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04/04/2011

quadreria-dell-accademia-e-altre-poesie Estratto

Quadreria dell'Accademia e altre poesie Di Alfonso Gatto sembra resistere in Giancarlo Cavallo la tensione morale della poesia come mostrano i poemetti Sarai Sarajevo e Poema a matita per Pier Paolo Pasolini. Plastici nel loro equilibrio formale, queste due opere offrono l'omaggio a due grandi poeti che, pur distanti tra loro, sono sentiti molto prossimi sul piano dell'etica della poesia: Izet Sarajlic e Pier Paolo Pasolini. (?) Ambedue sembrano da adesso vestire i panni dei lari famigliari con i quali Cavallo vuole ora accompagnarsi "perché la Storia non è mai finita" e la poesia può e deve trovare le risposte più appropriate al divenire dell'uomo. (Francesco Napoli)
quadreria-dell-accademia
Quadreria dell'Accademia e altre poesie 2008 88-86203-47-0 120 Poesia come pane Francesco Napoli
12,00 €
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Antonia Del Favo

Rossa regina delle api
in campo azzurro
mani che avesti
semplici e inquiete
nel tuo vestito di nuvole
pazientemente ricucite
si cela un corpetto
di stelle ferite.
Le febbri malariche
che ti resero sterile
e per questo meno donna
agli occhi del mondo
sfibrarono il cielo
ma non i tuoi sogni.
Cosa vedesti cosa
immaginasti
nei tuoi brevi
viaggi interminabili
da alimentare lo scandalo
nelle sopite coscienze
da suscitare l’ipocrita
richiamo all’ordine.
Il tuo corpo rinchiusero
in una cella spartana
per soffocare e reprimere
per umiliare e redimere
come se un’ape regina
stretta nel suo alveare
perdesse le sue ali
smettesse di volare.
Il pensiero trovò
migliaia di grimaldelli
allegorie e metafore
evasero dal carcere
sciamando insieme all’anima.
Le nuvole che passano
oggi dietro il tuo sguardo
lasciano presagire
tutti i futuri possibili
tempeste di libertà
dai tuoi pensieri fertili
qualcosa brucia ancora
tra la realtà e il ritratto
qualcosa ancora brilla
come una stella ferita
inestinguibile arde
il desiderio di vita.

*

Popolo e Re

Fermo centrale
sereno imperturbabile
il potere fu
eterno incorruttibile.
Il colorito roseo lo sguardo
nobile, benevolente, prodigo
le pieghe morbide dell’ampio
manto regale
cinsero il sovrano
paziente previdente
premuroso e paterno.
Mendici saltimbanchi
popolani pezzenti
felici e festanti
sullo sfondo
chiaro e radioso
di un giorno di sole.
Dell’artificio Maestro
enfatizzasti fino al parossismo
sfiorasti il grottesco
fingesti il servilismo
pensasti nel segreto
del tuo cuore infedele
che almeno sia chiaro
che il quadro è quadro
e che la vita è vita
che la gente non creda
all’arte
dell’illusione e dell’apparenza
che il popolo non si specchi
nei falsi ritratti
di munifici sovrani
e liberali benefattori
dame caste e gentili
eroici cavalieri
scienziati alteri,
che almeno non si riconosca
in quei felici e festanti
mendici e saltimbanchi
che non si accontenti
di restare per sempre
sullo sfondo
che irrompa
contraddittoria e vera
la vita quotidiana.
Per questo dipingesti
l’acrobata che salta
più in alto della testa
coronata
per questo dipingesti
una bestia mai
prima d’allora vista
l’utopica congiura degli uguali.

*

Autoritratto (in forma di mano)

Bianca d’onesto silenzio
rimase la tela più a lungo
d’ogni altro dipinto
l’amata invenzione
sembrava per sempre fugata
da un grande sgomento.
Un ego ipertrofico
non può tollerare lo scacco
del fantasma di sé
prigioniero del vetro
quel proprio riflesso inseguito
nel mare inquieto del tempo.
Un appuntamento mancato
tra l’anima e il mondo
un rivolgimento del senso
talmente profondo
da far vacillare la mente
sul bordo d’abissi infiniti.
Nessuno conosce se stesso
per quanto si muova nel mondo
con gran tracotanza
per quanto l’inondi di smanie
di prismi multicolori
del demone dell’apparenza.
Le nebbie della coscienza
generarono dai meandri
più reconditi del sogno
infine la suprema
dogmatica bestemmia
dell’irrappresentabilità dell’io
nella propria interezza
consegnando ai posteri
il ritratto del creatore
in forma di mano.
Quanto umano appare
all’ignaro visitatore
questo atto di modestia
questo negarsi al mondo
lasciando allo strumento
prensile del proprio fare
l’estremo testamento
quanta curiosità
suscita nello studioso
questo colpo di genio
che ha negato al futuro
il privilegio di unire
l’emblema di un volto
al sigillo di un nome.