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04/04/2011

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Politica contro massacri: le poesie di Aharon Shabtai
05/01/2009 Gianluca Paciucci Guerra&Pace

Scrivendo di Shabtai nei giorni dell’ennesimo attacco di Israele contro Gaza, mi è tornato in mente Mahmud Darwish, il grande poeta palestinese morto nell'estate del 2008; e senza accorgermene mi sono ritrovato tra le mani un vecchio 45 giri del ‘Manifesto’ in cui il coro Al Aqsa eseguiva il ‘Canto per la Palestina’, con versi di un autore anonimo e di Darwish. Eccoli: “Sogno dei gigli bianchi / strade di canto / e una casa di luce. // Voglio un cuore buono / e non voglio il fucile. // Voglio un giorno intero di sole / e non un attimo / di una folle vittoria razzista / Voglio un giorno intero di sole / e non strumenti di guerra. // Le mie non sono lacrime di paura / sono lacrime per la mia terra / Sono nato per il sole che sorge / non per quello che tramonta.” Versi di pace, da una terra che pace non ha, da una terra che sembra destinata a una non-soluzione perenne, e che piuttosto sembra programmata per questa non-soluzione criminale, condita da spettacolari annunci di ‘trattative’ e di ‘accordi’, che puntualmente si riveleranno provocazioni e truffe: tra i grugniti di Bush e di Ahmadinejad, e le parole della ‘speranza nera’ Obama che nel suo viaggio in Medio Oriente, da candidato alla Presidenza degli U.S.A., proclamò Gerusalemme capitale di Israele, contro il diritto internazionale e contro il buon senso. Speranza mal riposta, mi sembra, una delle tante illusioni mal coltivate. E il silenzio di questi giorni, con i quattrocento morti palestinesi, e palazzi distrutti, e le infrastrutture, dopo mesi e mesi di blocco economico a strangolare 1 milione e mezzo di persone: il silenzio della ‘speranza nera’, in vista dell’investitura del 20 gennaio, il silenzio dell’ ‘altra’ America. Ricordare Darwish in questo articolo altro non è che darsi un appuntamento per riparlarne presto. Fratello di Darwish nel dissenso e nei versi è l’israeliano Aharon Shabtai, di cui una significativa antologia è stata pubblicata dalla coraggiosa e ormai prestigiosa Multimedia edizioni.(1) Shabtai è stato membro di kibbutz; è stato docente di greco antico e teatro a Gerusalemme e a Tel Aviv; è uno dei più autorevoli poeti israeliani, poesia erotica e politica. Ed è uno dei pochi, ma più numerosi di quanto si creda, oppositori interni del militarismo assassino che è l’ideologia portante dell’espansionismo israeliano. Oppositore da dentro Israele, difficilmente imputabile di ‘antisemitismo’: e questo spariglia, turba, impedisce a tutti di stare dentro le calde sbarre dei propri ideali. In Italia ne abbiamo sentito parlare a proposito della Fiera del Libro di Torino: Shabtai, proposto dal governo israeliano, prese posizione netta per il boicottaggio, non riconoscendosi nelle pratiche del ‘suo’ Stato. Un traditore, per molti, per altri un eroe: a mio avviso solo e semplicemente un ‘uomo in rivolta’, alla Camus, un arrabbiato, uno sprezzatore del potere. Ma veniamo al volume Politica, poesie scelte dal 1997 al 2008, ma disposte dalle più recenti (“Nuove poesie, 2006-2008”) alle più ‘antiche’ (“Politica, 1997-1999”). Nei testi degli ultimi due anni emergono figure di spregevoli generali-politici, Sharon, Barak, Mofaz – quest'ultimo ha conteso a Tipzi Livni la leadership del partito Kadima. Ecco il primo, in una prosa poetica: “...Perché amano Sharon? (...) Perché lui comanda, sposta gente, sposta mezzi, sposta case, sposta un albero, un campo, dei confini. Perché le guerre lui se le porta a mano, come valigie pronte per un viaggio. E tutto in esse è ordinato, i vivi e i morti, come camicie piegate, mutande stirate, calzini puliti, fazzoletti...” (‘Sharon’, p. 19); ecco Barak: “...Lui ci aiuterà a risolvere i problemi dell’impiego: / i disoccupati muoveranno i carri armati, / o, vanga alla mano, / scaveranno fosse, /e la sera ascolteranno / Mozart e Schubert...” (‘Nostalgia’, p. 64); e il terzo: “...La prego, abbia pietà, signor Mofaz, / faccia piovere su di loro dolcetti, / gli lanci contro Spinoza! / ‘No’, risponde lui, / ‘Bombe, bombe, bombe, / e che cos’è Spinoza?’” (‘Che cos’è Spinoza?’, p. 37). Israele è l'avamposto dell’Occidente nel cuore dell’Oriente, e quindi portatore di civiltà: ma sia che la cultura non ne tocchi i dirigenti più ‘illustri’, sia che semplici soldati disoccupati la sera ascoltino musica classica, dalla guerra nessuno sa, né vuole, sottrarsi. Un’oligarchia governa il Paese: “Lo Stato sta diventando proprietà privata di venti famiglie. / (...) Il soldato all’avamposto protegge gli usurai che pignoreranno la sua casa, / quando sarà licenziato dalla fabbrica privatizzata e in ritardo con le rate del mutuo...” (‘La ragione per vivere qui’, p. 83). Capitalismo e nazionalismo sono le due bestie appollaiate sulle spalle del popolo israeliano, e contro di lui combattono una guerra accanita che s’intreccia con quella portata ai palestinesi. Qui si toccano le corde sensibili del progetto sionista, cui Shabtai aderì: un’ideologia progressista con forti venature comunistiche (il movimento dei kibbutz) incluso in un progetto di carattere nazionalistico-religioso (2). Finiti la gioventù e l’entusiasmo dei pionieri (“Il sionismo era una cosa giovane e bella come mia cugina Zila...”, scrive Shabtai – ‘Nuovo amore’, p. 85), il “porco capitalista” e la “iena nazionalista” presentarono il conto, pagato dalle plebi arabe –a loro volte umiliate e mandate al macello dai ‘porci capitalisti’ di casa loro- e dai proletari israeliani. Non conosco altri intellettuali dell’area, ma ormai anche qui da noi, capaci di tenere stretto il nodo tra questione sociale e questione nazionale, di analizzarlo e di pensarlo come il nodo stretto al collo dell’epoca. I toni quasi brechtiani di testi come ‘A un pilota’ (“...Spalma sui tuoi missili / uno strato di cioccolata, / e sforzati di fare centro. / Così che abbiano almeno / un ricordo dolce, / quando i muri crolleranno” – p. 63) o di ‘No, Saffo’ (“...La cosa più bella, dunque, il presupposto per la bellezza, è la lotta di classe...” – p. 81) ci riportano in Occidente, ma nell’Occidente migliore: quello che alzava belle bandiere contro guerre e miseria, quello dalle mani ora mozzate. Percorrendo il libro, si incontrano versi di intensa bellezza, ma sempre prosaici, disincantati, che fanno pensare a quelli di Izet Sarajlić nella Sarajevo internazionale e jugoslava prima, e poi chiusa in assedio dai fascisti serbo-bosniaci: la Ida di Sarajlić (“...Nel mondo / due miliardi di donne, / e nessuna tu!”) diventa la Tanya (2) di Shabtai, soprattutto in quel testo struggente che si intitola ‘Tanya non è in Tanya’: “Tanya / non è più in Tanya // e il ghetto di Varsavia / ha lasciato Varsavia // per un luogo dove / lo riproducono nel presente / contro l’umanità // e Tanya è adesso negli occhi / di chi si rifiuta di uccidere.” Non è forse Sarajevo la ‘Gerusalemme dei Balcani’? E non sono forse questi due poeti, dinanzi alla scomparsa dell’amata, a dirci quali voragini possano aprirsi nella vita degli umani? Voragini delle guerre, voragini del non amore, o dell’amore che non è più, fisicamente, con noi e in noi. Nel testo finale, 'Politica', che dà il titolo all’intera antologia, il corpo della donna viene esplorato ed esaltato: esso diventa baluardo, nell’incrocio dei sessi, contro la furia del mondo e per tornare nel mondo insieme a sfidare ad armi il più possibile pari il ‘porco’ e la ‘iena’ di cui sopra. Politica ed eros contro massacri, di questo canta Shabtai, e invoca la sconfitta del 'suo' esercito -come tutti dovremmo fare, rispetto ai Nostri-, impegnato nella guerra in Libano nel luglio del 2006, nei versi scandalosi di 'Sconfitta': “Io prego / per la sconfitta / in questa guerra // puzzolente // spiega le tue ali / e vieni, sconfitta misericordiosa / vieni, sconfitta...”. Gianluca Paciucci ________________________________ 1. Aharon Shabtai, Politica (Poesie scelte 1997-2008), Baronissi (SA), Multimedia edizioni, 2008, pp.101; traduzione dall’originale ebraico di Davide Mano, introduzione dello stesso; e testi di Egi Volterrani e Alfredo Tradardi. Altri versi di Shabtai in traduzione italiana si trovano in Ariel Rathaus (a cura di), Poeti israeliani, Torino, Einaudi, 2007, pp. XXXIV-386. 2. Anche l’involuzione dell’O.L.P. è in buona parte dovuta al caos di spinte socialiste/laiche immesse nelle strette maglie di un sempre più velenoso nazionalismo venato di radicalismo religioso. 3. Tanya Reinhart, moglie di Shabtai, docente universitaria di linguistica e militante pacifista, è morta nel dicembre del 2006. Scritti di e su Tanya Reinhart e Aharon Shabtai si possono trovare nel sito www.frammenti.it