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Il ragazzo e il cervo - Tomaž Šalamun

Testo a fronte: No
ISBN: 88 – 86203 – 36 – 5
Collana: Poesia come pane
Pagine: 80
Anno: 2002
Curatore:
Traduttore: Darja Betocchi

Prezzo: 10.00 €
PREFAZIONE

Giocose e incombenti, meditative e declamatorie, queste poesie affermano lo status di Salamun come uno dei più importanti poeti dell’Europa centrale.

– The New Yorker


Una poesia che picchia, che palpita, malinconica, voluttuosa. Che fa “gelare il sangue dei fiori e sconvolgere l’armonia”

– Nicole Zand, “Le Monde des livres”


“Tomas Salamun è un mostro?” Sicuramente è una persona fuori dagli standard della corporazione, generosa, galante, capace di witz e di slanci mistici del tutto privi di affettazione, che cammina e si muove elegantemente come i veneziani del tempo di Lord Byron. Le sue capacità linguistiche sono tremendamente acuite dalla curiosità e da una pietà sensuale per le immagini.

– Edoardo Albinati, Nuovi Argomenti


BIOGRAFIA

Tomaž Šalamun (Zagabria, 4 luglio 1941) è uno dei più importanti poeti sloveni contemporanei, e uno dei maggiori esponenti della poesia modernista europea della seconda metà del Novecento.
È nato a Zagabria, capitale della Croazia, da genitori sloveni che erano emigrati negli anni trenta dalla Venezia Giulia italiana per sfuggire alla persecuzione fascista. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la famiglia di Šalamun si trasferì in Slovenia, dapprima a Lubiana e in seguito a Capodistria, dove Tomaž trascorse la maggior parte dell'infanzia. Frequentò i licei di Capodistria, Lubiana e Mostar, per iscriversi, nel 1960, alla Facoltà di Lettere dell'Università di Lubiana. Si dedicò allo studio della storia dell'arte, ma un incontro con il poeta Dane Zajc lo spinse nella via della creazione poetica.
Negli anni sessanta partecipò a vari movimenti studenteschi; nel 1964 fu imprigionato a causa di un articolo nella rivista Perspektive, in cui criticava la politica culturale del regime comunista jugoslavo. Fu rilasciato dopo una settimana graze alla protesta di alcuni importanti intellettuali sloveni dell'epoca, vicini al regime. Nello stesso tempo conobbe il poeta e dissidente politico Edvard Kocbek che lo influenzò nella ricerca di un'espressione poetica autonoma.
Nel 1966, pubblicò il suo primo volume di poesie, intitolato Poker, nel quale ruppe con la tradizione poetica slovena (il primo poema del volume inizia con il verso che sarebbe diventato famoso: "Utrudil sem se podobe svojega plemena in se izselil" - "Mi sono stancato dell'immagine della mia tribù e sono andato in esilio.") Il volume riscosse un immediato successo tra le giovani generazioni non solo in Slovenia, ma anche in altre parti dell'allora Federazione Jugoslava. Dall'altra parte, Šalamun fu duramente criticato ed accusato di "nichilismo", "decadentismo" e "individualismo distruttivo".
All'inizio degli anni settanta, cominciò a collaborare con il gruppo artistico avanguardista sloveno OHO (al quale faceva parte anche il noto filosofo Slavoj Žižek). In questo contesto, visitò gli Stati Uniti su invito del Museum of Modern Art di New York. L'esperienza americana produsse un forte impatto in Šalamun, come anche i due anni di vita in Messico (tra il 1979 e il 1981), dove conobbe la letteratura latinoamericana contemporanea.
Dalla fine degli anni settanta, partecipò più volte al prestigioso Iowa Writers' Workshop.
Tra il 1996 e il 1997 fu attaché culturale presso il consolato della Repubblica Slovena a Nuova York. In seguito si stabilì a Lubiana, dove vive con la moglie Metka Krašovec.
ESTRATTO

IO


Io, per cui Lubiana conosce due ere, l’antidiluviana
e quella dopo Šalamun, sono allegro, arabeggiante, perciò subito vi chiedo
di perdonarmi il primo verso.
Saranno di scena la patria, le donne, pane d’ogni genere e lingua,
french dreams, premi nazionali e agavi.
Might even Zoran Kržišnik come on the scene,
la nonna, i cappelli della nonna
e la mia seria convinzione che il signor Bucik è un pittore senz’altro migliore
di Jakopiè, poiché ha ritratto mia mamma.
Ciò che la signora Hribar ha detto del mio ex superiore, riguardo al modo in cui
statalizzò l’industria:
he was polite, absolutely charming, con occhi rifulgenti
di scopate e comunismo allo stesso tempo e Izidor Cankar gli
voleva tanto bene.
I’ve no complaints.
E certi mirabolanti dettagli della mia vita
underground, che vi faranno rimanere a bocca aperta, wow!
perché a trent’anni ormai ho imparato
ad amare tutto e tutti. Groppi in gola non ne ho.
Ho una racchetta, aria per respirare, una goffaggine che mi
salva l’anima e uno stile brillante e Maruška e Anna e gli amici
con cui vado a letto, il mio corpo e la poetry.
E anche tremendi dolori, che prendo a calci come
faccio col bidone del latte.
Kardelj, al quale perdono ogni cosa per quella speranza di
una megaLubiana da un milione e mezzo d’abitanti,
tutti irresistibilmente attratti dal socialismo.
Giudichiamo l’uomo dai suoi sogni.
Rospi, miele, luna, salici, Spalato, il Baltico, détériorer
né sia mai detto che tralascerò il nostro viaggio da Cracovia
a Danzica.
Il capotribù ti assolda uno spintonatore, corrompe l’addetto alla composizione
dei vagoni ed ecco che la famiglia pernotta tranquilla in prima classe,
si sveglia col sole a settentrione,

con la sabbia, le anseatiche, nibbi e aquile
e poi prosegue ad arco fino alle Alpi.
Dove nuotavamo, chatting with efendis, Yiddishe mamas,
dove cantavamo?
Da menzionare, assolutamente, il giardino della signora Nardelli e la sua Buick
scassata,
come mi ha ferito il colloquio con Hewitt, il chairman
di John Deer, che fece colazione con Tito offrendogli trattori
a prezzi da usuraio.
Lui a insistere con la sua stima incondizionata di Jagoda Buiæ, e che
nel 1880, quando prende avvio la sua storia, fino ai trent’anni
si girava rapati, poi invece coperti di pelo.
E,
il mio carissimo amico di cui non posso pronunciare
il nome, il Dzoran, viene da lui?1
Sure, but non for fuck lady, not for fuck
ma cosa diavolo combina questo san bernardo bianco, piscia?
Pino Pascali, belva infuocata, navi
Second Avenue, mito, Third Avenue, light,
dove sei mio dashiki?
E includere mi raccomando San Domenico di Taormina, e come
mi insozzai parlando di lui con Roy
McGregor Hasti, un fascista,
come io e Tomaž Brejc lanciammo qualche bomba a Roma
e poi via a rotta di collo ché c’era la pula,
come riuscimmo a gridarci in extremis: se ci beccano, invocare
l’ambasciata, se invece fila tutto liscio alle nove di sera da
Ivo, a Trastevere.
E lui disse tu sei un disgraziato d’italiano ed erano
le cinque e mezza di mattina alla Stazione Termini,
quando arrivò carico di libri, da cui
copiavo Jonas per la santa causa della rivoluzione
e minacciavo di ucciderlo.
Da allora volo in aeroplano e guardo la terra.
Da allora ho il Social Security Number e sono
un rinnegato.
Il più grande poeta slavo. Right.

RECENSIONI

Tomaz Salamun, un poeta fatto di «vita»
Testata:Il Piccolo di TriesteData:21/2/2003Autore:Mary B. Tolusso
Tomaz Salamun, un poeta fatto di «vita»

La vita, fatta di poesia, ci può saltare addosso in ogni secondo. Borges ci insegnava che i libri, appunto, sono solo occasioni di poesia. Qualcuno scrisse, da qualche pare, che le biblioteche sono una specie di grotta magica piena di uomini morti. Ma quei cadaveri, possono essere riportati in vita quando si sfogliano le loro pagine. Tomaz Salamun titola una sua poesia «Leggere: amare» e dà ragione a Borges. Ma non è solo questo.

Nel caso del poeta nato a Zagabria, la possibilità è doppia: Salamun non è solo il buon lettore che attraverso questa pratica fa risorgere le parole, ma uno dei più riconosciuti scrittori in Europa. Ecco allora un poeta a cui la vita, fatta di poesia, balza addosso in ogni momento.
Non tutti i poeti sono fatti di «vita», ma Salamun lo è. Così leggendo «Il ragazzo e il cervo», fresco di stampa per la Multimedia Edizioni (pagg. 78, euro 10), con la bella traduzione di Daria Betocchi. Nato a Zagabria nel 1941, ha svolto nella vita diversi mestieri, tra i quali quello di assistente all’Accademia di Belle Arti a Lubiana, addetto culturale, ma anche quello di semplice venditore. Oggi insegna scrittura creativa all’Università del Massachusetts e vive tra New York e Lubiana. Il suo primo libro, «Poker», edito nel 1966, ha letteralmente innovato il tratto e il pensiero poetico sloveno.

Tradotto in molte lingue, Salamun regala questa seconda traduzione antologica dopo «Acquedotto» (Interlinea). «Saranno di scena la patria, le donne, pane d’ogni genere e lingua...», ci inizia Salamun in uno dei primi testi, una sorta di Orlando furioso del XXI secolo. Si tratta di incontri, apparizioni, consonanze, lacerti di memoria che disegnano una porzione rilevante di quella costellazione di imprese che è la vita. Il suo rapporto col mondo non è mai segnato da una linea di separazione, ma si registra nelle singolari pennellate espressioniste mediate da scorci di vita che rompono il ciclo delle visioni. E i livelli narrativi si sdoppiano, incalzano, travolgono la stessa esistenza. Ce la fa vedere bene, Salamun, quest’esistenza di trame fitte, nella storia, nell’amore, analizzate, decomposte, ricucite talvolta da un’identità precisa, quella slovena. Ma sempre con una porta aperta, pronta a rifuggire ogni rigida staticità: «A me manca – ci dirà – ciò che ho buttato via/Il peso dell’impronta». O più in là, con una prosa in versi, la capacità di «tradurre» gli aneliti metafisici, con una straordinaria coerenza, quella di un autore così legato alla terra, capace, appunto, di trasmetterci l’inaccessibilità delle «Cose» alla maniera dei poeti. Perché se Borges diceva che ogni volta che leggeva testi di estetica aveva la sgradevole impressione di leggere opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle, Salamun lancia il suo contrappunto in versi: «I filosofi nn sanno stare al nostro passo./ Ci ritengono un po’ folli e sempliciotti/ perché usiamo il linguaggio dei bambini./ Ehi, voi, babbei, noiosi pedestri!/ Non sarebbe più meraviglioso il mondo,/ se anche voi,/ vi concedeste più fisicità?». Pensar di pancia non fa troppo bene, risponderebbero quelli.
Ma riuscire a vedere le stelle...

Mary Barbara Tolusso