nuovi santuari in cui tutto è mercificato - anche il linguaggio -, in cui si consuma "tutta la vita", in cui l'uomo si trasforma in "sepolcro imbiancato", in cui gli "idoli" - che non vedono, non parlano... - sono destinati a rendere i consumatori simili a sé ("Iperpoesie", 1997) e che oggi si materializza in "Percezione". Una raccolta provocatoria dalle immagini "forti", dagli audaci accostamenti tra reale e irreale, dalle inquadrature fulminee. Una raccolta che getta luce sui "lacerti", sui "frammenti" in cui si è ridotto l'uomo contemporaneo, sul gioco di rimozione con cui il margine è stato spostato al centro, il secondario al primario. Una raccolta che culmina nella poesia sperimentale costruita con lo zapping: un montaggio di frammenti catturati dai più diversi canali televisivi (anche stranieri). Una raccolta che è una testimonianza.
Nessun urlo. Nessun ribellismo di maniera. Nessun gesto plateale di denuncia. La denuncia presuppone delle certezze. Ma Alberto Mori non ha certezze da vendere. Non ha "rivelazioni" di sorta. È solo "testimone": il testimone di una umanità che sta smarrendo se stessa.
Possiamo parlare di un testimone della "verità"? Non è il caso di tirar fuori termini troppo impegnativi. Il poeta - è vero - ha avuto questo riconoscimento da intellettuali di grande livello. Vi è chi, addirittura, è arrivato a considerare l'arte come l'unico canale di accesso all'Intero, alla Verità - cioè - che coincide con la Totalità. Si tratta di cliché che hanno fatto il loro tempo. Viviamo in un'epoca in cui sono letteralmente crollati tutti gli "assoluti", tutti i punti di riferimento. Il poeta non ha verità come non le ha lo scienziato che ha preso consapevolezza della fragilità della sua ricerca. Come non l'ha il filosofo che, pure, in non poche stagioni culturali si è ritenuto il possessore della verità. Se vogliamo rubare una fortunata espressione di un guru di fine secolo, possiamo dire che "Dio è morto". È morto per tutti. Anche per i poeti. Il poeta non ha alcuna "ispirazione", né divina né soprannaturale. Non ha canali privilegiati che lo distinguano dal resto dei mortali. È un mortale che vive tra i mortali. Qual è, allora, il valore della sua testimonianza? Il valore di un'opinione tra le tante? Il mondo degli umani è certamente costituito da "opinioni" (il sapere - il sapere in senso pieno - non appartiene all'uomo). Ma questo non significa che le opinioni abbiano lo stesso valore, che siano indistinguibili come nella hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere: vi è il punto di vista di chi è tuffato nel quotidiano, vi è quello dello scienziato e vi è quello del filosofo... I più, assorbiti da mille occupazioni, non hanno tempo o non hanno voglia di riflettere o, addirittura, temono il terremoto esistenziale che potrebbe scaturire dallo stesso pensare. Del resto, nella convulsa vita di oggi, vi è ben poco che possa stimolare la riflessione: gli uomini sono letteralmente regolati da una pioggia di messaggi pubblicitari. Siamo di fronte ad una sorta di nuova religione, a nuovi "dèi" creati dal Potere economico. Una nuova religione che - come ogni altra religione - dà un senso "forte" alla vita, al mondo, ma che - a differenza delle altre - non provoca angosce, non minaccia castighi ultraterreni: promette il paradiso a tutti, un paradiso in qualche misura "platonico" incarnato dalle "immagini" artefatte dei mass-media. E il Potere non ha nulla di personale: non è un "grande fratello", non è un "grande vecchio" che decide le sorti degli uomini. È un "sistema" (che risponde, naturalmente, a corposi interessi): il sistema fondato sulla libera concorrenza che oggi sta conquistando l'intero Pianeta grazie alla sua "razionalità", ai suoi effetti benefici determinati dalla provvidenziale "mano invisibile". Un sistema che oggi sta omologando tutti con i suoi "feticci", con i suoi sempre nuovi status symbol, con i crescenti bisogni artificiali che induce.
Vi è, tuttavia, chi si ribella: chi ha tanta innocenza da dire "il re è nudo", chi non se la sente di vendere la sua "anima" al demonio, chi si rifiuta di inginocchiarsi ai nuovi dèi e perdere la propria ricchezza interiore. Tra questi i "poeti". Costoro, anzi, sono in qualche misura avvantaggiati rispetto a tanti altri: grazie al loro viaggio interiore, alla dimestichezza che hanno con le emozioni, alla "sensibilità" che hanno affinato, alle "antenne" che hanno sviluppato, avvertono - forse prima di altri - la pericolosità del sistema, l'inferno dietro l'Eden promesso, la rapina dell'uomo dietro la grande abbuffata offerta. E Alberto Mori è sicuramente tra questi: un poeta che da tempo svolge il ruolo socratico di "tafano", del pungolatore, del provocatore. Lo fa con immagini-lampo.
Lampi che trafiggono: "Un totogol come un'avventura medievale/del Santo Graal/fino ad un'unione mistica/in una ricevitoria incantata"; "La risposta personificata comincia a camminare/Un profeta che scende la montagna al tramonto/ed entra nell'identità con il mondo/certo che quest'ultimo l'ha abbandonato." "Il mendicante nero./Il pesco fiorito./le foglie ormate/dal calpestio sull'asfalto."; "Lo spot sarà griffato dalla luce,/poi patinerà il gioiello elegante./Ci allontaneremo con bellezza e coscienza/in sicuri abitacoli asonori/scansando gli extracomunitari ai semafori."; "Un biberon Kossovaro./Un errore di ventun morti/sulla vetrina degli abbonati."; "Noi siamo tarpati con le mani in tasca,/angeli ubriachi guardiamo dalla finestra/fatti sapori biondi nel Veuve Cliquot."; "Cuociono il cibo all'aperto davanti al furgone./Le automobili sono incidentate e hanno targhe misteriose./Le bambine hanno monete nelle mani sporche e/implorano con nenie insistenti agli incroci."; "È vecchia, con un cappotto rosso./Non sa contare il denaro./Non sa cosa sia la differenza/ o l'indifferenza. /Lei stessa o gli altri,/ ma lo spazio per chi lo vede/ è soltanto di sua esclusiva interpretazione./Un luogo che comincia e finisce/ in un buco della mente".
Immagini di straordinaria efficacia: "Il paracadute terrestre appeso ad una stella"; "I pugni che stringono le code dei pesci/fermi in stasi parallela/fra la costellazione e l'universo"; "Le due lampade abbracciate ad un semaforo cieco"; "Nel cosmo si allarga/la camicia Hawaiana dell'obeso./Lo scoiattolo si spancia dalle risate."
Immagini surreali: "Un treno con la rotaia in bocca entra/nella lontananza"; "La pedalata di un cavallo in sella al proprio sogno"; "L'ala dell'aereo decapita/il monumento luminoso/di una chitarra elettrica."; "sono una formica digitale./Sto trascinando un chicco di riso analogico".
Si tratta solo di qualche assaggio catturato qua e là.
"Percezione" è una raccolta straordinariamente ricca. Ricca anche di colpi di scena, di immagini del tutto imprevedibili. Una raccolta capace pure di regalare - a chi si pone in ascolto - emozioni intensissime.


Piero Carelli

BIOGRAFIA

Alberto Mori, nato a Crema (CR) nel 1962, ha pubblicato i seguenti libri di poesie: "Setaccio" (1986), "Altrove" (1990), "Poesie" (1993), "Iperpoesie" (Multimedia 1997).
Il libro di aforismi mediali "L'improbabile accade smemoratamente" (1988) con tavole pittoriche di Gianni Macalli. Il poema "Nebbia" (1995) con la fotografa Mina Tomella. I libri di narrazione-poesia-fotografia "L'altro giardino" (1996), "Il tempo e il giardino" (1997) con Giampaolo Ferrari e Mina Tomella.
I suoi testi poetici e narrativi sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, su quotidiani e nelle antologie di poesia: "Orme" (1990), "Radure" (1992), "Risemina" (1996), nell'antologia di racconti "L'Arcobaleno" (1994).
Da oltre un decennio è attivo come viva voce dicitrice in letture poetiche e in pubbliche performance.
Come ogni poeta è un organizzatore di sogni.
ESTRATTO

Una corsa con un fischietto in bocca.
Il peplo rosso attraversa la strada vuota.
Lei va ad accosciarsi incupita
vicina ad un vigile.




"Mettere l'abbronzante ad un sole invisibile.
Squamare la pelle all'aria".
Questo pensava mentre lacerava
l'etichetta dell'acqua minerale.



Il paracadute terrestre appeso ad una stella.
Il treno con la rotaia in bocca entra
nella lontananza.
L'evanescenza dell'aspirina prima del silenzio.



Le due lampade abbracciate ad un semaforo cieco.
Un tavolino con sopra la mappa di una piazza.
Una piazza in un teatro naturale
di passanti mascherati.




La pedalata di un cavallo in sella al proprio sogno.
Un fotogramma buio dopo un biglietto strappato.
La collina fra le pupille fiorite.



RECENSIONI

Poesia come fondazione politica del sentire.
Testata:Data:0/0/0Autore:Franco Gallo
Poesia come fondazione politica del sentire.

Poesia come fondazione politica del sentire.

"Infrazioni","Ritrattazioni" e "Telelacerti" sono le tre sezioni di un libro da non trascurare, per quanto la sua tendenza sia quella, in sé intrinsecamente umoristica, di nascondersi quando cerchiamo di vederlo.
Non vuole essere prima di tutto un libro letterario. Chi conosce le crescenti implicazioni segnico- visuali e larvatamente situazionistiche della ricerca di Mori lo sa già.
Ma chi non le conosce, come è frequente che accada nel nostro universo di affiancamenti Incerti garantiti solo dalle scaffalature o dai database – che cosa si trova di fronte questo lettore?
Diremo che è un libro, a modo suo Manganelliano (la sua intima vocazione antiletteraria È dunque quella dell’anamorfosi).
Non vuole essere letto – perché la lettura significa comprensione e dunque medesimezza, ritovamento nel testo del noto, dello sperimentato e del sicuro: obliterazione.
Per intenderci, questa poesia non va delibata.
Non vuole nemmeno scioccare o provocare (chi non sa che nulla è più scioccante e
pornografico del reale – o ci vuole ancora Baudrillard per ricordarcelo?).
Ma allora dove sta lo spazio dello scrivere? Del suo appello comunque comunicativo?
La risposta di Mori mi pare essere, se ne ho colto il mood, che lo spazio dello scrivere non possa più stare nel dentro del concepire e nell’orizzontalità autosufficiente del segno sulla pagina, ma solo nel sistematico fuoriuscire del parlare e dell’associare verbalmente verso la riappropriazione del corpo.
Il corpo è il grande segno, la cornice sistemica di Percezione. Ma è un corpo niente affatto scontato soprattutto perché, da lettori scaltri, ce ne aspetteremmo una magari nobile declinazione nel senso della sessualità, dell’affettività, della sensualità del gioire e del dolersi. Ed invece. Invece il corpo reale, oggi- questo è il punto profondo di "Percezione" – il corpo reale oggi dunque è solo il corpo energizzzato ed artificializzato dal
sistema della mercificazione e della cominicazione propagandistica. Voglio dire che il poeta non può rifiutarlo e tralasciarlo collateralmente, ma deve affrontarlo di petto dentro di sè,
o meglio come il proprio sè , e tanto più se proprio se ne vuole disfare.
Il corpo potrà essere ritrovato soltanto frantumato, metonimizzato sulle superfici sensuali delle cose dove la natura carnosa e spessa (la vera istanza materialistica) resterà sempre negata, perché quelle cose ne ostenderanno soltanto la metà politicamente
corretta della fruizione, del consumo e dell’omologazione.
In misure minime, a metà tra haiku dissonanti ed epifanie che annebbiani più che rivelare, passano così in galleria – veri protagonisti di infrazioni – una serie di oggetti
che annunciano voluttuosamente l’avvenuta superfluità dell’umano, che ne diventa portatore soltanto come sostegno materiale fungibile della ricombinazione degli oggetti
gli uni rispetto agli altri in organizzazioni formali e coloristiche, in strutture e relazioni.
La “Percezione” qui è prossima al godimento, al voyerismo di una vita rovesciata che è già introiettata nella misura in cui il soggetto del vedere si concepisce a partire dalla funzione d’essere (quello di consumatore di segni) che gli oggetti del sistema del consumo di massa gli assegnano.
Le Ritrattazioni sono più meditate, anche più ampie in molti episodi proprio per un certo andamento gnomico. C’è un attenzione più significativa per la memoria, compare qualche momento di un passato che, capace di senso, vive solo per un io riflessivo.
C’è di nuovo un io? Credevamo di vederlo, questo Mori ondivago... ebbene no.
Non manca l’occasione della memoria, della ponderazione. Talvolta persino un annuncio di compimento, un cuore dell’immagine che fiorisce, fino a quando la presa di coscienza non si tramuta, tuttavia, in certezza della propria dipendenza e impurità:
Su un prato di moquette sintetica/sono una formica digitale: è questo l’esito del preziosismo della parola di cui questa parte appare maggiormente ricca? Non era dunque La consapevolezza creatrice del ben tornito ego del poeta, ma solo una manifestazione accidentale di un potere diffuso e combinatorio del cominciare, che nel poeta si fa soltanto espressione, emissione temporanea e certo non privilegiata...
Ma finalmente allora lo teniamo: eccolo, un bardo postmoderno - un coatto dello”splendore del si”, un nuovo esponente di un trash tutto sommato poco originale. Eppure no e non
ancora. Perché l’ultima parte induce ad un nuovo scarto il percorso dell’interpretazione e lo devia verso un particolare e complesso momento umanistico. Nei "Telelacerti" troviamo da un lato la fascinazione formale per la capacità di assonanza creativa che il
mezzo di comunicazione possiede nei confronti di tutti i suoi diversi messaggi. Non ne produce un semplice bricolage dovuto alla condivisione forzata dell’emittente, ma un vero e proprio progressivo avvicinamento semantico (una metaforizzazione ricorsiva?).
Eppure la televisione non comunica se stessa – ma ancora, in forme distorte e
parossistiche, l’uomo e la radicale trivialità delle ragioni del suo disumanizzarsi.
Versione contemporanea della merce, o per meglio dire luogo di polarizzazione ed Esplicitazione dell’intera “sottigliezza” ed arguzia “teologica della merce”, la televisione,
nel farsi percepire, contemporaneamente ci passivizza e mercifica fino a ridurci a puri occhi, ma al tempo stesso ci deve rendere iperattivi per consentirci una passabile fruizione dell’immenso stock di opportunità di esperienze che ci offre.
Qui accade l’inatteso. Le poesie di Mori mostrano con questa percezione insufflata ed attivata in noi dalla provocazione televisiva possa debordare dalla sua destinazione funzionale (la passività e la fissazione obbediente delle opportunità di fruizione, di spesa
e di informazione) e diventare essa stessa informazione supplementare, processo primario che innescandosi produce – senza preavviso – senso ed esperienza.
Resta problematico, nel libro di Mori, il luogo ultimo del raccoglimento di questo senso che qua e là si dà come esito, originariamente improbabile, del percepire contemporaneo.
Solo alcuni cenni sembrano poter indicare nello spazio del comunicare e nell’accomunarsi corporeo-affettivo la matrice in cui depositare questo senso, ma non è immediatamente ravvisabile in vista di che il senso della percezione e dell’esperienza esista.
Se sia fondamento di un accomunarsi, di una fusione in gruppo: se questo gruppo abbia natura temporanea, incerta come i precetti di cui la sensorialità poetica si carica, se infine l’altro, come produttore di un messaggio non distorto possa rendersi visibile sistematicamente ad uno sguardo più complice o più educato: ho visto l’urgenza di queste domande a partire dal testo di Mori, ma non son certo se siano quelle che il poeta si pone né se in qualche misura dentro il suo libro vi siano materiali decisivi per una risposta.
Certo in questo testo la partita politica basilare del corpo è stata indicata, è stato visto il modus operandi subdolo del potere diffuso che si costituisce come intenzionalità del
nostro stesso essere, forma immaginaria pericolosamente soddisfacente proprio perché ormai non più comprensibile in termini di alienazione valoriale, ma solo come emergere sistematico di una coazione a percepire, a combinare ed a sentire che trova la sua catarsi proprio nei messaggi stessi che altrettanto diffusamente il potere produce.
Ma non è importante, come tale, che la poesia sia autosufficiente in materia di un discorso organico, costruttivo e progettuale di un altro reale ( a cui ci sembra comunque necessitato il nostro autore), bensì che registri e richiami la possibilità di iniziare diversamente un processo di coglimento del mondo. E’ merito del pudore poetico e
politico del vero artista consegnarci questo frutto del vivere e richiamarci al dovere dell’integrazione dialettica, della politica come costruzione comune e non come esecuzione di una dottrina maturata al di là e posseduta in forma specifica da qualche tecnico e
operatore del settore.
Per questo, mi pare, nel volume c’è la tendenza a nascondersi, la dissimulazione umoristica, nel senso specifico dell’ironia maieutica, che comporta il rifiuto di una posizione magistrale se non persino autoriale.
Ringrazierei Mori anche soltanto per questo, se fossi certo di averlo inquadrato.
Ma vorrei vedere anche il rovescio di Percezione, cioè l’annuncio di una poetica di intenzionale azzeramento della coscienza come filtro dominatore ed ordinatore dell’esperienza, che però non ha come referente il modello di una scrittura automatica né qualche altro caratteristico incedere delle avanguardie (il beat ad esempio), bensì
nasce dall’annuncio, a metà tra il felice e lo stupefatto, dell’avvenuto consolidarsi in autosufficienza della combinatoria degli oggetti come significanti intrinsecamente
rivoluzionari. E’ il modo inebriante in cui Rimbaud guardava alla metropoli, limitandosi a dirne, come messaggio essenziale, la presenza esclamativa: Ce sont villes!
Una felicità, perché lo spazio imbastardito della consunzione della modernità è anche il luogo in cui il reale opera dei buchi nelle logiche consolidate dell’ideologia dignitosa
del poetabile e del cantabile.
Con ritmi scanditi spesso da tre brevi proposizioni, frequentemente ellittiche – e quindi con il ritmo grave, a suo modo olospondiaco, di un dire che si lascia assorbire lentamente nell’inesauribilità del vedere, le immagini si aggrumano in costrutti d’essere inediti, fenologicamente accomunati dal trasmettere simpatetico delle qualità percepibili
(il movimento che dai ciclisti passa ad un manifesto e da questo ad un ramo, il suono che dalla registrazione diventa il respirare profondo di un uomo assopito e poi un gorgogliare di uccellini...) Quasi come un percorso di purificazione fenomenologica, viene così a lasciarsi percepire un sistema dell’essere che si accompagnano, sempre, anche al loro doppio artefatto e ridondante prodotto dalla mercificazione avanzata del nostro tempo.
Nel corso di questo viaggio l’io latore della creatività poetica è essenzialmente intermittente, interstiziale: esiste soltanto nelle pause, conscio della propria superfluità
ed insieme certo, a partire dalla constatazione ineluttabile della prevalenza dell’ottusità
disumana, di dover esistere.
La sua inutilità, come quella dell’Ottonieri Leopardiano, consente il passo indietro ironico che rende liberi per accettare e trasmutare la stolidità del pensiero unico che ci attanaglia. Una conclusione fulminante (La storia siamo noi) appare insieme l’estrema
banalizzazione sloganistica dell’advertising incessante e il fondamento della penosa concretizzazione dell’umano attraverso il sistema degli oggetti apparecchiato dalla cosmesi propagandistica (unnegro forzuto e pelato, i soldati americani, un testimone oculare, una anziana signora sono alcuni dei soggetti improbabilmente focalizzati dalla percezione delle immagini).
L’aspetto angoscioso ed inquietante del lavoro di Mori è la lucidità con cui i caratteri più nitidi, anche in questi TelelaCerti, delineano piuttosto pezzi della figura umana che l’uomo intero: mentre quest’ultimo appare ingurgitato dal messaggio univoco dell’edonismo capitalistico che lo sfrutta, peraltro soltanto come parte necessaria della
propria grammatica comunicativa, le singole membra sono infinitamente più vive – acquistano come in Sade una “individualità di linguaggio”, per dirla con G. Nicoletti, che le dota intrinsecamente di una forza emotiva che ne suggerisce l’indomabilità da
parte del sistema della comunicazione che le sfrutta. Troviamo una bocca a la Man Ray che segue l’itinerario di un diagramma (che straordinaria allusione erotica!), un bacio soffiato che sfuma in un dito su una sovraimpressione, mani sinistre su un orecchio che dissolvono in uno sputo consequenziale ad una nuca che batte sul muro e quant‘altro ....
Ma questa carnosità grumosa del corpo è un ritorno ad una radice materiale ed indomabile del vivere o è un nuove episodio di libere combinazioni significanti che mima logica
postmoderna del sistema della produzione mediatica tardocapitalistica e postmoderna?
L’oscillazione poetica, probabilmente irrisolta,non è tuttavia dubbia quanto al suo esito finale, che potrebbe essere anche quello di costruire contro la discorsività della promozione televisiva e mediatica della normalità coatta una rivoluzionaria accettazione
integrale delle sue stesse regole di associazione sintattico-semantica e, al tempo stesso, della stessa posizione di coscienza in cui essa ci vorrebbe vedere relegati: per dimostrare, dall’interno, che questo progetto fallisce proprio nel renderci, invece che ubbidienti ed
organici fruitori delle infinite opportunità della affluente society, nevrotici e parossistici trasgressori. Sarebbe questo l’esito inatteso dell’anamorfosi del linguaggio delle merci e dei media?
Ma solo il poeta può, con il suo lavoro, asseverare questa ipotesi o indicarci un’interpretazione più compiuta e umanisticamente connotata del suo operato – la sostanza problematica del suo libro, non facilmente aggirabile, ci richiede nel frattempo rispetto, attenzione e coscienza.


Franco Gallo