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04/04/2011
La parola "wild"...
Fedora Giordano L'Indice

SNYDER, GARY, Nel mondo selvaggio EHRLICH, GRETEL, L'incanto degli spazi aperti ADNAN, ETEL, Viaggio al Monte Tamalpais "La parola 'wild' (selvaggio, selvatico) è come una volpe grigia che si inoltra trottando nella foresta, nascondendosi tra i cespugli, apparendo e sparendo. Da vicino, alla prima occhiata, si presenta come 'wild'. Appena dentro il bosco riappare come 'wyld'; e recede, via l'antico nordico 'villr' e il germanico 'wilthijaz', verso un lontano protogermanico 'ghweltijos', che significa ancora 'selvatico' e forse 'boschivo, coperto da foresta ('wald')' ". Così Gary Snyder - il poeta buddista amico di Kerouac (è lui il Japhy Ryder dell'ascesa rituale al monte Tamalpais ne "I vagabondi del Dharma") e di Ginsberg - indaga nelle radici di 'wilderness', una delle parole più elusive per il traduttore di testi nordamericani. Natura selvaggia, incontaminata, o anche landa inospitale, desolazione di distese artiche o desertiche, traduciamo noi, invidiando all'inglese la potenza evocatrice di una singola parola. Nei saggi di "Nel mondo selvaggio" Snyder ci spiega che la 'wilderness' è anche "totalità, interezza", la "Via della Grande Natura", il Dao cinese che unisce i concetti di vuoto e di reale. Discorre delle sue esperienze di taglialegna nelle foreste dell'Oregon, dei nomi amerindi di ogni singola valle o cima, del suo apprendistato in un monastero di Kyoto, di un mito degli indiani Tlingit, della 'wilderness' che ognuno di noi sperimenta dentro di sé, che è l'inconscio, e ci invita a riflettere su questa parola chiave per comprendere la cultura americana. Essa evoca il cieco errare della spedizione di Cabeza de Vaca dal Messico al Rio Grande agli inizi del Cinquecento, l'orrore dei Pellegrini puritani sbarcati sulle coste del Massachusetts, la Frontiera di James F. Cooper abitata da nobili guerrieri indiani che il progresso condanna all'estinzione la Natura come metafora dello spirito, come luogo di rigenerazione e origine del linguaggio e dei simboli per i trascendentalisti. Alla loro saggistica, permeata di "Naturphilosophie" e di pensiero orientale - spiega Zolla nell'introduzione a "Nel mondo selvaggio"- risale il moderno saggio americano sulla Natura. Da Emerson e Thoreau si trascorre nel secondo Ottocento a John Muir, esploratore instancabile di ghiacciai, montagne e foreste. Nel 1864 esce il primo saggio sull'impatto distruttivo che l'uomo ha sull'ambiente, "L'uomo e la natura" (a cura di Fabienne O. Vallino, Angeli, Milano 1988) di John Perkins Marsh. All'inizio del Novecento troviamo i saggi poetici di Mary Austin sulla California dei deserti e degli indiani (ci auguriamo di veder presto tradotto "The Land of Little Rain*). Dopo Rachel Carson, dagli anni sessanta i nomi dei saggisti che esplorano la 'wilderness' americana nel nome di Thoreau si moltiplicano: da Edward Abbey a Annie Dillard, da Peter Matthiessen a Gretel Ehrlich, che ne "L'incanto degli spazi aperti" descrive la sua vita nel Wyoming. Ehrlich vi giunse nel 1976 col suo compagno per girare un film sulla vita degli allevatori di pecore. Quando egli morì, si trovò inspiegabilmente legata a questa terra, si trasformò in allevatrice e cominciò a scrivere le sue riflessioni sulla gente, sulle trasformazioni che le stagioni operano sul paesaggio, componendo gradualmente "L'incanto degli spazi aperti". Dei brevi saggi va citato almeno quello "Sull'acqua". I cicli stagionali fanno alternare siccità e alluvioni. La pioggia, che giunge torrenziale a maggio mentre gli agricoltori lottano per contenere il suo impeto in canali e dighe, trasforma i ruscelli in torrenti impetuosi. Il rapporto dell'uomo con la potenza delle acque ricorda ad Ehrlich la storia degli acquedotti romani, il simbolismo dell'inconscio, i miti degli indiani Navajo per cui la pioggia è lo sperma del sole o quelli dei Crow, per cui l'acqua è l'essenza del corpo, sino a evocare Thoreau: la vita di un uomo dovrebbe essere fresca come un fiume, sempre nello stesso letto, ma acqua rinnovata a ogni istante. In questa tradizione si innesta ora "Viaggio al Monte Tamalpais" di Etel Adnan, poetessa arabo-americana giunta negli anni cinquanta nella San Francisco di Ginsberg, Kerouac e Snyder. In questo breve saggio accompagnato da suoi dipinti, Adnan compie la sua rituale ascesa al monte, offrendoci un paesaggio esterno e uno interiore, e le modalità estetiche e spirituali attraverso le quali si avvicina alla Natura. Immagini della montagna, dipinte secondo la tecnica 'sumiye', con cui i maestri del buddismo zen aspirano a far muovere sulla carta di riso lo spirito dell'oggetto dipinto, si accostano alle parole con cui incontri, esperienze artistiche, miti e sogni si intrecciano in rapido fluire. Infine il monte si rivelerà come sintesi di divenire e permanenza, percezione della 'wilderness' e della sua spiritualità, come dovettero percepirla i suoi antichi abitanti indiani ma anche i mistici dell'Islam. Il monte verde di boschi si trasforma, in un sogno, in monte di spesso vetro verde al cui centro è una caverna in cui Adnan vede imprigionati degli indiani. Viene così evocato il monte di smeraldo, Kaf, che colora la volta celeste, circonda la terra ma è irraggiungibile sia per mare sia per terra, simbolo della verità assoluta. La Natura diviene quindi per Adnan epifania del sé più profondo, spazio per un'americanità squisitamente sincretista Fedora Giordano