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04/04/2011

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Il "tempo" senza fine di Etel Adnan
11/08/2010 Francesco Napoli Liberal

“Beirut e Damasco, paesaggi della mia infanzia, rappresentano due poli, due culture, due mondi diversi, e io li amo entrambi.” Così in una recente intervista Etel Adnan (1925), scrittrice e pittrice, nativa della capitale libanese, con padre siriano musulmano e madre greca cristiana: come dire un laboratorio di cultura dal vivo tutto mediterraneo. E sulla dualità sembra costruirsi buona parte del suo percorso artistico: adozione bilingue, francese e inglese, per la scrittura, fatto salvo poi la convinzione di dipingere in arabo; Parigi, dove completa nell’immediato Secondo dopoguerra la formazione universitaria, e California, a Sausalito, dove risente in qualche misura della poetica della Beat Generation, subendo anche lei il fascino della commistione parola-musica di un Allen Ginsberg e riprendendo da quell’area culturale anche un’accentuata predisposizione all’autoironia; due le sue residenze, Parigi e California, per l’appunto, fatto salvo un cordone ombelicale mai spezzato con la nativa Beirut. Vi tornerà infatti negli anni Settanta, giornalista culturale, vivendo nel suo paese un clima del tutto particolare. Beirut, infatti, ai tempi aveva una sua immagine ben affermata nel mondo, anche in occidente. Una realtà, quella libanese di allora, fatta di contraddizioni fortissime, eccitante e dolorosa come l’ha definita la stessa Etel Adnan, paradiso per tanti faccendieri, rifugio per ogni sorta di ideologia politica e, allo stesso tempo, crogiuolo esplosivo di ogni tensione allora pronta ad esplodere. “Ero abituata a un mondo ora remoto e, allo stesso tempo, mi stavo abituando a un mondo nuovo che era anche il mio vecchio mondo, e da qualche parte, nel profondo, ero estranea ad entrambi” e proprio per ritrovare una smarrita dimensione d’appartenenza, seppur al minimo livello, che Etel Adnan ha rimesso ordine nel suo animo ricomponendo una sorta di zibaldone di pensieri che nei suoi tanti anni raminghi è andato liberamente componendosi. Nasce da questa spinta Nel cuore del cuore di un altro paese (Multimedia edizioni, 120 pp., 15 euro), tradotto con scrupolosa attenzione da Raffaella Marzano che firma con Sergio Iagulli anche la curatela del volume. E zibaldone appare certo la definizione formale più adatta a questo quaderno in sette parti dove la poetessa sirio-libanese ha appuntato riflessioni e considerazioni delle più varie con una prosa ritmicamente persuasiva. Le pagine di questo diario poetico rivelano la storia lunga e profonda di Etel Adnan, una storia qui ricapitolata attraverso parole chiave (Tempo, Luogo, Affari, Politica, Fili, Chiesa, La prima persona e altre ancora) spesso ricorrenti che originavano nella scrittrice sviluppi sempre nuovi, come se andando al cuore della questione ogni volta questo cuore pulsava in altro modo. È “Tempo” la parola chiave più ricorrente, sia nell’accezione squisitamente meteorologica che in quella più filosoficamente cronologica. L’insistenza sul tema è notevole, con un che di proustiano, “La memoria fa sì che la consapevolezza (…) crei nella nostra mente la nozione – e dunque la natura – del Tempo”, per quella ricerca quasi assillante di tracce ormai evanide e che pure ritornano a tormentare anche quando questa chiave trasmuta dal piano più squisitamente cronologico a quello meteorologico, anzi arriva a diventare un tutt’uno se “con l’età arriva l’inverno”, stagione poi opposta alla “primavera letale come le rose rosse”. Il pensiero di Etel Adnan sul tema Tempo sembra instradato su un percorso di tipo memoriale, una memoria sempre pronta a ricondurre davanti a sé il passato anche più remoto in una continua distorsione del presente per l’influenza di ciò che è stato: se non è Eliot e il suo passato e presente protesi nel tempo futuro dell’Essere poco ci manca. Si spiega forse anche così il continuo riaffiorare della dimensione meteorologica del tempo, “si torna sempre al mio soggetto preferito: il tempo. Fin dall’infanzia ho ascoltato il tuono perché è la meraviglia stessa”. Alla dimensione Tempo difficile da ingabbiare fa da contraltare quella del Luogo, il secondo tema per ricorrenza nelle pagine di questo libro. E per chi non ha una terra d’appartenenza unica e univoca come Etel Adnan, ogni luogo può essere quello proprio, fatto di persone e avvenimenti, di sensazioni e pensieri che si agganciano alla propria esistenza. Ma poi è con il suo luogo natìo che più e più volte l’autrice fa i conti. E il suo Libano è ancora nel cuore del cuore di un’instabilità profonda che mina la pace di popoli contrapposti. La guerra allora serpeggia nel suo pensiero e nelle sue riflessioni e contro di questa l’autrice alza la sua voce. Soprattutto nell’ultima delle parti di questo zibaldone, “Essere in tempo di guerra”, originato all’indomani dello scoppio del conflitto iracheno del 2003. “La storia stava di nuovo portando insopportabili tensioni” scrive Adnan, e così imbraccia la sua penna per stilare queste ultime considerazioni del libro, dense di attenzione verso “la lunga e stretta strada che porta il mondo al mattatoio” e provando per l’ennesima volta ad “alzare di nuovo il grande canto” della parola poetica.


Francesco Napoli