Qualcuno ha suonato + CD Audio - Izet Sarajlić

Testo a fronte: No
ISBN: 88 – 86203 – 33 – 0
Collana: Poesia come pane
Pagine: 192
Anno: 2009
Curatore: Sinan Gudzevic, Raffaella Marzano
Traduttore: Sinan Gudzevic, Raffaella Marzano

Prezzo: 22.00 €
PREFAZIONE

"PER IZET"
di Erri De Luca -


Guardo le date delle tue poesie. Sono geloso del millenovecento che tu hai esplorato con vent'anni di vantaggio su di me. Apparteniamo entrambi all'intero secolo, anche alla parte in cui non eravamo nati. Sono geloso del tempo che tu hai amato di più.
Bisogna abitare in una città fluviale per trovarsi in poesia a una confluenza di acque correnti. In te scorrono russi, tedeschi, spagnoli, francesi e qualche italiano, tu li contieni. La Mliacka di sarajevo non è il Guadalquivir né la Neva, però il suo piccolo letto regge l'onda di piena e di raccolto dello scroscio di versi di un secolo, un torrente passato nel tuo cranio di "mentsch", persona del genere umano.
Ho bevuto con te e così, per la misteriosa proprietà transitiva dei poeti e dei bicchieri, io mi sono trovato seduto a tavole remote, dove mai mi sarei azzardato a chiedere permesso. Dietro un nostro bicchiere ho potuto stare con Bohumil Hrabal nella birreria di Praga, al suo tavolo che non ospitava scrittori né lettori, ma solo bevitori amici. Ho potuto sapere come lui portava il vetro all'altezza dei denti e come ci appoggiava sopra il silenzio. Ho tirato tardi con Nazim Hikmet, Alfonso Gatto, Esenin, all'ombra dei nostri bicchieri e ora so con che dita si stropicciano gli occhi. Ho ascoltato la parola comunismo senza inflessioni di invettiva o inno, senza versione ufficiale, come uno pronuncia la parola pioggia, sandalo, balcone.
La storia del nostro millenovecento si è tanto preoccupata di infilarsi nelle case, staccare genitori da figli, mogli da mariti, stabilire diete di scarsità nelle cucine spente, distribuendo addii come biglietti da visita. Questa invadente storia maggiore nei tuoi versi è ridotta a margine slabbrato della pagina. Conta di più la storia minore di avere amato una donna, di avere tremato meno per gli scoppi delle granate e molto di più per la febbre di una figlia, per la tosse notturna di un nipotino. È potente per te, molto più che per me, l'esclusiva della vita personale, prepotente il diritto alla felicità, scippata al volo, gustata pure prima di noi non ha avuto nessuno". Dici giusto: anche se siamo gli ultimi di una serie innumerevole, con poco e niente margine di novità, ecco che nella felicità possiamo essere primizia assoluta, sicuri che nessuno può essere stato così felice prima di noi. È antica, ovvia, ripetuta, l'ingiustizia, la guerra, rime stantie delle generazioni, ma la felicità, quella è strepitosamente nuova, vergine per il poeta e per ognuno di noi che è poeta quando sa riconoscerla in tempo, mentre succede, mentre in cucina una pentola bolle. Poeta è chi trova la felicità nella stanza accanto e mai dice dopo: quelli erano bei tempi. Mai la felicità è retroattiva, o riconosciuta all'istante o perduta.
Ma quando è insopportabile la pena, allora servi tu, poeta, tu e non un romanziere che la tira in lungo, tu con dei versi da imprimere a memoria quando si è alle strette e viene tolta la biblioteca e la luce del giorno. Là servi tu che puoi rispondere di tutto. Ricordi Izet la fila davanti alla prigione di Leningrad, era il cinquantasette e Anna Achmatova da un anno si incolonnava insieme ai parenti dei prigionieri nella fila delle visite, al freddo. E qualcuno la riconosce, è lei la famosa poeta, perché in Russia i poeti erano famosi. E una donna che sta in fila dietro di lei, che non l'ha mai sentita nominare, le domanda a bassa voce: "A eto vi mojete opisat'?", e questo voi lo potete descrivere?, e lei risponde con altrettanto soffio: "Mogù", posso. E finisce il racconto scrivendo: "Allora qualcosa di simile a un sorriso scivolò su quello che era stato un volto". Ecco, mio Izet, dentro ogni tuo verso di guerra subita, di lutto, c'è la risposta alla domanda di uno come me che sta in qualche fila all'addiaccio delle molte prigioni e chiede: "Questo voi potete descriverlo?" e tu con la carta piena del segreto dell'aria, rispondi: "Mogù", posso.

Ho visto la tua patria, Izet, città al buio, le file per l'acqua, ho visto la guerra tornare in Europa e lasciarla illesa e uguale. La Bosnia degli anni novanta era migliaia di miglia più lontana del Vietnam del sessantasette. Sono gli anni a fare la geografia, non le distanze. Oggi si può prendere un aereo per Sarajevo, Belgrado, io ho amato le tue città quando non si poteva prendere un caffè. Amo il tuo suolo, amo: un verbo che è stato la tua sola bandiera e ha sventolato sul bavero della tua giacca per una vita intera. Da te imparo di nuovo a dire: amo. A cinquant'anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi asciugandoli con l'aria di quel verbo all'indicativo presente. Tutte le tue poesie vengono da questa igiene del verbo amare, da questa soglia delle labbra. Bentornato in italiano, benvenuto col tuo verbo a grattare la ruggine della nostra pentola e a farla profumare, noi t'invitiamo ma tuo è il fuoco e la pietanza, tuo il vino che dà profondità ai nostri occhi, un grano d'infrarosso per vedere al buio.

Erri De Luca
BIOGRAFIA

Izet Sarajlić nato a Doboj nel 1930, è scomparso a Sarajevo il 2 maggio del 2002. Laureato in lettere alla facoltà di filosofia di Sarajevo, inizia a scrivere nel primo dopoguerra. Nel 1954, fonda il “Gruppo 54” che dà inizio alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Negli anni ’60 e ’70, anima diversi gruppi di poeti ed edizioni di poesia. Tra il 1962 e il 1972 si occupa del festival “Giornate poetiche di Sarajevo”. Dopo il primo libro di poesie (1949), pubblica "Grigio week-end" considerato pietra miliare per la giovane poesia jugoslava. È autore di una trentina di raccolte poetiche e di una autobiografia (1975). È considerato unanimemente uno dei principali poeti del Novecento ed è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbo-croata (da autori come Brodskij, Evtušhenko, Hans Magnus Enzensberger, Roberto Retamar, Charles Simic e altri ancora). È stato il poeta testimone di una grande tragedia: la guerra di Bosnia e l’assedio di Sarajevo e la grande voce della Sarajevo città martire dalla quale si è rifiutato di fuggire. Nella guerra ha perso le sorelle Nina e Raza, e subito dopo la guerra, la moglie, provata dagli stenti e dalle ristrettezze. Di famiglia musulmana, membro del “Circolo 99” di Sarajevo, sposato con una cattolica, con un genero di religione ortodossa, ha lottato per il mantenimento di quella cultura laica della pluralità e della convivenza, che è l’eredità storica della Bosnia-Erzegovina. È stato amico fraterno di Alfonso Gatto (la sorella Raza, nota italianista aveva tradotto in serbocroato Gatto e tanti altri scrittori italiani: Morante, Rodari, ecc.).
Una corrispondenza con il poeta salernitano è stata presentata nel corso dei seminari collaterali a "Verba Volant. Incontri internazionali di poesia" (1997).
Ha aderito con entusiasmo al progetto Casa della poesia diventando Presidente onorario del Comitato scientifico e ha preso parte a diversi Incontri internazionali di poesia organizzati da Multimedia Edizioni / Casa della poesia ("Verba Volant", "Lo spirito dei luoghi", "Napolipoesia", "Parole di Mare", "Il Cammino delle comete", "Poesia contro la guerra", "Sidaja"). Per questi suoi antichi e recenti legami con la città di Salerno ha ricevuto la cittadinanza onoraria che purtroppo non ha fatto in tempo a ritirare. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in tutto il mondo, in Italia il Premio Moravia 2001, per la raccolta "Qualcuno ha suonato", pubblicata dalla Multimedia Edizioni, amorevolmente tradotta dai cari amici Sinan Gudžević e Raffaella Marzano. Ha intrattenuto un epistolario con Erri De Luca, che ha anche scritto una prefazione al libro "Qualcuno ha suonato".
Nell’ottobre 2002 è stata organizzata a sua nome la prima edizione degli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo" sempre curati dalla Multimedia Edizioni / Casa della poesia e nel giugno 2003 un grande evento a Salerno per ricordare il grande poeta sarajevese ora anche un po’ salernitano. Da allora, ogni anno, in suo ricordo vengono organizzati gli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo".
Nella nuova struttura di Casa della poesia, una casa-alloggio per poeti (la “casa dei poeti”), inaugurata il 21 marzo 2008, proprio su una vecchia idea di Sarajlic, una sua grande foto e la sua linea “anche i versi sono contenti quando la gente si incontra” all’ingresso, danno il benvenuto a tutti i poeti e gli appassionati di poesia.
Nell'aprile 2009 è stato ristampato il suo libro “Qualcuno ha suonato” accompagnato da un cd audio di Sarajlic che legge le proprie poesie (Multimedia Edizioni / Casa della poesia).

In occasione degli 80 anni della nascita (2010), Casa della poesia sta preparando la pubblicazione del suo "Il libro degli addii", tradotto da Sinan Gudžević e Raffaella Marzano.


ESTRATTO

NATI NEL VENTITRE', FUCILATI NEL QUARANTADUE

Questa sera amiamo per loro.
Erano 28.
Erano cinquemila e 28.
Ce n'erano più di quanto amore ci sia mai stato in una poesia.
Ora sarebbero stati padri.
Ora non ci sono più.
Noi, che sui binari di un secolo abbiamo condiviso
le solitudini di tutti i Robinson del mondo,
noi, che siamo sopravvissuti ai carri armati e non abbiamo ucciso nessuno,
mia piccola grande,
questa sera amiamo per loro.
E non domandare se sarebbero potuti tornare.
E non domandare se sarebbe stato possibile tornare indietro mentre per l'ultima volta,
rosso come il comunismo, bruciava l'orizzonte dei loro desideri.

Sui loro anni che non hanno conosciuto l'amore, coperto di ferite e dritto,
è passato il futuro dell'amore.
Nessun segreto di erba appiattita.
Nessun segreto di camicette sbottonate.
Nessun segreto di mano stremata e giglio caduto.
Ci sono le notti,
c'è il filo di ferro,
c'è il cielo che si guarda
per l'ultima volta,
ci sono i treni che tornavano vuoti e tetri,
ci sono i treni e i papaveri,
e con essi, con i tristi papaveri
in un'estate da soldati,
con una mirabile voglia d'imitarli,
gareggia il loro sangue.

E intanto sui Kalemegdan e sulle Prospettive Nevskij,
sui Boulevards del Sud e i Quais degli Addii,
sui Campi dei Fiori e sui Ponti Mirabeau,
meravigliose anche quando non baciano,
aspettano le Anne, le Zoje, le Jeanettes.
Aspettano il ritorno dei soldati.
Se non tornano,
daranno ad altri le loro spalle bianche mai abbracciate.

Non sono tornati.
Sui loro occhi fucilati sono passati i carri armati.
Sui loro occhi fucilati,
sulle loro Marsigliesi mai cantate fino in fondo.
Sulle loro illusioni crivellate.

Ora sarebbero padri.
Ora non ci sono più.
All'adunata dell'amore aspettano ormai tombe.
Mia piccola grande,
questa sera amiamo per loro.

(1953)

*

SARAJEVO

E adesso dormano pure tutti i nostri cari e immortali.
Sotto il ponte presso il II liceo femminile scorre gonfia la Miljacka.
Domani è domenica. Prendete il primo tram per Ilidza.
Naturalmente, posto che non cada la pioggia.
La noiosa, lunga pioggia di Sarajevo.
Chissà come si sentiva senza di lei Cabrinovic in carcere!
Noi la malediciamo, le bestemmiamo contro, e tuttavia mentre cade
fissiamo gli appuntamenti d'amore come fossimo nel cuore di maggio.
Noi la malediciamo, le bestemmiamo contro, sapendo che essa non potrà mai
far diventare la Miljacka né il Guadalquivir né la Senna.
E con ciò? Forse per questo ti amerò di meno
e ti farò soffrire meno nella sventura?
Forse per questo sarà minore la mia fame di te
e minore il mio amaro diritto
di non dormire quando il mondo è minacciato dalla peste o dalla guerra
e quando le uniche parole rimaste sono "non dimenticare" e "addio"?

Del resto, può darsi che questa non sia neppure la città in cui morirò,
ma in ogni caso essa sarebbe stata degna
di un me incomparabilmente più sereno,
questa città dove, a dire il vero, non ho sempre avuto molta fortuna
ma dove ogni cosa è mia e dove posso sempre
trovare almeno uno di voi che amo
e dirvi che sono disperatamente solo.

A Mosca potrei fare lo stesso, ma Esenjin è morto
e Evtusenko è certamente in giro da qualche parte della Georgia.
A Parigi come potrei chiamare il pronto soccorso
se non ha risposto neppure agli appelli di Villon?
Qui, se chiamo, persino i pioppi, che sono miei concittadini,
sapranno ciò che mi fa soffrire.
Perché questa è la città dove, a dire il vero, non ho avuto molta fortuna
ma dove tuttavia anche la pioggia, quando cade,
non è solo pioggia.

(1961)

*

AD ALFONSO GATTO

Caro Alfonso, loro vorrebbero questo:
che nessuno guardasse lo spuntar della luna sul Volturno se non il Volturno!
I Werter? Non ci sono! Estinti anche i Julien Sorel!
Che in tutto il mondo nessuno ascoltasse i Notturni di Chopin!

E visto che in questo nuovo paleolitico nessuno parla dell'amore,
visto che non c'è nessuno Nehljudov che per Katia perde tutto,
sul palco, con grandi ovazioni,
calca la scena un Darwin al contrario
e ci riporta all'era delle scimmie!

(1972-73)

*

UNA GRANATA TIRATA DAL MRKOVICI

È già da trenta ore
che le granate
piovono su di noi da ogni parte.

Una di queste
ha appena sorvolato
la mia poesia.

È stata tirata dal Mrkovoci
dove prima della guerra raccoglievo margherite
con la donna che amo.

(1992)


ULTIMO TANGO A SARAJEVO

Il novantaquattro, 8 marzo.
La Sarajevo degli amanti non si arrende.
Sul tavolo l'invito per il matinè di danza allo Sloga.
Naturalmente ci andiamo!

I miei pantaloni sono un po' logori,
e la tua gonna non è proprio da Via Veneto.
Ma noi non siamo a Roma,
noi siamo in guerra.

Arriva anche Jovan Divjak. Dagli stivali si vede
che viene direttamente dalla prima linea.
Quando ti chiede un ballo sembri un po' confusa.
Per la prima volta ballerai con un generale.

Il generale non immagina l'onore che ti ha fatto,
ma, a dire il vero, anche tu al generale.
Ha ballato con la donna più celebrata di Sarajevo.
Ma questo tango - questo è solo nostro!

Per la stanchezza ci gira un po' la testa.
Mia cara, è passata anche la nostra magnifica vita.
Piangi, piangi pure, non siamo in Via Veneto,
e forse questo è il nostro ultimo ballo.

(1994)
RECENSIONI

SARAJEVO SENZA NEMICI
Testata:AvvenireData:28/4/2001Autore:Laura Baradacchi
Izet Sarajlic, Qualcuno ha suonato
Testata:Vico Acitillo 124 - Poetry WaveData:16/5/2001Autore:Marco Nieli
Io e il mio popolo, alla periferia del mondo
Testata:Fucine MuteData:13/6/2001Autore:Umberto Mangani
Il ritmo dell'autenticità
Testata:Il Nuovo FriuliData:0/0/2003Autore:Luciano Morandini
Sarajlić, un poeta per risarcire i torti della storia
Testata:Il MattinoData:5/12/2001Autore:Erri De Luca
Izet Sarajlić, Qualcuno ha suonato
Testata:Lo sciacalloData:0/0/2001Autore:Attlio Scarpellini
Izet Sarajlic: Qualcuno ha suonato
Testata:www.lankelot.euData:1/6/2007Autore:Angela Migliore
Izet Sarajlić, il più lungo giorno di tregua
Testata:Il manifesto - AliasData:14/7/2001Autore:Tommaso Di Francesco
Anche i versi sono contenti...
Testata:Casa della poesiaData:0/0/2001Autore:Giancarlo Cavallo
Izet Sarajlic, il cantore di Sarajevo
Testata:Moby Dick - inserto cultura di LiberalData:23/5/2009Autore:Francesco Napoli
Izet Saraijlic, colori e miracoli della poesia
Testata:RepubblicaData:26/10/2009Autore:Renata Caragliano
SARAJEVO SENZA NEMICI

INTERVISTA
Parla il poeta bosniaco Izet Sarajlić: «L'incontro fra le culture appartiene alla storia della nostra città»
«Nei Balcani sono stati i nazionalismi a strumentalizzare le religioni»

«La storia mi ha dettato la guerra come tema, ma l'amore è stato la mia scelta». È questo il filo rosso che attraversa per oltre mezzo secolo le liriche del poeta bosniaco Izet Sarajlić, 71 anni, arrivato in questi giorni in Italia per partecipare alla rassegna internazionale «Napolipoesia» e per presentare il volume antologico Qualcuno ha suonato, fresco di stampa per i tipi della Multimedia (tradotto da Raffaella Marzano e Sinan Gudžević, poeta serbocroato che ha scritto anche la postfazione; la prefazione è invece dello scrittore italiano Erri De Luca: qui sotto ne riproduciamo una parte).
Nato a Doboj, 150 chilometri a nord di Sarajevo, laureato in lettere, ha iniziato a scrivere nel dopoguerra, dando impulso alle nuove correnti di poesia moderna in Bosnia-Erzegovina. Autore di una trentina di raccolte poetiche, di libri in prosa e di un'autobiografia, è stato candidato al Premio Nobel; viene considerato uno dei principali poeti dell'Est-europeo, il più tradotto dalla lingua serbocroata. I nazionalisti serbi e croati lo rifiutano, perché per loro risulta un musulmano, e i musulmani lo rifiutano perché non ha mai appoggiato i nazionalisti islamici. «Rivoluzionario, dai, non cambiamo il mondo», suona un verso di Izet, che riassume la sua poetica.
Sarajlić, cosa ha significato la guerra nella sua vita e nella sua produzione poetica?
«Questa guerra in Bosnia è stata ancora più brutale del secondo conflitto mondiale, durante il quale ho perduto mio fratello Ešo, che è stato fucilato nel '42. Ho visto tanto odio e violenza, distruzione e vendetta, senza logica. Su Sarajevo sono cadute 3 milioni di granate che, oltre a distruggere la mia casa edificata a 200 metri dal fronte, hanno ferito il mio cuore. Ho scritto tutta la vita contro la guerra, e poi è arrivata di nuovo. Le due mie sorelle Nina e Reza sono morte in questo periodo, a causa delle malattie e della miseria: Reza non mangiava per sfamare suo nipote; ha tradotto in serbocroato Elsa Morante, Gianni Rodari, Luigi Malerba. Mia moglie è morta tre anni fa per un ictus, dopo aver vissuto molte privazioni. E nella mia città ancora adesso la gente muore per le conseguenze della guerra; molti sono impazziti, gridano per le strade, soffrono psicologicamente».
Prima della guerra è stato presidente dell'Associazione degli scrittori bosniaci. Ora come si muovono gli intellettuali?
«Tutti i legami culturali sono interrotti, ma ci sono problemi più gravi e urgenti da risolvere: la vita come tale, nel suo stato elementare, è danneggiata in modo terribile. Non è il momento giusto per parlare di letteratura se la gente non sa come sopravvivere. È la nostra tragedia. Ora non ho editori nella mia città: i grandi sono allineati al nazionalismo e non sto dalla loro parte, i piccoli non hanno risorse economiche. I miei lettori, che mi chiedono di inviare loro le mie ultime poesie, sono profughi ad Amsterdam, Stoccolma e in altre città europee: le intelligenze giovani sono emigrate fuori dal Paese».
Perché ha deciso di restare?
«Come potevo abbandonare la città dove sono stato giovane poeta e ho pubblicato tanti libri, dove mi sono innamorato e dove sono i miei amici? Quando la mia casa è stata bombardata e distrutta, mi sono trasferito da una mia sorella; sono stato ferito alla fronte dalla scheggia di una granata, ma anche in guerra sono stato felice, perché i miei erano con me. Come poeta vivevo in un luogo dove si faceva la storia».
Lei è musulmano, sua moglie era cattolica, il marito di sua figlia Tamara è ortodosso. Il pluralismo culturale e il dialogo interreligioso sono un'esperienza vissuta nella sua famiglia...
«Il mio sogno è che mio nipote, quando a 15 anni soffrirà per le malattie d'amore e proverà i dolori del giovane Werther, si innamori di una ragazza ebrea e poi la sposi. Così nella mia famiglia avremo quasi tutte le religioni. È un dialogo che si è davvero realizzato nella vita quotidiana. Purtroppo adesso incombe una moda nazionalistica nel mondo. Nella mia città la convivenza tra fedi diverse era normale: i miei grandi amici sono cattolici e musulmani. La religione non è mai stata la causa della guerra, ma tutto si può strumentalizzare con l'ideologia, i pregiudizi. I nazionalismi hanno distrutto le nostre vite causando migliaia di vittime, ma Sarajevo è sempre stata una città multiculturale. In teoria dovrei essere un nemico anche di Sinan, serbocroato, che ha tradotto le mie liriche in italiano, mio carissimo amico».
La sua poetica è stata definita come un "abbraccio del mondo". Le sue liriche lanciano un messaggio di speranza in uno scenario di morte e dolore: lo dedica ai giovani?
«Tutto il mio futuro è ormai passato. Se c'è un ambasciatore per il secolo scorso, andrò subito da lui! Però voglio che ciò che ho vissuto non resti nei ricordi. La mia esistenza è stata bella, piena di amore. E per me la poesia non è una trovata: racconta le cose semplici della vita».

Laura Baradacchi
Izet Sarajlic, Qualcuno ha suonato

Poeta in bilico tra tradizione e modernità, Sarajlić è considerato da alcuni il più importante poeta di lingua serbo-croata in questo secolo. La raccolta edita dalla Multimedia include una scelta di testi, per lo più dai toni elegiaci ed epigrammatici, compresi tra il 1948 e il 2000, tradotti superbamente da Raffaella Marzano e Sinan Gudžević. Sarajlić costituisce un pezzo della storia letteraria della Bosnia, suo paese natio, infaticabile promotore culturale e di eventi di poesia, prima col gruppo '54, poi con le "Giornate poetiche di Sarajevo" negli anni '60. Durante la guerra bosniaca, il poeta è rimasto intenzionalmente a Sarajevo, per testimoniare con la sua scrittura uno dei più grandi drammi umani e civili di questo secolo.
La poesia di Sarajlić è caratterizzata da una straordinaria capacità di adesione al vissuto quotidiano, suo personale come del suo popolo martoriato dalla guerra. Questa adesione alla realtà quotidiana è per Sarajlić quasi un imperativo programmatico: "Da qualche tempo / non mi interessa affatto la poesia. // Quello che mi interessa è la vita. // I luoghi peggiori nella poesia in verità sono la poesia. // Non appena la vita irrompe nella poesia, / i versi, anche senza l'intervento dell'autore, / diventano poesia." ("Da qualche tempo", pag. 113). Leggendo le pagine più intense di Qualcuno ha suonato, si ha come l'impressione di un materiale umano ed esistenziale continuamente strabordante le trame di una scrittura che fatica a contenere e, soprattutto, cristallizzare il flusso magmatico dell'esperienza. Persone, luoghi, eventi vengono filtrati attraverso un'attitudine spiccata all'ironia, nutrita da un fecondo rapporto coi classici, quelli russi e polacchi in primo luogo, ma anche francesi e italiani. Nell'interloquire con il suo Tolstoj, con il suo Puškin o con il suo Flaubert, Sarajlić ironizza in una chiave decisamente postmoderna con l'impossibilità di fare letteratura, oggi, almeno nella maniera tradizionale. Di questa crisi o impossibilità della letteratura nel mondo contemporaneo, la guerra costituisce l'emblema più tragico, l'esperienza limite di non-ritorno. Se, come dice Adorno, dopo Auschwitz, non è più possibile la letteratura, questa impossibilità diventa l'oggetto stesso di una scrittura sempre più calata nella frammentazione e nella mancanza di punti di riferimento. L'umanesimo proprio della tradizione occidentale appaiono al poeta bosniaco, più che un'evidenza intellettuale da salvare, una problematica verità morale da riconquistare, giorno per giorno: "Ma noi sappiamo ovviamente che Dio non esiste… / Benché da un po’ di tempo anche l'esistenza dell'uomo / sembra sempre / più incerta." ("Vicolo ateo", p. 86.) Persino la tendenza alla malinconia e al rimpianto dei giorni andati ("Possibile che la razza umana non capisca / che gli anni più felici sono ormai passati?", "Felice Anno Nuovo", p. 105.) non è mai per Sarajlić vuoto compiacimento passatista, ma semmai occasione per constatare come le stagioni della vita si rinnovano continuamente e che la pratica della poesia non riposa mai su stessa, ma cerca sempre nuove vie: "Solo adesso che la mia testa si è coperta di brina, / che ho paura che il suono della campana possa essere per me, / solo adesso che si allontanano i violini - / so chi è poeta. Poeta è quello, / quello che sempre ricomincia daccapo." ("Solo adesso", p. 53).
La produzione giovanile di Sarajlić prende le mosse dai toni espressionisticamente esasperati di un Majakovskji, col suo lirismo autobiografico deformato dalla "fattografia" degli eventi minimi quotidiani: "Ho / trentotto anni: / tradisco i miei maestri.// A trentasei anni / non sono caduto per la Grecia / (…) / Ecco, sto sfogliando l'enciclopedia: / sono già più vecchio di Lorca. / Sarà che i franchisti / hanno dimenticato / di uccidermi! // Tradisco i miei maestri: Vivo." ("Tradisco i miei maestri", p. 43). Col passare degli anni, la poesia del bosniaco acquista in auto-ironia e il Romanticismo modernista della prima liriche cede a una consapevolezza insieme più divertita e più dolorosa di ciò che significa essere scrittore in mezzo agli orrori del nostro secolo. Unici antidoti contro il male del tempo che passa e della guerra che accelera la sua opera di distruzione, l'erotismo e la convivialità. Il primo è una costante dello sguardo incantato di Sarajlić verso il mondo e le migliori liriche della raccolta sono quelle indirizzate alla moglie, scomparsa durante l'assedio di Sarajevo. La convivialità è un tema ricorrente fin dai primi anni, derivante dalla lirica classica, russa e orientale ("Anche i versi sono contenti / Quando la gente si incontra", "Qualcuno ha suonato", p. 46), ma si carica di fronte alla guerra di una tinta tragica di perdita irrimediabile ("In Bosnia / trovare un bicchiere di grappa / è incomparabilmente più difficile / che trovare la morte." "A Vlado Dijak", p. 141.) Gli unici a ritornare alla tavola del poeta sono i fantasmi delle persone care, il fratello Ešo, morto nella Seconda Guerra, le due sorelle traduttrici, la moglie, gli amici scomparsi prematuramente: "Stanotte in sogno / mi è venuto Slobodan Marković / per chiedere perdono alle mie ferite. // E' stata anche l'unica richiesta di perdono serba / in tutto questo tempo, // e anche questa solo nel sogno / e da un poeta morto." ("Dopo essere stato ferito", p. 138.) Di famiglia slava musulmana, Sarajlić ha sposato una cattolica e ha amici di tutte le etnie: questa sua ricerca di un approccio interculturale alle relazioni umane è evidente innanzitutto nel suo orientamento laico, agnostico e cosmopolita. L'utopia di pace che traluce tra le pagine del libro è soprattutto un'utopia di convivenza tra i popoli, che artisti e intellettuali sembrano in grado di promuovere lottando in comune contro la barbarie del nazionalismo: "Due conclusioni si impongono da sole: / o il mondo sarà ben presto popolato esclusivamente da emigrati, / o dovrà divenire l'unica patria universale degli uomini. ("Erranza dei poeti", p. 93)."

Nelle poesie, tra le più commoventi della raccolta, dedicate alla moglie scomparsa, ritorna il tema della follia sciovinista, contrastata solo dall'amore, che supera anche la separazione fisica della morte: "Come avremmo potuto invecchiare magnificamente / tu ed io, / senza questa follia nazionalista slavomeridionale. (…) Voglio dirti / quando sono più felice in questa mia infelicità: quando al cimitero mi coglie la pioggia. // Mi piace da morire / inzupparmi insieme a te!, ("I nostri incontri d'amore al "Leone", p. 166.)"
La voce lirica diventa sempre più un tenace ma flebile filo di resistenza nel cuore di un universo dominato dalla cecità della violenza. Terribile testimonianza di una volontà di sopravvivere, nonostante tutto, anche attraverso la ricchezza dell'arte e della cultura. Di questa volontà, l'uomo e il poeta Sarajlić incarna il miracolo e il mistero che si rinnovano continuamente.

Marco Nieli
Io e il mio popolo, alla periferia del mondo

Intervista a cura di Umberto Mangani

Umberto Mangani (UM): Ci troviamo nell’albergo "La valle di Banne" presso la località di Banne situata a pochi chilometri da Trieste. Oggi, mercoledì 13 giugno 2001, Izet Sarajlić, bosniaco, uno dei più grandi poeti viventi, inizia un breve ma significativo tour italiano per presentare il suo nuovo libro "Qualcuno ha suonato", edito dalla Multimedia Edizioni di Salerno. Ricordiamo che questa raccolta è la terza pubblicata in Italia dopo "Il libro degli Addii" e "Poemi di guerra di Sarajevo".

Andrej Andrejević Voznesenski a suo tempo prese in prestito da lei "il minuto di silenzio" riferendosi ad una sua poesia che terminava col verso "un minuto di silenzio per me". Il titolo fu preso in prestito per scrivere a sua volta un testo in cui chiedeva "un minuto di silenzio per due suoi poemi andati distrutti". Lei poi ha preso in prestito da Voznesenski il verso "non rinnegare". Vorrei quindi iniziare questa intervista con Izet Sarajlić con un minuto di silenzio per non rinnegare e, aggiungerei io, per non dimenticare.

Izet Sarajlic (IS): Prima di me sono intervenute persone, come Raffaella Marzano e Sinan Gudžević, che parlano molto bene l’italiano. Il mio italiano invece è molto povero. I miei professori di italiano, infatti, non erano professori universitari bensì soldati del 55° Reggimento dislocati nella mia città (Trebinije) durante la seconda guerra mondiale. Questi cari soldati - e lo dico da antimilitarista - erano cari soldati italiani, amanti del bel canto, come ad esempio "…torna piccina mia …" o "…mamma son tanto felice…", e non come i soldati di questa ultima guerra che sanno solo sparare. Anche se mio fratello è stato fucilato dai fascisti italiani, la mia famiglia è stata sempre innamorata dell’Italia.

Anche se gli avvenimenti della guerra hanno lasciato un segno profondo nella mia anima io non rinnego niente della mia vita. Questi "nuovi fascisti", che prima della guerra erano "grandi comunisti", hanno fatto di tutto affinché io dimenticassi il mio passato. Ma io non voglio dimenticare niente della mia vita. La mia vita è stata meravigliosa, magnifica; è stata la vita di un uomo che ha sempre amato la buona compagnia.

Anche adesso continuo su questa strada, sulla strada dell’amicizia, dove incontro belle persone. Come, ad esempio, Sergio Iagulli che è qui adesso, seduto accanto a me. Lui ha organizzato un Festival di poesia così intimo, così tenero… Adesso, ad esempio, avrei piacere che qui accanto a me ci fossero Jack Hirschman e Alberto Masala.

Dicono che forse è passato il tempo dell’amore. Ma io non so fare niente senza l’amore. Non mi interessa quel mondo dove la principale parola non è "ti amo". Solamente il mondo dove si ama è il mio mondo. Per questo non voglio buttare niente della mia vita nella periferia della mondo.

UM: Un accenno a suo fratello: nelle sue poesie non troveremo mai un invito alla violenza e alla vendetta anche quando parla della triste sorte toccata a suo fratello, al punto che se oggi le chiedono cos’è per lei l’Italia lei risponde: per me l’Italia sono io!

IS: Dopo la morte di mio fratello un soldato del 55° reggimento veniva sempre a trovarmi a casa. La sera bussava alla porta di casa (allora noi non avevamo il campanello). Chiedevo chi era e dall’altra parte della porta una voce rispondeva: io. Da questo momento l’Italia per me era "IO".

Quando sono stato la prima volta in Italia ho scritto un poesia in prosa intitolata "Io" dove parlavo di questa intimità italiana. Non credo che fosse un soldato veramente coraggioso, ma lui veniva sempre a trovare la mia famiglia, che è stata sempre antifascista, e ci portava viveri e bevande. Io, a quell’epoca avrò avuto sì e no 12 anni e andavo pazzo per la cioccolata. Ci portava cose semplici, ma che noi non avevamo in casa. Così, per lungo tempo, queste cose semplici hanno rappresentato l’Italia. Per me l’Italia è Vittorini, è la vostra famosa cinematografia come Miracolo a Milano, i film di Vittorio De Sica, per me l’Italia sono le bellissime gambe di Silvana Mangano in Riso amaro ecc.

Qualche volta, quando ritorno a Sarajevo dall’Italia, penso così: mio Dio, come sono buoni questi italiani come noi jugoslavi quando eravamo normali!

Voi italiani siete gente allegra. Quando incontrate uno straniero a me sembra che abbiate quattro mani per abbracciarlo. Sinan Gudžević mi ha detto una volta: sai Izet, uno scrittore polacco ha detto che ognuno ha due patrie, la prima è quella dove un uomo nasce e la seconda l’Italia. Qualche volta io penso che, se gli avvenimenti nell’ex-Jugoslavia andranno in totale catastrofe, forse io potrò prendere il treno e andare in Italia e forse anche morirvi. Ma poi penso di voler morire a Sarajevo. Ma Sarajevo, come scrissi in una poesia, "…sarà la città natale della mia morte".

UM: Ricordiamo che nel 1997 lei venne a Trieste per ritirare il Premio "Sarajevo 1997" assegnato dalla Fondazione Laboratorio del Mediterraneo. A distanza di quattro anni lei torna a Trieste per presentare un nuovo libro. Qual è il rapporto che la lega a questa città?

IS: Adesso dovrò per forza di cose essere molto sentimentale. Trieste è stata l’ultima città della mia vita dove ho trascorso dei bellissimi giorni con mia moglie prima della sua tragica morte. Io amo molte città italiane e straniere. Amo Leningrado, amo alcuni quartieri di Parigi, amo Roma (non amo Londra), ma Trieste è stata la città dove ho trascorso tre bellissimi giorni insieme a mia moglie. Ricordo la camera 239 dell’Hotel Jolly in via Cavour dove sono stato molto felice.

In quell’occasione ricevetti il premio della Fondazione Laboratorio del Mediterraneo. Ma io non amo i premi. Quel premio l’ho ricevuto grazie a Silvio Ferrari e grazie a Predgar Matvejević. Matvejević ha pubblicato il "Libro degli Addii" mentre Silvio Ferrari ha pubblicato a Genova il libro "Trenta febbraio". Così è la mia vita, ora che mia moglie è morta: è come il "trenta febbraio", una data che non esiste… una vita che non c’è più. Continuo a ridere, a bere con amici, ma quando resto solo è tutta un’altra cosa.

UM: Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue da autori di fama mondiale. Ricordiamo Josiv Brodskj, Hans Magnus Enzemberger, Alfonso Gatto, Blaze Konevski e altri ancora…

IS: Scusa ma ti devo interrompere. Voi italiani siete sempre così "leggeri". Voi dite sempre: è stato tradotto da… come se le mie poesie fossero state tradotte da un Nobel. Josiv Brodski ha tradotto le mie poesie quando era giovane. Avrà avuto circa vent’anni. Io ad esempio non l’ho mai incontrato. Brodski disse: "il primo autore straniero che ho letto e tradotto è stato Izet Sarajlić". Rimasi sorpreso da questa sua affermazione. Ma a quel tempo le opere dei poeti jugoslavi giravano parecchio. Più di adesso. Forse lui ha letto le mie poesie in qualche giornale russo e poi le ha tradotte. Io, però, non ho mai visto quelle traduzioni.

Anche per Alfonso Gatto vale la stessa cosa. Lui ha solamente aiutato Giacomo Scotti nella stesura definitiva di un libro che l’editore triestino Tullio Reggente della Casa Editrice "Asterisco" aveva deciso di pubblicare.

Quindi, quando voi dite: Izet Sarajlić è stato tradotto da Alfonso Gatto anche quest’affermazione è vera solo in parte.

Anch’io ero come Alfonso Gatto. Lui traduceva poco, come me. Lavorava come radiocronista di calcio per una radio. E io so che molti italiani la domenica preferivano ascoltare le radiocronache di Gatto piuttosto che uscire di casa con la propria moglie.

Lui è stato un uomo ricco; è stato un ottimo pittore. Quando veniva a trovarmi a casa lui si metteva a dipingere mia figlia. Gli bastavano solo poche pennellate per ritrarre un volto. Con tre o quattro pennellate ritraeva mia figlia

Lui è stato un "Vesuvio di talenti", sapeva tantissime cose. Ed era particolarmente ironico. Ricordo ad esempio un episodio in cui io e Gatto eravamo stati invitati a partecipare ad un incontro di poeti. Nell’autobus io e Gatto ci accorgemmo che tutti i poeti erano tristi e chiusi. Allora io e Alfonso abbiamo preso il microfono e abbiamo iniziato a cantare un’aria di Albinoni.

Quando penso ad un poeta penso ad un uomo che abbia veramente qualcosa da dire o da donare alla gente.

Io comunque sono molto privato. Sinan Gudžević è un poeta della nuova generazione. Prima di lui altri hanno sempre detto di me: Izet è un poeta magnifico, ma…; Izet è molto stupido, ma…; allora io dicevo loro: Volete dire una volta per tutte chi sono?

Adesso Sinan Gudžević ha detto: Jugoslavia ascolta questo poeta! Questo poeta ha detto parole profetiche. Poi dicono che Izet è grande. Macché grande! Grande è il Canal Grande di Trieste, grande è il Rio Grande. Io, invece, sono una persona normale.

UM: Alfonso Gatto diceva: "voglio che la poesia sia la sola a dire chi sono". Lei, Izet Sarajlić, se la sentirebbe di dirci: Chi è Sarajlić?

IS: Io sono il nonno del mio Vladimir, sono il padre della mia Tamara, sono il vedovo di mia moglie, sono amico di tanti uomini… A me sembra che la mia posizione nel mondo sia quella di vicinanza con gli uomini. Odio la brutta compagnia. Credo di essere un poeta.

Un turco ha detto: in Turchia c’era un grande poeta vissuto fino all’età di 39 anni; si chiamava Orhan Veli, il più grande poeta turco contemporaneo dopo Nazim Hikmet , e un altro terzo grande poeta turco Melih Cevdet Anday ha scritto dopo il mio primo libro pubblicato in Turchia in un giornale: per me Izet è come il nostro Orhan Veli, ma lui è morto a 39 anni ed io pensai: Dio ti prego fa che viva di più di Orhan Veli.

Non so scrivere epica. Queste sono cose serbe. Nel 1952 sono stato con la mia ragazza e futura moglie nella bellissima isola di Loput vicino a Dubrovnik. Ero molto innamorato, ma ho avuto vergogna per noi due che potevamo amarci mentre mio fratello che aveva diciotto anni non ha mai baciato nessuna ragazza prima di essere ucciso. Allora scrissi una poesia: "Nati nel millenovecentoventitrè, fucilati nel millenovecentoquarantadue". In Jugoslavia, influenzata da una forte corrente epica, antifascista, questa poesia rivoluzionaria è stata la prima ad entrare nelle case della gente… e la gente si è riconosciuta in questa poesia. Ancora oggi non si sa se questa è poesia rivoluzionaria o poesia d’amore. Per me tutto è stato amore e rivoluzione. Ma dico spesso: rivoluzionario non cambiare il mondo! Il nostro mondo è bellissimo. La rivoluzione deve rimanere nella terra dei sogni. Ogni sogno realizzato non è più rivoluzionario. Perché ad esempio noi tutti siamo innamorati della rivoluzione spagnola? Perché non si è realizzata! Nessun soldato è diventato un Presidente o un Ministro degli Esteri o un Direttore di qualcosa. Tutti sono rimasti nella posizione iniziale. Adesso quando si parla di Comunismo, io dico: aspettate! Avete tutti letto Marx, Tito ecc. Il mio comunismo è arrivato per colpa di mio fratello e io non posso rinnegare questa parte della mia vita.

UM: Nato da un’antica famiglia musulmana della Bosnia, Lei ha trascorso gran parte della sua vita a Sarajevo e vi è rimasto durante l’assedio della città. La sua vicenda personale lascia intuire che non è crudele la letteratura, ma il mondo che essa si trova a riflettere ed elaborare criticamente. La sua poesia è anche quindi l’elaborazione di un lutto terribile.

Se Sarajevo è la "nuova capitale del dolore", Sarajlić può essere definito il "poeta del dolore"?

IS: Ho parlato di come sono stato felice e adesso tu vuoi che ti dica che sono poeta del dolore… È arrivata questa guerra. Un critico russo scrisse che anche le mie poesie tristi sono allegre.

Adesso anche la mia allegria è triste per colpa della guerra. Ho perduto due sorelle, ho perduto il mio paese, ho perduto mia moglie, ho perduto mio nipote, ho perduto cinque anni di felicità. Tutto questo lutto finisce inevitabilmente nel bilancio della mia vita. Ho parlato di ricchezza anche quando eravamo poveri. Arrivavano vari uomini dall’Europa e scrivevano: siamo stati in un piccolo appartamento dove vive Izet Sarajlić. Io ero sempre sbalordito e pensavo: ma quale piccolo appartamento!? Erano pur sempre 37 mq.! Era molto grande! Questi 37 mq erano la mia ricchezza.

Adesso, anche quando rido, mia figlia mi dice: Papà tu hai sempre aneddoti ma io vedo lacrime nei tuoi occhi. E questo lo devo alla tragedia del mio paese che non era come la Cecoslovacchia e l’Azerbaijan… Jugoslavia era un paese caro a tutto il mondo. Invece, adesso ho paura quando vado negli aeroporti perché qualcuno pensa che vengo da Sarajevo, che forse porto una bomba con me, ma io ho solo una penna…

Era un paese molto bello, anche se molta gente viene definita jugonostalgica in senso peggiorativo. Ma io non posso essere nostalgico per quel tempo che era la mia vita. La mia vita è passata. Adesso vengono a Sarajevo diplomatici di quarta categoria per educarci in democrazia. Ma io penso: che democrazia è quella Americana? Così adesso vivo nella periferia del mondo io insieme al mio popolo.

UM: Ho scritto la mia prima poesia… Terminerebbe per noi questa frase?

IS: Ho scritto sempre fin da bambino. Ma la prima vera volta in cui mi sono sentito poeta fu quando vidi una bellissima ragazza sul ponte che univa i nostri licei, quello maschile e quello femminile.

Il ritmo dell'autenticità

"Qualcuno ha suonato", Multimedia Edizioni, aprile 2001- traduzione e cura di Sinan Gudžević e Raffaella Marzano, memoria introduttiva di Erri De Luca, postfazione di Sinan Gudzevic - è l’ultimo libro di Izet Sarajlić che ci raggiunge nella nostra lingua. L’amico poeta, bosniaco di Doboj, vissuto fino all’ultimo a Sarajevo, testimone del martirio della città, è infatti scomparso nei primi giorni di maggio del 2002. Leggere le sue poesie, una scelta che va dal 1948 al 2001, è stato per me risentirne la voce, rivedere dietro le lenti quegli occhi profondi accompagnare cangianti, espressivi, le sue parole o risentirne le risate in qualche gostionica di quel luogo, anni Settanta, anima d’incontri internazionali, quando la sua multietnicità era ragione di grande civiltà, d’incrocio di culture, non di dramma fratricida. “ E’ già da trenta ore/ che le granate/ piovono su di noi da ogni parte.// Una di queste/ ha appena sorvolato/ la mia poesia.//E’ stata tirata dal Mrkovici/ dove prima della guerra raccoglievo margherite// con la donna che amo”. (Una granata tirata dal Mrkovici, 1992).
Nell’aprile’70, ricordo, le giornate erano piene di sole, a volare erano poesie del mondo a Sarajevo, i cittadini si affollavano ad ascoltare. Era tutto un darsi la mano, un salutarsi, un chiamarsi a vicenda, un bere assieme. “ Che cosa ci è successo tutt’a un tratto/ amici? // Non so/ cosa fate.// Cosa scrivete.// Con chi bevete.// Quali libri leggete.// Non so più neanche/ se siamo amici.”(Agli amici della ex Yugoslavia, 1992). Izet Sarajlić: il comunista critico tenuto all’angolo da meschine burocrazie, il poeta dell’amicizia- varie poesie sono nel libro dedicate ad amici anche italiani- l’agnostico musulmano nemico d’ogni contrapposizione etnica o di confessione religiosa, l’uomo che ha identificato nella libertà della poesia tutto, ogni atto della vita, che con essa a suo tempo ha indicato alla jugoslava le vie del rinnovamento, l’autore di quell’area più tradotto, uno dei più amati dai giovani.” Le sue poesie - scrive Gudžević - venivano pubblicate nei manuali e nei diari, i giovani facevano la corte alle ragazze recitando i suoi versi. Lui è uno dei rari poeti jugoslavi che ha raggiunto ancora in vita la grande fama letteraria”. Sulla sua vita sono passate con i loro cingoli due guerre: nella prima il poeta ha perduto Eso, l’amato fratello maggiore, partigiano, fucilato nel Quarantadue dai fascisti italiani. Nella seconda, intestina, le due sorelle, Nina e Razija, “uccise dagli stenti” e a guerra finita, sempre per quelle conseguenze, la moglie Ida Kalas.
Quelle di Esenin / si chiamavano Shura e Katia.// Quelle di Majakowskij/ Ludimilla e Olia.// Le mie/ Nina e Raza. // E tutte sono morte (...) Devo cercare da qualche parte/ una nuova sorella.// Perché io non posso / non essere fratello. ( Sorelle, 1993 ).
Come avremmo potuto invecchiare magnificamente / tu ed io / senza questa follia slavomeridionale. // Ed invece / di tutta la nostra vita / sono rimasti solo / i nostri incontri d’amore al cimitero del Leone. // Voglio dirti / quando sono più felice in questa mia infelicità: quando al cimitero mi coglie la pioggia. // Mi piace da morire / inzupparmi insieme a te ! ( I nostri incontri d’amore al “Leone”, 1998 ).
In Qualcuno ha suonato troviamo uno spècimen di tutta la poesia di Izet. Essa ha a che fare con la vita quotidiana, la rende ricca e l’illumina. È lì che nasce e si sviluppa. La fanno sbocciare ricordi, personaggi, libri, persone amate, scintille dell’amore, volti, vie, storia lontana rivissuta, metafisicità che l’intrighi. Sempre con una lingua parlata e un’espressione quasi prosastica. “Le parole di Izet non significano null’altro che se stesse. In un certo senso i versi di Izet diventano un’emancipazione della realtà nella poetica. Questa realizzazione e la concretizzazione materiale della lingua rendono i suoi versi comunicativi, comprensibili e semplici. Questa semplicità rende le poesie più facilmente memorizzabili e indimenticabili. Una volta lette, non si dimenticano più. Esse ricompaiono all’improvviso, a tavola, al volante, in cucina, in bettola...”.(S. Gudžević).
E tutte risuonano del ritmo alto dell’autenticità con le quali Izet ha abbracciato il mondo, nonostante tutto. Tranne la morte / a me è già capitato tutto / // Posso visitare ancora qualche paese, / posso farmi ancora qualche amico, / posso ( perché no ? ) guadagnare qualche medaglia d’onore / (sarebbe la prima volta nella mia vita) / ma / tutto sommato / tranne la morte / a me è già capitato tutto. // Il non ferire andandomene / quelli che amo e che mi amano / è l’unica cosa / che mi lega ancora a questa vita. (Tranne la morte, 1987-1989).

Luciano Morandini
Sarajlić, un poeta per risarcire i torti della storia

EPISTOLARI DI GUERRA

Mi è toccata la fortuna di consegnare un premio a un amico, il poeta Izet Sarajlić, con cui ho scambiato lettere e visite al tempo del ritorno della guerra in Europa, in Bosnia. Lui è rimasto nella città assediata dal primo all’ultimo degli oltre mille giorni, perché i poeti servono nel bisogno e le serate di poesia in Sarajevo erano gremite.
Nato nel 1930 ha subìto due guerre. Un adorato fratello maggiore, Eso, è stato fucilato dalle camicie nere italiane durante l’occupazione nazifascita della Jugoslavia. Eppure Izet Sarajlić parla italiano, dice che l’ha imparato dai soldati che occupavano la sua patria.
Ho imparato da lui l’urgenza di pronunciare spesso il verbo amare, non al passato né al futuro, ma all’indicativo presente: io amo. In tempo di odio è il più forte spirito di contraddizione delle ragioni della guerra. Ho potuto dirglielo la sera del 3 dicembre sulle tavole del palcoscenico del teatro Valle in Roma, dove riceveva il premio Moravia dedicato alla letteratura straniera, per il suo libro di poesie: "Qualcuno ha suonato". Insieme alla motivazione ho provato a immaginare come avrebbe speso i soldi del premio. Ecco il mio resoconto contabile: finiranno in fiori sulla terra di tua moglie Miki e delle tue sorelle Nina e Raza, finiranno in scarpe e in una giacca nuova per tuo nipote Vladimir, finiranno in una betulla da ripiantare al posto di quella tagliata e bruciata per riscaldamento durante il secondo inverno dell’assedio, la betulla che salvò molti libri dalla stufa, finiranno in qualche buona bottiglia da offrire agli amici che non hanno fatto nessuna carriera di dopoguerra, finiranno in giornali per seguire le guerre del mondo perché chi ne ha subìte due non l’augura ai peggiori nemici, finirà in sigarette e in un paio di occhiali nuovi e nel bastone che ti hanno sequestrato all’aeroporto di Zagabria per non farti dirottare l’aereo, finiranno in taxi per correre da qualcuno che ha improvvisamente bisogno di te, finiranno in francobolli perché noi scriviamo ancora le lettere, insomma finiranno in Sarajevo, nelle tasche dei tuoi concittadini che riconosceranno i soldi stranieri così come conoscono i tuoi versi e la tua faccia, e diranno che sono i poeti a risanare la bilancia dei pagamenti, dei torti e della storia.

Erri De Luca
Izet Sarajlić, Qualcuno ha suonato

L'histoire pour vous c'etait la guerre, la mort des autres...
Jean Paul Sartre a Albert Camus, 1951

"Insomma, quello che forse ci separa da Voltaire è che fu uno scrittore felice."
E' possibile ritorcere questa affermazione di Roland Barthes sulla poesia di Izet Sarajlić - e dire che quello che forse ci separa dall'autore di Qualcuno ha suonato - terza delle sue raccolte tradotta in italiano - è il suo essere un poeta felice - l'ultimo dei poeti felici (dove quest' "ultimo" si dovrà ovviamente intendere nel limite soggettivo di una lettura, di un incontro)? Certo, sembra difficile giustificare questo aggettivo applicato ad una poesia che negli ultimi sette anni ha dovuto lottare con il rumore assordante della guerra - di una guerra estrema come il conflitto nella ex Jugoslavia - per ritrovarsi a intonare i suoi ultimi canti, i suoi "addii", tra le macerie umane e morali di un paese e di una lingua che non esistono più come tali. Può essere felice il poeta che scrive: "ed io /poco a poco / rimango senza popolo / cioè / senza me stesso"? Può esserlo, se la tradizione da cui proviene non si basa, come gran parte della tradizione poetica occidentale, sulla separatezza del soggetto lirico ma su una quasi identificazione tra poeta e popolo? Sarajlić abita una distanza che non è soltanto quella tra lui e noi - che sarebbe soltanto la distanza della fascinazione per il poeta "slavo" per cui anche il corpo, la voce, non sono materia privata, ma ulteriori significanti di un teatro poetico - ma tra diverse generazioni di scrittori all'interno di un universo letterario che è a sua volta un giardino cechoviano devastato dagli odi di famiglia. Nello stesso momento in cui il suo libro veniva presentato a Roma, al Teatro India andava in scena Giochi di famiglia della drammaturga serba Biljana Srbljanović. Non si potrebbe immaginare niente di più lontano dal calore di questi vecchi versi della freddezza di quella giovane metafora. Avvinghiato al filo tenue dei suoi epigrammi, Sarajlic continua comunque a contemplare - il nome di una strada o di un caffé, l'intatta identità di un luogo prima del disastro, il contrappunto dell'amore in una poesia di guerra - quello che la Srbljanović ha già passato nel tritacarne del suo cerimoniale ironico, nella macchina celibe della sua clownerie. Il poeta bosniaco ha un rapporto casto con la morte, l'iperbole dell'orrore non è nelle sue corde, nemmeno in quelle della sua indignazione o della sua ironia, insomma della sua retorica. Per Sarajlić la morte è fuori, assedia lo spazio del componimento poetico come in Racine assedia la scena, ma questa oscena immanenza non contagia la lingua che al contrario si divincola dalla sua presa grazie a ciò che della felicità dell'esperienza resta impigliato nelle sue maglie. Di quel che scompare Sarajlic non riesce a non vedere quel che rimane. In Una granata tirata dal Mrkovici, nemmeno il tiro dei mortai ("È già da trenta ore / che le granate / piovono su di noi da ogni parte") ha il potere di scalfire quell'umile, inattuale potenza dell'immagine da cui il corto-circuito poetico scaturisce come umoristico corto-circuito tra l'assurdità della storia e l'ostinazione della vita:
Una di queste
Ha appena sorvolato
La mia poesia
E' stata tirata dal Mrkovici
Dove prima della guerra raccoglievo margherite
Con la donna che amo
Granate e margherite, la poesia nasce dall'unione tra le due immagini più distanti tra loro, come sosteneva Reverdy. Ma l'imperfetto passato del ricordo, il prima delle margherite è inchiodato al presente dal verbo "amo" - verbo e tempo che Sarajlić usa con provocatoria sfrontatezza ogni quanto può, verbo-manifesto che nella platealità di un amore senza intimismo diviene il gesto che meglio riassume le diverse essenze della sua poesia: poeta dell'amicizia, e dunque poeta cittadino, come Eluard; poeta della cronaca quotidiana, prosastico e raccontato (con qualcosa dello skaz, di quella tecnica di piccole narrazioni affastellate che viene dalla tradizione russa), anti-lirico per ideologia letteraria; poeta della pienezza del desiderio e della voce - clamans - , poeta della resurrezione di corpi, come Majakovskij...

La poesia custodisce il passato nella balenante flagranza della sua vita non passata: conta le lacrime che il tempo non permette agli uomini di contare, come nei versi dedicati ad Hans Magnus Enzesberger dove il brusco trasalire di un rimpianto costringe a una deviazione, in un chemin qui ne mène nulle part, la corsa lineare dell'oblio: "A che servono i ricordi dell'amore che è ormai passato /(...) / E tuttavia io rimpiango, non so perché, quell'aprile a Sarajevo / quando asciugavi con i baci la pioggia sul volto di Masa." Nel bel mezzo di una conversazione sulla vitalistica saggezza delle separazioni, il poeta, importuno, si volta indietro... Prepotenza dei ricordi che nessuno ricorda; anche quando, come nei prosimetri di Sarajlić, esprime un messianesimo del tutto privo di pretese, la poesia testimonia dalla parte di quel "passato oppresso", privo di citazione, di cui parla Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia. Sorpreso da un altro scroscio di pioggia nel cimitero del Leone, un uomo parla alla moglie morta ("mi piace da morire /inzupparmi insieme a te") - delitto di una metafisica frugale che rasenta la più comune, la più sommessa delle follie, volere la vita che non c'è più. La nostalgia non è uno stato d'animo, è un esercizio. E' per nostalgia che Orfeo torna nella morte, e con quello stesso sguardo ritorto nel buio, strappato all'orizzonte del futuro - un solo attimo mortale, a dispetto di tutte le promesse, di tutte le ideologie - si perde, in una vertigine di amore terrestre, la moglie di Lot cantata da Anna Achmatova. Forse ha ragione Erri De Luca a scrivere nella lettera-prefazione a "Qualcuno ha suonato" che "poeta è chi trova la felicità nella stanza accanto e mai dice dopo". Bisogna appartenere al novero di quelli che, come Sarajlić, rifiutano la distanza e sostengono che "del lunedì si deve parlare il lunedì / martedì potrebbe essere già troppo tardi" (Teoria delle distanza) - al novero di quelli che, come Puskin, annotano ancora, tra una sconfitta e l'altra (al gioco, alle carte, all'amore, "alla storia"), i propri epigrammi sui polsini dello sparato. Essere i poeti felici di un al di qua della letteratura, di una sua innere Sprachforme : dove "io" non è ancora lo stonato alter ego del capzioso, onnipotente "egli". Io, oggi. Domani sarà troppo tardi. Domani, per dirla con Kierkegaard, è il giorno maledetto. Mai, scrive ancora De Luca smentendo un aforisma di Adorno secondo cui i galantuomini coniugano la felicità soltanto al passato, "la felicità è retroattiva, o riconosciuta all'istante o perduta". Certo. Ma la potenza affettiva di questa immediatezza della presenza di sé al mondo - e del mondo nelle parole che lo vorrebbero abbracciare - è sempre data al linguaggio come una vita seconda. Anche rifiutata, la distanza continua ad essere segnata, cioè tradotta. Il poeta non conosce la pienezza creaturale del silenzio del giglio e dell'uccello, ne insegue i voli con un sospiro, secondo il Kierkegaard dei Discorsi - cerca di tracciarne il brivido sul cielo del linguaggio, in una ricreazione che vorrebbe fare a meno della natura, se il poeta è Stéphane Mallarmé - o ancora, ne constata la fugacità in una lingua "semplice", quasi referenziale - ed è il caso di Sarajlić - che è l'elemento più friabile, più intenerito della realtà: la parte che dicendo addio rilancia contro la sparizione delle cose. Esiliata nel "dopo" - passione sporgente, mortale, la poesia solleva le sue eccezioni scandalose ( i suoi "eppure", i suoi "comunque") per frantumare la barriera tra il prima e il dopo, tra i vivi e i morti. Se il linguaggio umano risponde a quel ciclo dialettico per cui la cosa nella parola muore in quanto vita per risorgere come significato, la poesia resta la sua parte meno morta ( la meno dialettica, e per questo, probabilmente, la meno traducibile) come se in essa respirasse ancora il calore del corpo che a malincuore ha abbandonato. In Sarajlić la contraddizione del desiderio inceppa il meccanismo entropico della Storia, ne arresta il precipizio contrapponendo al motus perpetuus delle sue cancellazioni una lingua adamitica, nominale in cui ogni citazione, ogni dedica, fissando un'essenza inalterabile - poiché il nome è forma assoluta, pura linguisticità, altro corpo - acquisisce il valore di un colpo di mano contro la morte. Nome e dedica, amore e lettera, in ciascuno dei suoi addii Sarajlić riempie una stele, assicura nel recinto dei versi quel che alla labile memoria della comunicazione (mondo, moda, morte) è sempre sul punto di sfuggire, che si tratti di un istante di pienezza trattenuto sul ciglio dell'oscurità assoluta, della "grande arte" o di quelli che lui chiama gli "eroi della letteratura". La poesia è la mano del linguaggio chiusa in un pugno di citazioni. E viaggia, va da uno all'altro. Grazie alla posta.
Cedomir Minderović, così come Turgenev amava scrivere lettere.
La prima cosa che faceva in una città estranea era far lavorare la posta.
Così le città estranee diventavano meno estranee.
(...)
Tu,
che pure lo amavi,
hai fatto caso che i postini sono diventati meno importanti
da quando non portano più le sue lettere?
(Alla memoria di Cedomir Minderović)
Majakovskij, dicevamo... Anche in Sarajlić l'esigenza di un'immortalità terrestre, corporea - quell'imperioso, bretoniano "vogliamo, avremo l'al di là dei nostri giorni" che è stata la divisa (e la hybris) di tutte le avanguardie- trova nella poesia un luogo, e come per Majakovskij si tratta di un luogo comune, aperto sulla "folla umana del mondo" per citare il poeta di Quella cosa che voleva "salvezza per tutta la terra / priva d'amore..." Ma per l'autore di una lirica, scritta tra il 1987 e il 1989, cioè sul ciglio del grande crollo, che si intitola Rivoluzionario, dai non cambiamo il mondo, si tratta di un luogo fin d'ora abitabile, "pieno di prodigi per la delizia delll'anima e degli occhi": non c'è più bisogno di attendere che la rivoluzione trasformi la vita quotidiana nell'"officina delle resurrezioni umane". Al di qua e al di là di tutti i fallimenti politici - e dunque anche del fallimento dell'avanguardia - l'attenzione poetica consolida l'eredità di una vita nella quale non insiste più lo sciame meschino inculcato da "un passato da schiavi", ma la durata di un'esistenza fragile che la storia - figura cieca, innominata, metafora di un male proliferante, legionario che incorona i suoi titolari con un'aura rovesciata - minaccia di travolgere ad ogni nuovo levarsi della sua onda di piena. Se Sarajlić, come dice ancora De Luca, è capace di pronunciare la parola comunismo "senza inflessioni di invettiva o di inno (...) come uno pronuncia la parola pioggia, sandalo, balcone", è perché non è un poeta della rivoluzione, ma della resistenza. La sua lezione negli anni di una guerra subita e non cercata: restare, durare, scrivere, opporre alla retorica scrosciante delle granate - alle mille tenebre di una parola omicida come avrebbe detto Celan - , una manciata di versi frugali e lucenti irrisione, l'anti-retorica delle sue clausole pungenti, dove più negligente è il tocco, più vasta la ferita che imprime: "Stanotte in sogno / mi è venuto Slobodan Marković / per chiedere perdono delle mie ferite. // E' stata anche l'unica richiesta di perdono serba / in tutto questo tempo, // e anche questa solo nel sogno / e da un poeta morto" (Dopo essere stato ferito, 1992). E resistere alla violenza, alla guerra vuol dire finalmente rifiutare la storia, con un gesto che in poche parole limpide e prive di enfasi rende tutta la misura della propria estenuazione. Così in Addio al Tram n. 6 :
Lo storico direbbe: Sarajevo è fra le prime città d'Europa
Ad aver avuto il servizio di tram. Non sono uno storico,
e vorrei anzi che questi anni che mi restano
passassero in qualche modo - fuori dalla storia.
Anche quando ero più giovane, lo desideravo.
In una mia vecchia poesia l'ho anche scritto:
Cara,
come potremo fuggire dalla storia?
(...)
no, io non vedo l'ora di poter tornare,
per la seconda volta in vita mia,
a scrivere le mie poesie del dopoguerra.
Fuggire dalla storia, destarsi dall'incubo, come diceva Joyce. Eppure, questo anelito è l'auspicio di un uomo che è rimasto, che non ha mai abbandonato la "folla umana" che gremisce la scena dei suoi congedi, le strade della sua città, i suoi parchi lastricati di lapidi - e in piena guerra ha continuato a esercitare la propria vocazione poetica con la stessa naturalezza con cui un santo continua a esercitare la carità anche all'inferno. Sarebbe facile, ancora una volta, stigmatizzare questa attitudine alla fuga dimenticando che essa è incardinata in uno dei testi originari della letteratura jugoslava, Lettera 1920 di Ivo Andrić. Dimenticando che "ai bosniaci e ai ceceni / (...) / secondo un'identica sceneggiatura, / è toccata anche la parte più crudele della storia" (ancora Addio al Tram n.6). Ma bisogna considerare la differenza di questo sguardo sulla storia - sguardo riverso, schiacciato - sguardo grassroots, senza nemmeno più la consolazione di spalancare gli occhi, come il principe Andrej in Guerra e Pace contro la ferita azzurra del cielo - che finisce con l'accomunare in un solo de profundis dei "domani che cantano" gran parte della letteratura est-europea di questa fine secolo - della letteratura e della poesia, da Milosz a Brodskij, fino a Sarajlić. La storia è questa dissipazione di voci di cui Roman Jakobson, dopo il suicidio di Majakovskij, enumerava le cadute brusche e rovinose: "La fucilazione di Gumilev (...) la lunga agonia spirituale e gli insopportabili tormenti di Blok, le crudeli privazioni e la morte tra sofferenze inumane di Chlebnikov, i meditati suicidi di Esenin e di Majakovskij. Così nel corso degli anni venti periscono in età tra i trenta e i quarant'anni gli ispiratori di una generazione, e in ognuno di essi v'è la coscienza dell'ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione" (Roman Jakobson, Una generazione che ha dissipato i suoi poeti). E l'appello è ancora incompleto. Mancano i passi perduti nella neve attorno alle baracche del GULag di Mandel'stam, lo scatto ferino con cui Marina Cvetaeva decide di tornare tra i sommersi... Il poeta di Qualcuno ha suonato - a cui De Luca invidia il privilegio di una vita più lunga dentro il novecento - viene anche da questo sacrificio, da questa sopravvivenza. E' due, tre volte sopravvissuto. A due guerre - e al peggiore dei tradimenti, quello delle parole. Prima di essere fucilato, Gumilev diceva di sentire attorno a sé un insopportabile odore di "parole morte". Non doveva essere un odore molto diverso quello che il lessico nazional-totalitario diffondeva sui palazzi di Sarajevo malati di lebbra - e qui da noi, nell'epoca in cui sulla ex Jugoslavia prevalsero i discorsi degli amici di Giobbe. Ma Izet Sarajlić, poeta del purgatorio come lo definisce Sinan Gudzević, ha continuato imperterrito a scrivere e a sognare nella lingua perduta di un secolo e di un popolo, immaginando che il proprio amore la rendesse ancora viva.

Attilio Scarpellini
Izet Sarajlic: Qualcuno ha suonato

Ci sono libri che regalano altri libri, legando nodi stretti tra le righe di anime capaci di riconoscersi affini: De Luca recita Sarajlić e la citazione diventa dono per chi ascolta. È invito, condivisione. È una porta aperta su un mondo da scoprire e non bastano i frammenti. Il desiderio è conoscere, capire, poter spaziare tra pagine fino a pochi attimi prima, addirittura ignote e l’innesco è tanto più potente, quanto più forte si rivela l’ascendente esercitato dalla voce che suggerisce.
De Luca recita Sarajlić e la citazione ha il valore di una simbolica stretta di mano, con conseguente memorizzazione di un nuovo nome per cui trovar spazio sullo scaffale della propria piccola biblioteca, fissando un approdo in più in cui traghettare pensieri superflui e parole mancanti. E non stupisce la firma Erri in calce al primissimo foglio di “Qualcuno ha suonato”, anzi è conferma che ribadisce amicizia e valore.

“Poesia come pane” indica il titolo della collana, costruendo una similitudine quanto mai calzante, giacché questa raccolta è indispensabile proprio come il più umile degli alimenti. “Conciso e lirico” (da All’amico che cerca di convincermi a lasciare la poesia lirica e scrivere quella epica, pag. 51), infatti, Sarajlić sa impastare la propria poetica con la vita, raccontandoci le infinite sfaccettature di quel Novecento atroce che ha cambiato volto al vecchio continente e alla storia, nonché alla sua esistenza individuale di uomo, di amante, di fratello, di figlio, di amico, di cittadino. Lo sguardo è quello attento e coinvolto di chi sa cogliere la poesia del gesto minimo e sogna “un’arte semplice di ritorno alle piccole cose” (da Celebro, pag.102). Da qui, dunque la predilezione per temi quali l’amore e la convivialità pure in un contesto di profondo dolore. Da qui la commistione tra la dimensione pubblica e quella prettamente intimista di un artista che spesso muore nei propri versi (da Confesso, pag.171), ma sceglie di sopravvivere per amore di quanti lo amano e non si esime dai suoi giorni né dallo scrivere, perché “poeta è quello che sempre ricomincia daccapo” (da Solo adesso, pag. 53).
Dentro la guerra, dentro il ventesimo secolo, dentro la sofferenza della sua gente, dentro la nuova Sarajevo divenuta il “carcere centrale d’Europa” (da Addio al Tram numero 6, pag. 158), il bosniaco fa delle sue pagine il formato di combattimento di una resistenza ostinata e malinconica, impaziente com’è di “poter tornare, per la seconda volta in vita sua, a scrivere le proprie poesie del dopoguerra” (da Addio al Tram numero 6, pag. 159). Resta sotto i bombardamenti e pianta versi nella solitudine di un paese che vive progressivamente la propria cancellazione.“Scrive, non perché sia l’unico modo per respirare, scrive perché senza poesia non riesce a immaginarsi neppure nelle vite” (da Piove. La mia poesia ottimista è andata a passeggio, pag. 57) delle persone a lui prossime. I componimenti diventano denuncia, consolazione, speranza, ma anche dimensione privilegiata d’incontro con quanti hanno smesso di suonare al campanello della sua porta, costringendolo ad accontentarsi di incrociarli sfogliandone i libri (pagg. 44 e 46). E si avverte, netta, la nostalgia di chi, pur godendo nello scrivere, non esita a ribadire che “è meglio passare una serata con gli amici anziché alla scrivania”, (da Per i miei cari Bajević, pag. 81). Nostalgia che si amplifica allorquando il poeta si sofferma sul ricordo della moglie, facendo delle proprie liriche il luogo in cui la morte si lascia vincere dall’amore. Sono queste le pagine più intense in cui Sarajlić “non sa resistere all’invasione tenerezza” (da Epitaffio, pag. 17) e manifesta la propria fragilità in quel disperato “nessuna tu” mediante il quale “si riduce la distanza tra la poesia e il grido” (da Ancora una notte, pag. 15).

“Tante donne e nessuna tu.
A Sarajevo duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo miliardi di donne
e nessuna tu”.
(Nessuna tu, pag 164)

Il climax cresce al pari del senso di vuoto che, tuttavia non riesce ad intaccare la forza di questo sentimento totale per cui è inammissibile qualsiasi idea di replica, perché non esiste un’altra tu e un eventuale “secondo amore sarebbe semplicemente il seguito del primo, unico amore” (da Un altro amore, pag. 25) .
Versi a risarcimento di un’assenza, quindi, dove il poeta raggiunge la perfezione di uno stile essenziale e al tempo stesso denso di suggestioni tratte dalla letteratura russa in primis. Sarajlić “celebra con autunnale vecchio manierismo dell’anima i mondi che crolleranno domani” (da Celebro, pag. 103) e contemporaneamente “tradisce i suoi maestri: vive” (da Tradisco i miei maestri, pag. 43), con la vita ad irrompere nel suo scrivere. Ed è poesia capace di arrestare il presente per fissarlo nelle proprie righe, non senza rinunciare alla speranza di futuro, perché “salvo il futuro la poesia non ha nessun alleato” (pag. 30).
E non manca una buona dose di amara ironia a sottolineare le mostruosità della storia, irridendo il falso progresso e ribadendo la necessità di un cambiamento radicale capace di elaborare un diverso concetto di confine, senza il quale “due conclusioni si impongono da sole: o il mondo sarà ben presto popolato esclusivamente da emigrati, o dovrà diventare l’unica patria universale degli uomini” (da Erranza dei poeti, pag. 93). È il 1983 quando mette giù questi versi, è lontana l’Unione Europea, il nome Jugoslavia ha ancora senso, ma l’erranza dei poeti spiega più di quanto non dica la cronaca, proiettando oltre l’hic et nunc.
Perché la sensibilità del letterato interpreta l’oggi con occhio rivolto al domani e indugia sul proprio stesso scrivere scherzando sulla personale difficoltà di dedicarsi alla prosa (pagg. 51 e 125), al contempo ribadendo la sua vocazione naturale per la poesia. Quella stessa poesia di cui, qui, non si è voluto far critica, giacché “i critici di poesia sono come i vecchi. Anch’essi sanno tutto dell’amore. Quello che non sanno è fare l’amore" (da I critici di poesia, pag. 91).

Angela Migliore
Izet Sarajlić, il più lungo giorno di tregua

Ha ragione Erri De Luca nell’introduzione: stare solo poche ore in compagnia dei versi di Izet Sarajlić vuol dire attraversare epoche, di storia e di poesia, con accanto Nazim Hikmet, Esenin, Alfonso Gatto – suo grande amico –, la Achmatova, e si può ascoltare «la parola comunismo senza inflessioni di invettiva o inno, senza versione ufficiale», così come si pronuncia la parola pioggia, o sandalo o balcone.
Con lui entra nella poesia balcanica e jugoslava la lingua parlata e un tono che rifiuta la prosa ma che ad essa sta lungamente accanto perché punta al racconto lirico, seppur racconto di sé, epica a tutti i costi minore. Di questo poeta esce in Italia il terzo libro Qualcuno ha suonato (Multimedia Edizioni, pp. 190, L. 30.000) – tra i due precedenti sorprendente il Libro degli addii.
Come Costantino Kavafis, Sarajlic opera nella scrittura del verso, nella sua perseveranza e durata, nella sua profonda affidabilità e assoluta ragione, quella trasfigurazione, quel “trasumana” che rende intelligibile la storia traducendola in una contemporanea quotidianità. Così che delle guerre che ha attraversato tentando in ognuna di salvare la pervicacia della poesia, quello che ci arriva è un distillato di vita minima, il microcosmo dei giorni di Izet, la sua grande storia di amante di una sola donna, il timore che la febbre di una figlia più che per l’avanzata degli eserciti nemici nel doppio assedio di Sarajevo. Un assedio doloroso, dove Sarajlić ha perduto gli amori importanti che lo legavano alla vita e alla poesia: le due sorelle, Nina e Raza e, subito dopo la guerra, la moglie. Per lei con l’amarezza e la disperazione del sopravvissuto compone a intervalli quasi un segreto, sottaciuto canzoniere d’amore: «Come avremmo potuto invecchiare magnificamente / tu ed io,/ senza questa follia nazionalista slavomeridionale./ Ed invece / di tutta la nostra vita / sono rimasti solo / questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone. / Voglio dirti / quando sono più felice in questa mia infelicità: / quando al cimitero mi coglie la pioggia. / Mi piace da morire / inzupparmi insieme a te».
Mai domato, Izet, ecco che ci appare non come un Mandel’stam sconfitto – è il poeta sovietico la sua stella – ma come un Pintor balcanico. Izet Sarajlić è, forse per sempre, il poeta di Sarajevo. In quel microcosmo che brucia ancora epoche storiche al crocevia del sangue e del conflitto, si consuma nella sua poesia tutta l’ignavia del mondo, tra terrore e voglia di vivere. Non è un reportage o un saggio che faranno capire il disastro balcanico in parte allestito dall’Occidente «non colpevole», ma la lettura di questi versi sì. È in questa Sarajevo che il poeta ricorda se stesso di non essere mai stato particolarmente fortunato, ma lì è possibile «trovare almeno uno di voi che amo / e dirvi che disperatamente solo».
È una fortuna aver conosciuto direttamente Izet in quella città bersagliata, e poi averlo visto in giro per il mondo, mentre sale su un palco e legge ritmando la misura del verso con la sua voce stentorea ma serena, quella di un lamento che non trova fine, mentre accompagna le parole con la percussione del bastone che lo sostiene, battuto sul palco, come tamburo del tempo.
Il poeta dell’amore maturo, il poeta degli addii, il poeta del coraggio d’esser solo poeta. Ogni verso di Izet è un verso sulla felicità e sulla preveggenza del male e della guerra. Già nel 1965, in un periodo di attesa intensa per una stagione luminosa della vita che la Jugoslavia sembrava indicare, scriveva: «E ricordati: / solo la guerra non suona / entrando nelle case della gente./ Entra come se ne avesse diritto…».
Il poeta sarajevese solo, perché non amato dalle leadership serba, croata e musulmana che la guerra hanno voluto e alimentato in ogni modo. I nazionalismo serbi e croati rifiutano Izet perché lo considerano un musulmano, i musulmani non lo possono sopportare perché non si è mai schierato con i nazionalisti musulmani. I poeta – tra gli scrittori jugoslavi più tradotti e amati nel mondo con Ivo Andric, Milos Crniavski e Danilo Kis – che difende ogni giorno con l’assiduità della sua scrittura ancora l’impianto unitario della lingua serbo-croata e quasi solo al mondo denuncia che lì – ci ricorda sapientemente il poeta Sinan Gudžević nella postfazione – c’è stata anche una guerra linguistica che ha voluto annientare ogni residuo legame tra i popoli e le genti, uccidendo una lingua che valeva per tutti quei popoli (e naufragando poi in modo tragicomico nell’invenzione di codificazioni cirilliche, di una sedicente lingua nazionale croata e addirittura dando dignità di lingua nazionale alla parlata bosniaca).
Molti pensano che ora vale la pena parlare di poesia perché «la guerra è finita». È il contrario: vale la pena scoprire le voci come quella di Sarajlić perché la guerra che ha appena finito di organizzare architetture di stragi è sempre lì, nei Balcani e non solo, pronta a riaccendersi.
Facciamo solo finta che non sia così, mentre la guerra resta semplicemente d’attualità, occasione di morte per il mondo. Un’occasione che ha fatto e fa anche la poesia colpevole. Ricorda sempre Gudžević che tra i tanti elementi tragici della guerra in Bosnia e a Sarajevo c’è stato il fatto che tra i protagonisti della guerra nazionalista c’erano proprio «tanti poeti». Ha scritto Sarajlić, una poesia che è del 1988 che è una vera dichiarazione di poetica: «Da qualche tempo / non mi interessa affatto la poesia. / Quel che mi interessa è la vita. / I luoghi peggiori nella poesia in verità sono la poesia. / Non appena la vita irrompe nella poesia, / i versi, anche senza l’intervento dell’autore, / diventano poesia».
«Leggendo queste poesie – ha scritto con lucidità Gudžević – si ha l’impressione che tutte sono nate in un giorno di pace e in due notti di guerra. Prima della guerra nella quale è scomparsa la nostra Jugoslavia mi sembrava che tutte le poesie di Izet fossero state scritte in una notte di guerra e in una mattina di pace. La guerra che ha irreversibilmente distrutto le nostre vite ha fatto sì che sembrino nate in due notti di guerra e in un giorno di tregua». Sì, la poesia di Izet Sarajlić è il più lungo giorno di tregua.

Tommaso Di Francesco
Anche i versi sono contenti...

Anche i versi sono contenti
quando la gente si incontra.
- Izet Sarajlić Qualcuno ha suonato


Un colloquio lungo, fitto, col lettore, con gli amici, con le proprie stesse poesie, con i grandi della letteratura, con i vivi e con i morti. Sembra talmente semplice, confidenziale, la poesia di Izet Sarajlić, che alla fine ci si stupisce di aver attraversato i grandi sentimenti umani, l’amore, la tragedia delle guerre, la passione politica, il dibattito letterario e più di cinquanta anni in un solo libro, in meno di duecento pagine, nemmeno troppo zeppe di caratteri (Sarajlić, Qualcuno ha suonato, Multimedia Edizioni, Salerno 2001).
Fin dal titolo “Qualcuno ha suonato” e dalla foto ritratto di copertina è dichiarata l’intenzione di porre la vita quotidiana al centro dell’attenzione, senza nessuna messa in posa, nessun trucco, nessuna ostentazione, filtrata soltanto dall’io, dalla vicenda personale dell’autore.
Così, perfino i tanti nomi contenuti in epigrafe o nei titoli o nel corpo stesso delle poesie, e che vanno da monumenti della letteratura internazionale quali Dante, Flaubert, Tolstoj, Cecov, Turgenev, Hikmet, Evtuscenko, Enzensberger, fino ad autori conosciuti solo in ambito slavo o a personaggi del tutto sconosciuti, perfino questi assumono l’aspetto rassicurante e familiare di persone che avremmo potuto incontrare al bar or ora, ascoltando o addirittura partecipando ad una vivace conversazione condita d’ironia e non priva di qualche frecciata salace all’indirizzo di qualche letterato così prodigo nel dedicare versi a Manhattan o alla California quanto distratto da giungere al punto di ignorare il martirio della sua Sarajevo.
Tre sono i grandi protagonisti di questa importante antologia: l’amata moglie compagna di una vita, la città di Sarajevo e la vita quotidiana con i suoi “oggetti” comuni. L’intreccio di questi tre elementi con la Storia (eh sì, proprio quella alla quale Izet avrebbe voluto sottrarsi insieme alla sua amata “Mia cara, come possiamo fuggire dalla storia?” , in “Giudicano” pag. 73) trasforma questo libro in una cronaca (a volte gioiosa, più spesso dolorosa e tragica) emblematica, i cui testimoni sono di volta in volta una betulla, un fiume, un ponte, un tram, una città, un piatto in meno sulla tavola del desco quotidiano. Quello che si vede è, in un confronto serrato tra la poesia e la vita (“Quel merlo”, “Davanti allo scaffale coi libri dei miei amici”, “Piove. La mia poesia ottimista è andata a passeggio”, “Da qualche tempo”, ecc.).
Considerato che Sarajevo è diventata, suo malgrado, la parabola amara di questo nostro tempo di grandi speranze ed enormi disperazioni, luogo della convivenza civile di razze e religioni (e lo stesso Sarajlic ha vissuto un felice matrimonio misto) trasformato in centro dell’intolleranza e dell’odio interrazziale, si comprende come questo libro assurga, senza alcuna forzatura da parte dell’autore o dei curatori, ad un ruolo che travalica lo stretto ambito letterario per trasformarsi in una testimonianza civile sull’umanità (e la bestialità) del secolo che si è appena concluso.
Ecco allora che non può più stupire il fatto che questo autore sia in assoluto il poeta più tradotto della sua lingua in tutti i tempi, come ci dice Sinan Gudžević nella sua preziosa postfazione ed il più amato, come ci confermano lo stesso Gudžević ed Erri De Luca nei loro interventi, inseriti nel volume che si segnala per l’accuratezza della traduzione “a quattro mani” dello stesso Gudžević e di Raffaela Marzano e l’ampiezza della scelta.
Per sua stessa dichiarazione Sarajlić è un poeta lirico in contrapposizione allo stile epico (“All’amico che cerca di convincermi a lasciare la poesia lirica e scrivere quella epica”), e si iscrive nel novero dell’idealismo umanistico europeo (“Addio all’idealismo umanistico europeo”), si confina nel secolo appena passato senza nascondere il rimpianto per la grande civiltà che lo ha preceduto (“L’errore”, “Progresso”, “Eredità”), sottraendo al critico il grimaldello dell’indagine e spuntando le frecce degli attacchi neo-avanguardisti o post-modernisti; d’altronde la sua insofferenza per i critici, come per gli opportunisti, è dichiarata (“I critici di poesia”). Non ha paura nemmeno di apparire neo-romantico, come, tra le altre, in “La crisi della poesia d’amore” o “Necrologio del verbo amare”. Ma va altresì rimarcata la grande carica ironica che pervade alcune delle sue migliori poesie, come ad esempio “Soggiorno ad Istambul”, che insieme alla già ricordata irruzione della vita quotidiana nella poesia, lo rendono paradossalmente attualissimo.
Resta ancora da affrontare quello che ritengo un punto nodale della poesia di Izet: quel “sembrare semplice” che si evidenziava all’inizio di questo intervento. Già perché questo libro e le tante letture pubbliche che Izet ha tenuto anche in Italia (suscitando ondate emotive e riscuotendo un insolito, per il nostro paese, successo) confermano il dato di una poesia che ha il dono dell’immediatezza, di una naturale eleganza, che appare facile.
Ma una lettura più attenta non tarda a scoprire quanto lavoro si nasconda dietro questa scioltezza apparente: ce lo conferma lo stesso Sarajlić con la consueta leggerezza, quando in “A Stevan Raicković” dice che “Con i miei manoscritti buttati nel cestino qualcuno avrebbe composto la sua Opera Omnia”. E ancora con grande autoironia in “Scrivere prosa”.
Ovviamente la limitatezza dei miei strumenti critici non mi consente di rendergli un buon servigio, altri ben più autorevoli di me hanno affrontato la questione che ha attraversato tutto il novecento della difficoltà di una poesia svincolata dalle gabbie metriche e strutturali; ma posso asserire senza ombra di dubbio che, in qualità di scrittore, invidio ad Izet il dono della sua “semplicità”, la profonda conoscenza della sua arte che gli permette di raggiungere questo risultato, come un atleta tanto capace di dosare lo sforzo e regolare il respiro da giungere al traguardo vincendo “senza fatica”.
Un’ultima notazione prima di accomiatarmi (non senza avere invitato il lettore a non farsi mancare questo volume); ho riletto più volte le poesie di Izet, ma anche nella più recente ed ennesima lettura non sono riuscito a sottrarmi ad un impeto di commozione assai prossimo alle lagrime. Stavolta mi ha tradito “Quei due abbracciati” (pag. 170), dedicata alla moglie scomparsa. Credo che sia la maniera migliore per chiudere questa recensione

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gothlieben
potevamo essere anche tu ed io,
ma noi due non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Giancarlo Cavallo
Izet Sarajlic, il cantore di Sarajevo

«O tenerezza umana,/ dove sei?/ Forse solo/ nei libri». Sono i quattro versi di una poesia del 1992 di Sarajlic, asciutta ma che nella doppia interrogativa cela smarrimento e angoscia. E sono i versi che Margaret Mazzantini ha sapientemente voluto in esergo al suo ultimo romanzo, "Venuto al mondo", che elegge Sarajevo, immersa in un atroce conflitto, luogo di un amore ancora possibile. Izet «Kiko» Sarajlic è il grande cantore di Sarajevo, la città dove ha avuto inizio e fine il XX secolo, circoscritto dall’attentato all’Arciduca e futuro Imperatore d’Austria e quell’assedio durato troppo a lungo (aprile 1992-febbraio 1996) e intinto nel cuore dell’Occidente europeo. Poteva andar via e non l’ha voluto fare, è rimasto a simbolo della resistenza culturale alle barbarie. Nato nel 1930, maturato poi nella Jugoslavia titina, ha iniziato a scrivere poesie nel dopoguerra e a partecipare attivamente alle avanguardie culturali del suo paese. Anima la sua Sarajevo con le «Giornate poetiche» fino al 1972, allacciando rapporti con i grandi di ogni luogo (da Brodskij a Evtuschenko, da Enzensberger a Simic), legandosi con particolare affetto ad alcuni autori italiani tradotti dalla sorella in bosniaco come Rodari, Morandini, Gatto e Morante.

La sua opera è riconosciuta in tutta Europa, apprezzata per quella sua vena lirico-elegiaca corroborata, secondo un umore tipicamente slavo, di ironia tanto sottile quanto feroce («fai la coda per comprare il pane/ e ti ritrovi al Servizio di traumatologia/ con una gamba amputata./ E dopo asserisci/ d’aver avuto anche fortuna», La fortuna alla maniera di Sarajevo) e un piacere naturale per la narrazione modulata per lo più su enumerazioni accumulative. Durante i lunghi anni dell’assedio conserva per quanto possibile queste relazioni, lo fanno sentir vivo, e conosce Erri De Luca che apre con uno scritto commosso l’antologia di Sarajlic "Qualcuno ha suonato", curata per Multimedia Edizioni da Raffaella Marzano e Sinan Gudzevic e arricchita da un cd con la voce recitante del poeta. Ricorda come Sarajlic al pari della Achmatova sia in grado di descrivere con la sola penna e la poesia guerre e lutti, per poi confessare che da lui ha imparato «di nuovo a dire: amo» e che «a cinquant’anni bisogna pronunciarlo spesso, in quante più lingue possibile, lavandosi i denti al mattino, sciacquandoli bene e poi asciugandoli con l’aria di quel verbo all’indicativo presente».

"Tenerezza umana", questo il titolo della poesia ricordata all’inizio di questo intervento, sembra fare il paio con il componimento che segue nell’esaustiva antologia citata, versi dove Sarajlic rammenta le guerre della vita: dalle cinque che «Marko Basic ha sulle spalle» alle due «per me e la mia generazione» fino a quella di Vladimir che «con i suoi diciotto mesi,/ in questo momento si potrebbe dire/ che addirittura la metà della sua vita/ è trascorsa in guerra». La biografia indubbiamente alimenta la sua poesia, ancor più quella triste del conflitto ultimo come in Ultimo tango a Sarajevo dove ancora amore e morte vanno a braccetto, dove la speranza è riposta in quel voler andare contro le logiche aberranti dell’assedio e ritrovare la vita nel «matinè di danza allo Sloga». Importa poco se pantaloni e abiti son logori, l’importante è che non lo sia l’animo. Apprendiamo dai suoi versi i gusti letterari per gli amati grandi dell’Ottocento russo ma anche per Dante e Balzac, Mann e Hemingway, la sua ineluttabile attrazione per la poesia e la difficoltà di scrivere in prosa, lui fumatore accanito che se avesse dovuto comporre Guerra e pace sarebbe «morto per avvelenamento da nicotina molto prima della battaglia di Borodina».

Nel gruppetto delle composizioni di guerra riconosciamo la lunga catena degli addii cui è stato costretto: innanzitutto la moglie, e poi le sorelle Raza e Nina e gli amici con l’insistente dubbio se questi siano ancora tali quando le armi urlano in guerra ("Agli amici dell’ex Jugoslavia"). Ma la forza straordinaria di Sarajlic è nel saper andare oltre lo strazio del dolore, il carico oneroso dei lutti personali, dal fratello Eso fucilato dai fascisti durante il secondo conflitto mondiale agli affetti famigliari più intimi, riempiendo la sua poesia d’amore. Anzi, incita più volte anche i giovani a fare come lui, a vestire i propri versi di questo sentimento («Avendo paura/ di essere definiti fuori moda/ i giovani non scrivono più/ poesie d’amore./ Noi vecchi/ dovremo/ scriverle/ per loro», La crisi della poesia d’amore). Singolare poi come dia alla poesia sembianze e sentimenti umani («a questa mia poesia/ si rizzano i capelli », «le mie poesie resteranno a vagabondare in questa città») fino a esser certo che «anche i versi sono contenti/ Quando la gente si incontra». A quest’ultimo richiamo da anni ormai si ispirano gli «Incontri internazionali di poesia di Sarajevo». Per dar seguito a questa sua volontà di ridare centralità culturale alla sua città la Casa della Poesia di Baronissi animata da Sergio Iagulli e Raffaella Marzano li organizza con dedizione assoluta (quest’anno dal 25 al 27 settembre). Lì a Sarajevo è possibile incontrare ancora la grandezza di questo poeta: in quella sua abitazione vissuta dalla figlia Tamara, con i segni del suo resistere al conflitto e dei bombardamenti, o in quel cimitero dove riposa accanto alla moglie e dove un’intera generazione è sepolta bruciata dalla barbarie degli odi etnico-religiosi. Per porre rimedio a questo Sarajlic allora ha pensato bene di reclamare a sé «una strada per il mio nome» dove «la cosa più importante è/ che nella strada con il mio nome/ a nessuno capiti mai una disgrazia».

Francesco Napoli
Izet Saraijlic, colori e miracoli della poesia

«L' AVVENIRE aveva mille nomi e solo l' ultimo era solitudine/ l' avvenire ormai imitava i tuoi gesti e la tua andatura». Le poesie di Izet Sarajlic hanno infinite cromie: leggendole, ora risalta un colore ora una sfumatura prima sopita. Ogni componimento è un piccolo miracolo lirico in cui sfumano amore, guerra, politica, esistenza. «Da qualche parte con incessante ferocia si riduce la distanza/ tra la poesia e il grido». Bosniaco, fondatore del "Gruppo 54", Sarajlic è il più tradotto poeta di tutti i tempi dalla lingua serbocroata. "Qualcuno ha suonato" è una raccolta di liriche che attraversa oltre mezzo secolo, dal 1948 al 2001, anno precedente la sua morte. Ora Multimedia edizioni, casa editrice di Baronissi, l' ha impreziosita, nella collana "Poesia come pane", con un cd in cui l' autore recita i suoi versi in lingua originale e un componimento, "Cambio d' indirizzo", in italiano: le registrazioni sono state effettuate nel corso di "Napolipoesia 2001" e di altre manifestazioni ad Amalfi, Salerno e nella stessa Baronissi. La voce restituisce una poetica umanista maturata nel Novecento delle sofferenze. Sullo sfondo le guerre. Il secondo conflitto mondiale che gli porta via il fratello ucciso dai fascisti; poi l' assedio di Sarajevo del 1992, la perdita della moglie e delle sorelle, per cui «siamo arrivati al punto/ di ricordare con nostalgia la seconda guerra mondiale». Lo sgomento generato dall' orrore racchiuso nei nove lapidari versi di "Agli amici della ex Jugoslavia": «Che cosa ci è successo tutt' a un tratto/ amici/ Non so/ cosa fate/ Cosa scrivete/ Con chi bevete/ Quali libri leggete/ Non so più neanche/ se siamo ancora amici». In rilievo la vita. I sentimenti e gli entusiasmi che affiorano anche sotto l' assedio dell' etàe delle armi, come in "Ultimo tango a Sarajevo": «Il novantaquattro, 8 marzo/ La Sarajevo degli amanti non si arrende/ Sul tavolo l' invito per il matinè di danza allo Sloga/ Naturalmente ci andiamo». E la fiducia, nell' amore e nella poesia: «Sopravviveremo a noi stessi, non solo nei tumuli dei nostri sepolcri/ perché sapevamo, sapevamo, teneri e superbi/ sfuggendo ai coltelli e alle granate uccidere gli angeli in noi/ e tuttavia restare angeli». Con la Campania Sarajlic aveva un legame profondo, che andava oltre l' amicizia con Alfonso Gatto ed Erri De Luca (sua l' introduzione del volume, traduzione a cura di Sinan Gudzevic e Raffaella Marzano) e la cittadinanza onoraria di Salerno. È stato presidente onorario di "Casa della poesia", il progetto che dal 1996 rappresenta un punto di riferimento per la produzione lirica nazionale e internazionale, sia attraverso le strutture di Baronissi, casa alloggio per poeti di tutto il mondo, biblioteca, mediateca, archivi, sia mediante l' organizzazione di laboratori, reading, festival. E proprio a Sarajlic sono dedicati gli "Incontri internazionali di poesia di Sarajevo", la cui ottava edizione si chiude domani.

RENATA CARAGLIANO