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04/04/2011

testimonianza Introduzione

Testimonianza "La testimonianza di Montejo disegna una situazione drammatica, fatta di violenza indiscriminata, di paura, di miseria. Montejo descrive con cura, con la precisione di chi ha visto, di chi è stato testimone la distruzione del villaggio in cui faceva il maestro, la paura dei patrulleros, le torture nei distaccamenti militari, le esecuzioni di massa, il cinismo degli ufficiali ma anche qualche raro caso di umanità in alcuni soldati." (Emanuela Jossa)
testimonianza
Testimonianza 1996 88 – 86203 – 22 – 5 128 Altre Americhe Emanuela Jossa Emanuela Jossa
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La testimonianza di Montejo disegna una situazione drammatica, fatta di violenza indiscriminata, di paura, di miseria. Il suo racconto non ha bisogno di commenti, gli eventi parlano da soli, e l'autore sapientemente lascia che sia così. Montejo non indulge mai nello sfogo personale o in lunghe requisitorie contro il governo ed i militari: descrive con cura, con la precisione di chi ha visto, di chi è stato testimone la distruzione del villaggio in cui faceva il maestro, la paura dei patrulleros, le torture nei distaccamenti militari, le esecuzioni di massa, il cinismo degli ufficiali ma anche qualche raro caso di umanità in alcuni soldati. L'autore si concentra esclusivamente sulla descrizione degli eventi, tralasciando quasi del tutto i riferimenti personali inessenziali, perché sa che la storia sua e del suo villaggio è simile alla storia di tanti altri indigeni e di tanti altri villaggi. L'intento, forse anche il bisogno di Montejo è di comunicare la sua esperienza a tutti coloro che fuori dal suo paese, ma anche all'interno del Guatemala, ignorano la terribile repressione che ancora oggi è scatenata contro gli indigeni, nelle aree rurali del paese. Raccontando le cose semplicemente, così come sono avvenute, Montejo mostra la tragedia della popolazione indigena del Guatemala. Nel caso particolare del suo villaggio, tutto comincia con uno scontro tra l'esercito e le PAC. Le pattuglie di autodifesa civile (Patrullas de Autodefensa Civil,PAC) sono state create con un duplice scopo: sottrarre uomini alla guerriglia o alle organizzazioni popolari e controllare la popolazione. Gli uomini, dai tredici anni ai settanta, sono costretti ad arruolarsi e a fare turni di sorveglianza intorno ed all'entrata dei villaggi. Armati il più delle volte solo di bastoni e pietre o con vecchissimi fucili, sono mandati all'avanguardia nelle azioni contro la guerriglia, sono obbligati a compiere esecuzioni di massa, a colpire manifestanti, a compilare liste di sospetti. Una delle più importanti conseguenze della presenza delle PAC, è quella di dividere la popolazione indigena, sgretolandone il caratteristico tessuto di solidarietà interna. In questo modo, i contadini maya, costretti ad arruolarsi nell'esercito o nelle PAC, diventano carnefici e vittime allo stesso tempo. Da questo punto di vista la testimonianza di Montejo è emblematica.
Sullo sfondo della scena dominata dai militari che mettono a lutto il villaggio di Montejo, si muovono le donne ed i bambini, che spesso non sono altro che suoni: nella piazza del villaggio si sentono il pianto, il brusio delle preghiere sussurrate, le urla dei bambini terrorizzati. Rumori che commentano come da lontano la tragedia della comunità devastata. Una comunità che muore, come suggerisce il titolo del libro.
Montejo, maestro di scuola, è testimone e vittima della violenza dei militari: viene catturato, torturato, sottoposto ad una pressione psicologica insostenibile. Eppure, non si presenta mai come eroe. I suoi pensieri, i suoi atteggiamenti, la sua angoscia, sono quelli di un uomo comune, uno dei tanti che viene accusato di essere guerrigliero e quindi condannato a morte. Forse non è un eroe anche perché lo squallore della violenza militare è tale che sembra non esserci spazio per nient'altro.
La testimonianza non ha bisogno di commenti, si era detto. Piuttosto una domanda potrebbe sorgere spontanea in chi non conosce la realtà di questo paese: da dove nasce tanto odio, che cosa spinge militari e governi ad agire con tanta violenza contro la popolazione? Ci vorrebbero molte pagine per raccontare una lunga storia iniziata con l'irruzione degli spagnoli nel 1524. Per rispondere brevemente e semplicemente, basti dire che la violenza in Guatemala serve a mantenere intatta una struttura sociale fortemente gerarchizzata e razzista, eretta sullo sfruttamento economico delle risorse umane e naturali. La classe dominante, cioè l'élite latifondista, alleata e spesso identificata con l'esercito, tramite governi espressamente militari o democratici in apparenza ha mantenuto attraverso gli anni il suo potere, riducendo in estrema povertà la popolazione indigena e meticcia (ladina), violando i più elementari diritti umani nella totale impunità. Di fronte a quest'élite spregiudicata, che pur costituendo il 2% della popolazione è padrona dell'80% della terra del paese, la popolazione maya ed i ladinos poveri hanno risposto organizzandosi in gruppi che pacificamente cercano di recuperare le terre dei loro padri, oppure sono "andati in montagna", sono diventati guerriglieri. La volontà di resistenza della popolazione ha scatenato la violenza, e il villaggio di Montejo non è che uno delle centinaia di villaggi distrutti, soprattutto al principio degli anni '80, come dimostrano anche i numerosi ritrovamenti di fosse comuni di questi ultimi mesi. Il conflitto interno in Guatemala dura da trent'anni, e la repressione è stata feroce ed indiscriminata: dal '54 sono morti oltre 100.000 guatemaltechi mentre 70.000 sono desaparecidos. Nonostante questa repressione, la popolazione resiste e la guerriglia è riuscita ad ottenere il negoziato di importanti accordi preliminari alla firma della pace con il governo. Mentre si accendono nuove speranze per la popolazione maya, la cui identità ed i cui diritti vengono finalmente sanciti (sulla carta), la violenza, adesso più selettiva, continua. La pubblicazione in italiano della testimonianza di uno scrittore rifugiato all'estero nasce dalla volontà di comunicare, anche a chi vive così lontano dal Guatemala, l'angoscia ed il coraggio delle classi sfruttate di questo paese. Una denuncia che nasce in un paese senza prigionieri politici e in cui trionfa, accanto alla violenza isituzionalizzata, l'impunità. E se Montejo ci racconta drammaticamente le forme della violenza, le organizzazioni popolari e la guerriglia, ciascuna a suo modo, ci mostrano, concretamente, le forme della resistenza.
I ventidue gruppi culturali maya, che insieme costituiscono la maggioranza degli abitanti del Guatemala (68%), parlano lingue proprie e spesso conoscono poco o per niente il castigliano. Per questo Montejo, riproducendo la lingua parlata nei dialoghi, ha riportato spesso errori e forme sgrammaticate tipiche dello stentato spagnolo degli indigeni. La traduzione italiana ha inevitabilmente tradito la spontaneità dei dialoghi di Montejo, e si è cercato di rendere quell'approssimazione linguistica con costrutti italiani imperfetti, cesure o parole tronche. La stessa difficoltà di traduzione si è incontrata anche per il turpiloquio da caserma (benché non sia stato in alcun modo censurato), riportato da Montejo per sottolineare più che la violenza verbale dei militari, il loro stato di abbrutimento. La descrizione dettagliata delle situazioni rende forse in alcuni momenti il discorso narrativo poco fluido, ma si è voluto conservare questa caratteristica del racconto perché risponde al desiderio dell'autore di fare della propria testimonianza una denuncia reale e credibile. Per le parole "intraducibili" si rimanda al glossario.

Emanuela Jossa