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Testimonianza -

Testo a fronte: No
ISBN: 88 – 86203 – 22 – 5
Collana: Altre Americhe
Pagine: 128
Anno: 1996
Curatore:
Traduttore: Emanuela Jossa

Prezzo: 12.50 €
PREFAZIONE

La testimonianza di Montejo disegna una situazione drammatica, fatta di violenza indiscriminata, di paura, di miseria. Il suo racconto non ha bisogno di commenti, gli eventi parlano da soli, e l'autore sapientemente lascia che sia così. Montejo non indulge mai nello sfogo personale o in lunghe requisitorie contro il governo ed i militari: descrive con cura, con la precisione di chi ha visto, di chi è stato testimone la distruzione del villaggio in cui faceva il maestro, la paura dei patrulleros, le torture nei distaccamenti militari, le esecuzioni di massa, il cinismo degli ufficiali ma anche qualche raro caso di umanità in alcuni soldati. L'autore si concentra esclusivamente sulla descrizione degli eventi, tralasciando quasi del tutto i riferimenti personali inessenziali, perché sa che la storia sua e del suo villaggio è simile alla storia di tanti altri indigeni e di tanti altri villaggi. L'intento, forse anche il bisogno di Montejo è di comunicare la sua esperienza a tutti coloro che fuori dal suo paese, ma anche all'interno del Guatemala, ignorano la terribile repressione che ancora oggi è scatenata contro gli indigeni, nelle aree rurali del paese. Raccontando le cose semplicemente, così come sono avvenute, Montejo mostra la tragedia della popolazione indigena del Guatemala. Nel caso particolare del suo villaggio, tutto comincia con uno scontro tra l'esercito e le PAC. Le pattuglie di autodifesa civile (Patrullas de Autodefensa Civil,PAC) sono state create con un duplice scopo: sottrarre uomini alla guerriglia o alle organizzazioni popolari e controllare la popolazione. Gli uomini, dai tredici anni ai settanta, sono costretti ad arruolarsi e a fare turni di sorveglianza intorno ed all'entrata dei villaggi. Armati il più delle volte solo di bastoni e pietre o con vecchissimi fucili, sono mandati all'avanguardia nelle azioni contro la guerriglia, sono obbligati a compiere esecuzioni di massa, a colpire manifestanti, a compilare liste di sospetti. Una delle più importanti conseguenze della presenza delle PAC, è quella di dividere la popolazione indigena, sgretolandone il caratteristico tessuto di solidarietà interna. In questo modo, i contadini maya, costretti ad arruolarsi nell'esercito o nelle PAC, diventano carnefici e vittime allo stesso tempo. Da questo punto di vista la testimonianza di Montejo è emblematica.
Sullo sfondo della scena dominata dai militari che mettono a lutto il villaggio di Montejo, si muovono le donne ed i bambini, che spesso non sono altro che suoni: nella piazza del villaggio si sentono il pianto, il brusio delle preghiere sussurrate, le urla dei bambini terrorizzati. Rumori che commentano come da lontano la tragedia della comunità devastata. Una comunità che muore, come suggerisce il titolo del libro.
Montejo, maestro di scuola, è testimone e vittima della violenza dei militari: viene catturato, torturato, sottoposto ad una pressione psicologica insostenibile. Eppure, non si presenta mai come eroe. I suoi pensieri, i suoi atteggiamenti, la sua angoscia, sono quelli di un uomo comune, uno dei tanti che viene accusato di essere guerrigliero e quindi condannato a morte. Forse non è un eroe anche perché lo squallore della violenza militare è tale che sembra non esserci spazio per nient'altro.
La testimonianza non ha bisogno di commenti, si era detto. Piuttosto una domanda potrebbe sorgere spontanea in chi non conosce la realtà di questo paese: da dove nasce tanto odio, che cosa spinge militari e governi ad agire con tanta violenza contro la popolazione? Ci vorrebbero molte pagine per raccontare una lunga storia iniziata con l'irruzione degli spagnoli nel 1524. Per rispondere brevemente e semplicemente, basti dire che la violenza in Guatemala serve a mantenere intatta una struttura sociale fortemente gerarchizzata e razzista, eretta sullo sfruttamento economico delle risorse umane e naturali. La classe dominante, cioè l'élite latifondista, alleata e spesso identificata con l'esercito, tramite governi espressamente militari o democratici in apparenza ha mantenuto attraverso gli anni il suo potere, riducendo in estrema povertà la popolazione indigena e meticcia (ladina), violando i più elementari diritti umani nella totale impunità. Di fronte a quest'élite spregiudicata, che pur costituendo il 2% della popolazione è padrona dell'80% della terra del paese, la popolazione maya ed i ladinos poveri hanno risposto organizzandosi in gruppi che pacificamente cercano di recuperare le terre dei loro padri, oppure sono "andati in montagna", sono diventati guerriglieri. La volontà di resistenza della popolazione ha scatenato la violenza, e il villaggio di Montejo non è che uno delle centinaia di villaggi distrutti, soprattutto al principio degli anni '80, come dimostrano anche i numerosi ritrovamenti di fosse comuni di questi ultimi mesi. Il conflitto interno in Guatemala dura da trent'anni, e la repressione è stata feroce ed indiscriminata: dal '54 sono morti oltre 100.000 guatemaltechi mentre 70.000 sono desaparecidos. Nonostante questa repressione, la popolazione resiste e la guerriglia è riuscita ad ottenere il negoziato di importanti accordi preliminari alla firma della pace con il governo. Mentre si accendono nuove speranze per la popolazione maya, la cui identità ed i cui diritti vengono finalmente sanciti (sulla carta), la violenza, adesso più selettiva, continua. La pubblicazione in italiano della testimonianza di uno scrittore rifugiato all'estero nasce dalla volontà di comunicare, anche a chi vive così lontano dal Guatemala, l'angoscia ed il coraggio delle classi sfruttate di questo paese. Una denuncia che nasce in un paese senza prigionieri politici e in cui trionfa, accanto alla violenza isituzionalizzata, l'impunità. E se Montejo ci racconta drammaticamente le forme della violenza, le organizzazioni popolari e la guerriglia, ciascuna a suo modo, ci mostrano, concretamente, le forme della resistenza.

I ventidue gruppi culturali maya, che insieme costituiscono la maggioranza degli abitanti del Guatemala (68%), parlano lingue proprie e spesso conoscono poco o per niente il castigliano. Per questo Montejo, riproducendo la lingua parlata nei dialoghi, ha riportato spesso errori e forme sgrammaticate tipiche dello stentato spagnolo degli indigeni. La traduzione italiana ha inevitabilmente tradito la spontaneità dei dialoghi di Montejo, e si è cercato di rendere quell'approssimazione linguistica con costrutti italiani imperfetti, cesure o parole tronche. La stessa difficoltà di traduzione si è incontrata anche per il turpiloquio da caserma (benché non sia stato in alcun modo censurato), riportato da Montejo per sottolineare più che la violenza verbale dei militari, il loro stato di abbrutimento. La descrizione dettagliata delle situazioni rende forse in alcuni momenti il discorso narrativo poco fluido, ma si è voluto conservare questa caratteristica del racconto perché risponde al desiderio dell'autore di fare della propria testimonianza una denuncia reale e credibile. Per le parole "intraducibili" si rimanda al glossario.

Emanuela Jossa
BIOGRAFIA

ESTRATTO

PRELUDIO

Tzalala' è un villaggio remoto situato nell'occidente del dipartimento di Huehuetenango, Guatemala, Centro America. Qui, come in tutte le comunità indigene, non esistono cinema, giornali, televisioni, luce elettrica né strade rotabili. L'unico modo per accedere a questa comunità è attraverso strette mulattiere, che porcorrono valli e ruscelli e risalgono aspri sentieri di montagna.
Dai tetti di paglia delle case del villaggio comincia a uscire fumo dalle quattro del mattino, quando le donne si alzano e iniziano a macinare il "nixtamal" per preparare le "tortillas" al marito che di buon'ora si dirige al suo campo, luogo in cui da sempre si è identificato con la terra vergine dei suoi padri.
Qui a Tzalala' c'è povertà come in tutte le comunità indigene del paese: il piccolo pezzo di terra coltivato a mais che i contadini riescono a sottrarre alle pietraie delle montagne, non basta a sfamare la loro famiglia per tutto l'anno; e così, devono disegnare sulla stuoia su cui dormono i loro piani programmando una rapida emigrazione verso la zona costiera del paese per offrire la propria mano d'opera nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè e cotone.
Da quando sono venuto a lavorare come maestro in questo villaggio, mi sembra che il tempo sia trascorso con più rapidità, perché i bambini che ho avuto in classe cinque anni fa sono adesso giovani che desiderano sposarsi e si danno appuntamento alle sorgenti, dove le ragazze dai bei vestiti tipici vanno a prendere l'acqua nelle loro anfore d'argilla. Alcuni iniziano la scuola già grandi e pochissimi raggiungono il sesto grado della scuola primaria, perché la grande maggioranza abbandona lo studio dopo tre o quattro anni; non perché non gli piaccia la scuola, ma perché devono seguire i genitori nelle emigrazioni verso le piantagioni o devono aiutarli nella coltivazione del mais che è essenziale per la loro sopravvivenza.
Così si vive e si è vissuto nella comunità. I popoli indigeni sanno vivere in pace ed armonia, ma la loro calma viene turbata quando arriva un periodo elettorale. Per collaborare alla costruzione di una strada rotabile nella comunità, una volta ho creduto necessario entrare in politica per ottenere qualche aiuto, dato che i contadini, che avevano deciso di costruirla con le proprie forze con pale e picconi, ne avevano bisogno.

(brano tratto dal Preludio del volume "Testimonianza. Morte di una comunità indigena in Guatemala").
RECENSIONI

La cultura maya contro la barbarie delle colonizzazioni
Testata:LiberazioneData:7/2/1996Autore:Tommaso Russo
La cultura maya contro la barbarie delle colonizzazioni

Mentre il Papa è in viaggio in Guatemala non può non tornare in mente la discontinuità con cui la stampa si è occupata, negli ultimi anni, del regime militare che in questo paese ha appena tentato un nuovo colpo di stato.
E se anche trapela qualche notizia sulla violenza politica che imperversa, è molto raro il caso in cui si riesce a rompere la barriera della disinformazione attraverso il modo di pensare e le sensazioni di qualcuno che le ha vissute sulla sua pelle. Nel caso dello scrittore guatemalteco Victor Montejo lo sguardo di chi racconta non è più stato attirato casualmente in un vortice di violenze da cui poi è riemerso. Al contrario, la sua visione delle cose si è formata, da sempre, a contatto con la realtà politica di cui parla e in qualche modo porterà sempre su di sé le tracce della sua esperienza.
Montejo è un indio legato alle sue radici maya, che ha dipinto un quadro della violenza dei regimi militari del Guatemala, partendo dalla sua esperienza di maestro in un villaggio, sotto il regime di Rios Montt. Il generale Montt, che prese il potere con un colpo di stato nel 1982, benché sia stato denunciato come l’autore di alcune tra le più agghiaccianti stragi collettive di indios e di civili della storia del Guatemala è, oggi, presidente del parlamento. Si trova quindi, tra le personalità che il Papa incontra nel suo viaggio. In "Testimonianza, morte di una comunità indigena in Guatemala" (Multimedia Edizioni), Montejo dà un volto all’ultimo anello di quella catena che lag, nella storia, le stirpi di sfruttatori degli indios. Gli stermini della colonizzazione spagnola sono i progenitori delle dittature militari protette dall’Occidente, e il tramite, in questa genealogia, è la politica degli Usa: cominciando da quella United Fruit Company, denunciata da Pablo Neruda nel canto Generale, che rovesciò per i suoi interessi il governo guatemalteco, negli anni cinquanta.
Ma, nel racconto di Montejo, questa violenza ha il volto della disgregazione psicologica della vita quotidiana dei villaggi indios. Mentre lo sguardo dell’autore resta insormontabilmente lontano, per la sua diversità culturale, dalle violenze che pure racconta con precisione, intravediamo in che modo i soprusi di un regime militare possono corrompere una civiltà. Il viaggio del protagonista del libro è il viaggio reale dell’autore stesso, imprigionato senza motivo apparente e passato, miracolosamente illeso, attraverso uno dei centri di tortura dei militari di Montt, per poi riuscire a fuggire, profugo, dal suo paese. La narrazione acquista presto il valore di una testimonianza sulle vera e propria spaccatura dell’anima india, costretta a vedere la propria comunità divisa in persecutori r perseguitati, e spinta allo sminuimento del valore della vita per dominare il terrore di perderla. Nel suo viaggio all’”inferno”, Montejo riesce a restare incontaminato solo perché intuisce tutta la dimensione psicologica della violenza dei militari. Il volo dell’uccello maya, lo copilote, che per il prigioniero è il primo segno di salvezza ci rimanda ai valori tradizionali della cultura di quella civiltà, da sempre incarnati dagli animali mitologici, custodi della vita. E questo legame di Montejo, con la tradizione, è l’oggetto di una raccolta di fiabe, "L’uccello che pulisce il mondo e altre favole maya" (edito sempre da Multimedia Edizioni) ricostruite tornando al suo villaggio, anni dopo il suo esilio, e illustrate con le splendide figure tradizionali maya. Gli animali umanizzati, e il coniglio – tramite per le sue doti di furbizia tra l’uomo e il mondo della natura – servono all’autore per rintracciare quanto è rimasto di quell’equilibrio con la natura che caratterizza i libri sacri dei maya, come il "Popol Vuh". Di questi antichi testi e della saggezza dei contadini del Guatemala, queste fiabe conservano ancora la semplice pacatezza e il senso di abbandono dell’uomo alle forze della natura.

Tommaso Russo