L'uccello che pulisce il mondo -

Testo a fronte: Si
ISBN: 88 – 86203 – 10 – 1
Collana: Altre Americhe
Pagine: 120
Anno: 1996
Curatore:
Traduttore: Raffaella Marzano

Prezzo: 12.50 €
PREFAZIONE

Semplicità e saggezza sono due delle più straordinarie caratteristiche di questa raccolta del popolo Maya Jakaltek raccontate con poetica chiarezza dall’autore Victor Montejo, un maya che ha imparato queste storie dagli anziani del suo villaggio in Guatemala. L’uccello che pulisce il mondo è senza dubbio la migliore e più autentica raccolta di racconti popolari che io abbia mai incontrato nella tradizione nativa centroamericana.Alcune storie sono divertenti, altre di tono serio, ma tutte sono estremamente leggibili ed invitano alla lettura collettiva più che a quella individuale.Nessuna biblioteca con interesse per il folclore, i racconti nativi americani, o la cultura centroamericana, potrà fare a meno di questo volume veramente significativo.

Joseph Bruchac
BIOGRAFIA

ESTRATTO

L'UCCELLO CHE PULISCE IL MONDO

I nostri antenati Maya parlavano di un grande diluvio che coprì e distrusse il mondo intero. Dicevano che le acque continuarono a salire fino a ricoprire le più alte montagne e colline, uccidendo qualsiasi cosa vivesse sulla terra. Solo una casa restò in piedi sulle acque. In quella casa entrarono e si nascosero tutte le specie animali.
Le acque coprirono la terra per un lungo tempo. Poi, molto lentamente, cominciarono a defluire, finché le acque turbolente rivelarono la terra nella sua nuova libertà. Quando la casa era ancora circondata dall'acqua, gli animali mandarono fuori Ho ch'ok, l'uccello tromba, a scrutare l'orizzonte. Poiché l'acqua era ancora alta, l'uccello tromba ritornò velocemente indietro, la sua missione era completata. Dopo un po' di tempo mandarono Usmiq, la poiana, a controllare di quanto le acque fossero calate. Il messaggero, descrivendo grandi cerchi nell'aria, lasciò la casa. Poco dopo volò verso una delle colline da poco emerse dall'acqua e atterrò con una grande fame.
Trovò una gran quantità di animali morti e carogne. Dimenticata la sua missione, cominciò a divorare pezzi di carne fino a soddisfare il suo appetito.
Quando tornò per fare il suo rapporto, gli altri animali non volevano farlo entrare a causa del suo puzzo insopportabile. E per essere punito per la sua disobbedienza, Usmiq fu condannato a mangiare solo animali morti e a ripulire il mondo dal fetore e dal marciume.
Da quel momento in poi la poiana è stata definita L'Uccello che pulisce il mondo perché suo compito è raccogliere nel becco tutto ciò che potrebbe contaminare la terra. Usmiq, la poiana, dovette accontentarsi del suo destino e andò via volando sempre in circolo nell'aria o sedendo sui picchi alla ricerca di scarti da mangiare.
RECENSIONI

La cultura maya contro la barbarie delle colonizzazioni
Testata:LiberazioneData:7/2/1996Autore:Tommaso Russo
L’esilio dei greci del Nuovo Mondo
Testata:Il MattinoData:9/9/1996Autore:Guido Piccoli
La cultura maya contro la barbarie delle colonizzazioni

Mentre il Papa è in viaggio in Guatemala non può non tornare in mente la discontinuità con cui la stampa si è occupata, negli ultimi anni, del regime militare che in questo paese ha appena tentato un nuovo colpo di stato.
E se anche trapela qualche notizia sulla violenza politica che imperversa, è molto raro il caso in cui si riesce a rompere la barriera della disinformazione attraverso il modo di pensare e le sensazioni di qualcuno che le ha vissute sulla sua pelle. Nel caso dello scrittore guatemalteco Victor Montejo lo sguardo di chi racconta non è più stato attirato casualmente in un vortice di violenze da cui poi è riemerso. Al contrario, la sua visione delle cose si è formata, da sempre, a contatto con la realtà politica di cui parla e in qualche modo porterà sempre su di sé le tracce della sua esperienza.
Montejo è un indio legato alle sue radici maya, che ha dipinto un quadro della violenza dei regimi militari del Guatemala, partendo dalla sua esperienza di maestro in un villaggio, sotto il regime di Rios Montt. Il generale Montt, che prese il potere con un colpo di stato nel 1982, benché sia stato denunciato come l’autore di alcune tra le più agghiaccianti stragi collettive di indios e di civili della storia del Guatemala è, oggi, presidente del parlamento. Si trova quindi, tra le personalità che il Papa incontra nel suo viaggio. In "Testimonianza, morte di una comunità indigena in Guatemala" (Multimedia Edizioni), Montejo dà un volto all’ultimo anello di quella catena che lag, nella storia, le stirpi di sfruttatori degli indios. Gli stermini della colonizzazione spagnola sono i progenitori delle dittature militari protette dall’Occidente, e il tramite, in questa genealogia, è la politica degli Usa: cominciando da quella United Fruit Company, denunciata da Pablo Neruda nel canto Generale, che rovesciò per i suoi interessi il governo guatemalteco, negli anni cinquanta.
Ma, nel racconto di Montejo, questa violenza ha il volto della disgregazione psicologica della vita quotidiana dei villaggi indios. Mentre lo sguardo dell’autore resta insormontabilmente lontano, per la sua diversità culturale, dalle violenze che pure racconta con precisione, intravediamo in che modo i soprusi di un regime militare possono corrompere una civiltà. Il viaggio del protagonista del libro è il viaggio reale dell’autore stesso, imprigionato senza motivo apparente e passato, miracolosamente illeso, attraverso uno dei centri di tortura dei militari di Montt, per poi riuscire a fuggire, profugo, dal suo paese. La narrazione acquista presto il valore di una testimonianza sulle vera e propria spaccatura dell’anima india, costretta a vedere la propria comunità divisa in persecutori r perseguitati, e spinta allo sminuimento del valore della vita per dominare il terrore di perderla. Nel suo viaggio all’”inferno”, Montejo riesce a restare incontaminato solo perché intuisce tutta la dimensione psicologica della violenza dei militari. Il volo dell’uccello maya, lo copilote, che per il prigioniero è il primo segno di salvezza ci rimanda ai valori tradizionali della cultura di quella civiltà, da sempre incarnati dagli animali mitologici, custodi della vita. E questo legame di Montejo, con la tradizione, è l’oggetto di una raccolta di fiabe, "L’uccello che pulisce il mondo e altre favole maya" (edito sempre da Multimedia Edizioni) ricostruite tornando al suo villaggio, anni dopo il suo esilio, e illustrate con le splendide figure tradizionali maya. Gli animali umanizzati, e il coniglio – tramite per le sue doti di furbizia tra l’uomo e il mondo della natura – servono all’autore per rintracciare quanto è rimasto di quell’equilibrio con la natura che caratterizza i libri sacri dei maya, come il "Popol Vuh". Di questi antichi testi e della saggezza dei contadini del Guatemala, queste fiabe conservano ancora la semplice pacatezza e il senso di abbandono dell’uomo alle forze della natura.

Tommaso Russo


L’esilio dei greci del Nuovo Mondo

Il sorriso contagioso sembra stampato sulla sua faccia scura di indio. Eppure Victor Montejo sa di avere una responsabilità pesante come una montagna. Insieme a pochissimi altri scrittori e sognatori, tenta di far sopravvivere la cultura dei mitici Maya, il suo popolo. Coloro che furono definiti e «i greci del Nuovo Mondo», per la raffinatezza della loro arte e dei loro monumenti e per le straordinarie scoperte matematiche ed astronomiche, stano malinconicamente perdendo identità e memoria. I Maya sono ancora tanti, sei milioni di uomini e donne dispersi tra il Messico, il Guatemala ed il Belize, ma poco o niente possono fare contro le politiche di «integrazione forzata» dei governi centroamericani, attuate negli ultimi decenni insieme alle più brutali strategie di sterminio fisico. Quando i criminali reparti antiguerriglia guatemaltechi, chiamati «kaibiles», irrompevano nei villaggi degli altipiani occidentali, dove viveva Montejo, ammazzavano scrupolosamente maestri ed anziani e distruggevano i telai, coi quali le donne tessevano gli antichi disegni simbolici. Evidentemente qualcuno, più in alto di loro, aveva ordinato di estirpare come erbacce le loro secolari radici. Attenuata, negli ultimi anni, la furia omicida dei militari, a far terra bruciata della cultura india è arrivata «la modernità», prima di tutto la televisione. «Quand’ero bambino ero sempre attaccato alle vesti di mia madre per sentire e risentire le favole ed i racconti che si tramandano da secoli. Adesso i bambini si annoiano, preferiscono vedere i cartoni animati alla TV» dice il quarantenne di origine maja-yakaltek. È per questo che Victor Montejo, che insegna antropologia nell’università del Montana, negli Stati Uniti (dove si è rifugiato dal 1982, per sfuggire ad una «pulizia etnica» che non ha commosso nessun governo occidentale) ha trascritto una raccolta di favole, dotando il suo popolo di una piccola arma di difesa contro l’estinzione culturale. Un libro quindi, ma soprattutto uno strumento originale per un popolo che ha tramandato nei secoli quasi esclusivamente la tradizione orale.
L’uccello che pulisce il mondo e altre favole maya, pubblicato in Italia dalla casa editrice salernitana Multimedia, raccoglie una trentina di racconti popolari, insieme semplici e saggi, divertenti e seri. Gli animali che abitano le favole maya non sono le infantili parodie umane di Disney, ma i veri protagonisti della realtà maya, dove si confondono eventi naturali e sovrannaturali e convivono e si rispettano uomini e bestie. Ad esempio, gli indigeni che non hanno né fogne, né discariche, hanno sempre apprezzato la poiana, l’utile «uccello che pulisce il mondo», mentre i soldati che pattugliano le loro terre la usano per esercitarsi al tiro a segno, giudicandola solo un uccellaccio del malaugurio.
Dei Maya non è rimasto nient’altro che un mito, il sacro libro del «Popol Vuh» ed alcune testimonianze dei cronisti della Conquista spagnola. Il libro di Victor Montejo può servire ai popoli maya a non dimenticare e a noi ad aiutarci a non affogare nello stagno di una spaventosa uniformità culturale.

Guido Piccoli