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04/04/2011

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La cultura maya contro la barbarie delle colonizzazioni
07/02/1996 Tommaso Russo Liberazione

Mentre il Papa è in viaggio in Guatemala non può non tornare in mente la discontinuità con cui la stampa si è occupata, negli ultimi anni, del regime militare che in questo paese ha appena tentato un nuovo colpo di stato. E se anche trapela qualche notizia sulla violenza politica che imperversa, è molto raro il caso in cui si riesce a rompere la barriera della disinformazione attraverso il modo di pensare e le sensazioni di qualcuno che le ha vissute sulla sua pelle. Nel caso dello scrittore guatemalteco Victor Montejo lo sguardo di chi racconta non è più stato attirato casualmente in un vortice di violenze da cui poi è riemerso. Al contrario, la sua visione delle cose si è formata, da sempre, a contatto con la realtà politica di cui parla e in qualche modo porterà sempre su di sé le tracce della sua esperienza. Montejo è un indio legato alle sue radici maya, che ha dipinto un quadro della violenza dei regimi militari del Guatemala, partendo dalla sua esperienza di maestro in un villaggio, sotto il regime di Rios Montt. Il generale Montt, che prese il potere con un colpo di stato nel 1982, benché sia stato denunciato come l’autore di alcune tra le più agghiaccianti stragi collettive di indios e di civili della storia del Guatemala è, oggi, presidente del parlamento. Si trova quindi, tra le personalità che il Papa incontra nel suo viaggio. In "Testimonianza, morte di una comunità indigena in Guatemala" (Multimedia Edizioni), Montejo dà un volto all’ultimo anello di quella catena che lag, nella storia, le stirpi di sfruttatori degli indios. Gli stermini della colonizzazione spagnola sono i progenitori delle dittature militari protette dall’Occidente, e il tramite, in questa genealogia, è la politica degli Usa: cominciando da quella United Fruit Company, denunciata da Pablo Neruda nel canto Generale, che rovesciò per i suoi interessi il governo guatemalteco, negli anni cinquanta. Ma, nel racconto di Montejo, questa violenza ha il volto della disgregazione psicologica della vita quotidiana dei villaggi indios. Mentre lo sguardo dell’autore resta insormontabilmente lontano, per la sua diversità culturale, dalle violenze che pure racconta con precisione, intravediamo in che modo i soprusi di un regime militare possono corrompere una civiltà. Il viaggio del protagonista del libro è il viaggio reale dell’autore stesso, imprigionato senza motivo apparente e passato, miracolosamente illeso, attraverso uno dei centri di tortura dei militari di Montt, per poi riuscire a fuggire, profugo, dal suo paese. La narrazione acquista presto il valore di una testimonianza sulle vera e propria spaccatura dell’anima india, costretta a vedere la propria comunità divisa in persecutori r perseguitati, e spinta allo sminuimento del valore della vita per dominare il terrore di perderla. Nel suo viaggio all’”inferno”, Montejo riesce a restare incontaminato solo perché intuisce tutta la dimensione psicologica della violenza dei militari. Il volo dell’uccello maya, lo copilote, che per il prigioniero è il primo segno di salvezza ci rimanda ai valori tradizionali della cultura di quella civiltà, da sempre incarnati dagli animali mitologici, custodi della vita. E questo legame di Montejo, con la tradizione, è l’oggetto di una raccolta di fiabe, "L’uccello che pulisce il mondo e altre favole maya" (edito sempre da Multimedia Edizioni) ricostruite tornando al suo villaggio, anni dopo il suo esilio, e illustrate con le splendide figure tradizionali maya. Gli animali umanizzati, e il coniglio – tramite per le sue doti di furbizia tra l’uomo e il mondo della natura – servono all’autore per rintracciare quanto è rimasto di quell’equilibrio con la natura che caratterizza i libri sacri dei maya, come il "Popol Vuh". Di questi antichi testi e della saggezza dei contadini del Guatemala, queste fiabe conservano ancora la semplice pacatezza e il senso di abbandono dell’uomo alle forze della natura.

Tommaso Russo