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04/04/2011

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Il poeta della speranza
21/03/2004 Silvia Zingaropoli MUSIBRASILMUSICA

Colloquio con Carlos Nejar, poeta gaúcho, membro della Abl, candidato al Nobel per la Letteratura. `Musibrasil` lo ha avvicinato a Roma il 21 marzo per la presentazione del suo ultimo libro. Per la tua pubblicità Riconosciuto universalmente come uno dei 37 autori chiave del nostro secolo, candidato al Nobel per la Letteratura, vincitore dei più importanti premi letterari esistenti, Carlos Nejar è attualmente membro dell’Academia brasileira de letras (Accademia brasiliana di lettere). Nei suoi versi convivono placidamente poesia e denuncia, tradizione e innovazione, semplicità e complessità. Immagini forti comunicano sentimenti comuni spesso taciuti. Le parole di Nejar scoccano come dardi infuocati contro il potere e l’ingiustizia a cui, ieri come oggi, l’essere umano viene sottoposto. Senza mai chinare la testa grida il suo sdegno in faccia ai potenti: Preferisco il fuoco, alla vostra compiacenza. Faccio parte di una razza che proviene dal fuoco. Non potrete farmi tacere (1). Con i suoi modi gentili e la voce scandita da lunghe pause, il poeta gaúcho, durante un incontro svoltosi il 21 marzo presso l`Ambasciata del Brasile, ha raccontato del suo passato di procuratore di giustizia, di quanto questa attività abbia influenzato la sua produzione poetica. E ha presentato “Miei cari vivi”, l’ultimo libro pubblicato in Italia. Chi sono quei “Miei cari vivi” cui è dedicato il suo ultimo libro pubblicato in Italia? Carlos Nejar Carlos Nejar «Sono tutti coloro che continuano a sognare ribellandosi a un sistema che non rispetta l`individuo. È un libro che ci parla della condizione umana e della nostra civiltà, che costringe l’uomo a vivere nelle tenebre senza che possa rendersene conto. Ma è anche un’esperienza personale profonda vissuta in un periodo di oscurità. Attraverso il potere della parola le tenebre hanno cominciato ad aprirsi, scoprendo la vera luce: la luce della parola. Attraverso i “Miei cari vivi” spero di poter incontrare il lettore e che il lettore possa incontrare me. Spero anche che la comunicazione non sia solo di un poeta verso il lettore, ma di un popolo verso un altro popolo». La “speranza” è uno dei termini più ricorrenti nelle sue poesie. Abbiamo ancora il diritto di sperare? «Sono il poeta della speranza. Dobbiamo sperare, partendo dal presupposto che è terminato il tempo della prostrazione. Ci troviamo di fronte ad una nuova epoca: quella del cambiamento, della giustizia. La parola è giustizia». Scrivere porta all’eternità? «Sì. Come diceva Guimarães Rosa, io scrivo l’eternità». La sua esperienza passata da procuratore di giustizia ha influenzato il suo modo di scrivere e la sua concezione della giustizia? «Sono stato influenzato molto dal mio precedente lavoro perché ho avuto modo di conoscere l’alienazione della giustizia. Ho scoperto ciò che Paolo afferma in una delle sue Lettere: l’Amore è il complemento della Legge. Ho capito che non esiste giustizia senza misericordia, e che la parola ha il potere di cambiare il senso delle cose, perché è coscienza. Ho capito anche che, noi che osiamo, abbiamo una grande responsabilità nei confronti della parola». Crede che in Brasile la situazione della Giustizia sia migliorata con il governo Lula? La copertina del libro presentato recentemente a Roma La copertina del libro presentato recentemente a Roma «Il governo Lula ha un grande vantaggio: è il governo di un operaio, che viene dal popolo e che guarda il popolo non più dall’alto, ma dal suo fianco. Cosa che accadde anche con un altro grande presidente del Brasile del passato, Itamar Franco. La giustizia oggi sta subendo una riforma, e toccare la giustizia – e il potere – è un grande atto di coraggio». In questo mondo contemporaneo c’è ancora posto per la poesia? «Ho imparato che nulla si perde e tutto si trasforma. E credo in questo, oggi più che mai. Tramite la mia esperienza come membro dell’Academia brasileira de letras e del Consiglio nazionale dell’educazione, sono giunto alla conclusione che non si può concepire un edificio partendo dal tetto. Le nostre costruzioni hanno bisogno di fondamenta solide. Attualmente il sistema dell’educazione in Brasile (primaria e universitaria) sta subendo una riforma. Oggi vedo il mio paese come una delle grandi nazioni che vanno a contraddistinguere il nuovo secolo. In passato Napoleone disse “quando la Cina si risveglierà ci farà paura”: parafrasando questa affermazione dico che il Brasile si è già risvegliato, è un continente in movimento, nessuno potrà dimenticarsi più del Brasile perché è un paese di grande ricchezza culturale, non solo per quanto concerne la musica popolare ma anche per la sua grande letteratura. Una letteratura che merita di essere conosciuta in tutti gli angoli della terra». Che rapporto ha con l’Italia? «Tutti i brasiliani amano molto l’Italia. Io in modo speciale, perché mia madre era di Reggio Emilia, terra di Ariosto. Ho letto su El Paìs che è stata fatta una traduzione più attuale di Ariosto: come dice Italo Calvino, chi legge Ariosto scopre molte cose, non solo del suo tempo, ma anche nel nostro». Scrivere è un modo per esorcizzare la morte? «È un modo per vincere la morte: la parola sconfigge la morte. La parola è inoltre il miglior strumento di convivenza tra gli uomini. Fernando Pessoa diceva che scrivere è il miglior modo di stare con se stessi. Io dico che scrivere è il miglior modo di stare con tutti gli altri». Cosa significa per lei la parola «patria»? Un`altra immagine del poeta Un`altra immagine del poeta «Se si potesse sostituire il termine “patria” (che proviene da pater familia) con una parola più forte, userei “matria”: la mater familia ha un’importanza fondamentale. È stata una lupa ad allattare Romolo e Remo, grande è il potere femminile. Credo che la donna ricopra un ruolo fondamentale in questo nuovo millennio, non dobbiamo dimenticarlo». Il suo stato d’animo cambia quando scrive in prosa e quando, invece, in poesia? «No, ho una teoria lontana da quelle tradizionali: è il linguaggio che demarca il genere, e non il contrario. Che si scriva un romanzo o una poesia, dimoriamo sempre nella casa del linguaggio. Quindi non mi preoccupo tanto di questo. Scrivendo romanzi il mio punto di riferimento è il primo romanzo, quello di Omero. Perché il mondo oggi, ha sete di acqua pura, di acqua che viene dalla montagna. Il romanzo nel tempo si è trasformato in un qualcosa di più sofisticato, lontano. Bisogna umanizzare il romanzo, come è necessario umanizzare la poesia tornando alla fonte primaria. Dobbiamo tener conto dell’insegnamento dei grandi del passato. Amo Roma perché è nostra contemporanea». Note: (1) Giordano Bruno fala aos seus julgadores di Carlos Nejar. Traduzione di Silvia Zingaropoli.