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04/04/2011

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Un inferno di speranza grida dall'Isola Calva
Laura Marchig La voce del popolo

IL LIBRO DI ANTE ZEMLJAR TRADOTTO IN ITALIANO Con una prefazione di Predrag Matvejević Chi ha avuto occasione d'incontrare degli ex detenuti politici che sono riusciti a sopravvivere all'inferno dell'Isola Calva - Goli Otok, si sarà accorto che questi, per molti aspetti, si assomigliano tutti. Ne conosciamo diversi, alcuni perché li abbiamo intervistati, altri semplicemente perché sono dei fiumani connazionali che incontriamo al Circolo e con i quali ci fermiamo a scambiare qualche parola quando li incontriamo per la strada. Non dobbiamo dimenticare che il numero degli italiani che furono internati nel gulag dell'Isola Calva è altissimo. Lo sguardo dei testimoni delle atrocità di Goli Otok è particolare, nei loro occhi c'è un'ombra che ti fa capire che nonostante tutti gli sforzi che hanno fatto per tentare di dimenticare l'orrore e le umiliazioni subite, per mantenere intatta la propria integrità d'individui, qualche cosa dentro di loro si è comunque spezzato. È una ferita dell'anima che sanguina e non riesce a guarire, un trauma che è diventato cronico, perché per molto tempo, una volta tornati dalla prigionia, sono stati obbligati a mantenere l'assoluto silenzio su ciò che avevano visto e che avevano subito. Per decenni hanno poi continuato a sentire sul collo il fiato della polizia segreta che non ha mai cessato di tenerli d'occhio. Ecco che anche al giorno d'oggi, se vi trovate a fare un'intervista in un luogo pubblico con un ex internato di Goli Otok, o più informalmente, vi sedete con lui in un caffè, lo vedete guardarsi intorno con sospetto per cercare d'individuare qualche possibile spia "di quelli là che neanche ora hanno cessato di essere attivi e che potrebbero tornare a colpire in ogni momento". Ante Zemljar, poeta, scrittore e mosaicista, nato sull'isola di Pago nel 1922, ha dovuto aspettare 40 anni per poter pubblicare il libro di poesie intitolato "Pakao nade" - (L'inferno della speranza). Questi versi intensi e disperati, ma lucidi e profondi come se fossero stati scolpiti sulla nuda roccia, furono scritti da Ante Zemljar fra il 1949 e il 1953 durante gli anni di prigionia trascorsi sull'Isola Calva, su dei frammenti di sacchi di cemento trovati qua e là. Perché nessuno, né i suoi aguzzini, né i suoi compagni di prigionia potessero comprendere quello che Ante aveva scritto su quei pezzi di carta da imballo che lui comunque provvedeva a nascondere accuratamente, inventò un linguaggio cifrato. A Zemljar che fu partigiano della prima ora e che come tanti altri fu arrestato nel 1949, perché si era trovato a non condividere la rottura sovietico-jugoslava, venne impedito di pubblicare le sue opere fino al 1985, in quanto era considerato un "nemico interno". Nel 1985 apparve il libro intitolato "Braccato sull'isola n.2" la cui seconda edizione fu pubblicata nel 1997 con il titolo di "L'inferno della speranza". Recentemente le poesie de "L'inferno della speranza" sono state tradotte in italiano dalla poetessa Stevka Smitran e pubblicate dalla Casa editrice Multimedia edizioni di Salerno e con una prefazione di Predrag Matvejević. Il libro che ha suscitato grande interesse da parte della stampa e del pubblico d'oltre confine, è stato presentato, nel corso di un tour durato un intero mese, in varie località italiane fra cui Salerno, San Giovanni Rotondo, Reggio Emilia, Pistoia, e qualche giorno fa anche a Roma. All'interno dell'edizione italiana troviamo alcune illustrazioni di Ante Lukateli, Nido Erceg e Alfred Pal. In occasione di un nostro incontro, qualche anno fa, Zemljar che era stato un poeta della Resistenza, ci raccontò che fine avesse fatto il suo primo libro di poesie: "Se lo fumarono i miei compagni partigiani che usarono quella che per loro era solamente della carta, per avvolgerci il tabacco." In seguito inviò dei nuovi versi e qualche saggio ai compagni incaricati di dirigere le "risorse culturali" al Comitato del Partito ma questi giudicarono le sue poesie "non sufficientemente comprensibili" "per il popolo" e i suoi saggi troppo poco "accessibili al lettore", troppo vicine a quelle dei "surrealisti la cui rivolta si è rivelata "sterile" ed è stata abbandonata dalla maggior parte dei poeti francesi. Zemljar non accettò di correggere la sua poetica e all'inizio del dopoguerra si ritrovò insieme alla poetessa Vesna Parun, ad essere preso di mira dal regime che aveva deciso di reagire contro quegli scrittori colpevoli di creare delle metafore troppo "ermetiche", esageratamente "moderniste e "decadenti". Processato e condannato per "delitto verbale", per aver espresso dei giudizi sul partito e alcuni suoi antichi compagni che avevano cambiato troppo rapidamente la loro posizione rispetto all'Unione Sovietica, fu internato sull'isola di Goli Otok. In un art film realizzato quest'estate sull'Isola Calva, dall'architetto Vladi Bralić e dal light designer Deni Sesnić, Ante Zemljar, passeggiando per i sentieri di quella che per cinque anni fu la sua prigione e la sua camera di tortura a cielo aperto, racconta i dettagli di una prigionia che portava degli esseri umani a sentirsi come degli animali. La strategia, racconta, era quella di trasformare gli stessi internati in carnefici. I prigionieri erano costretti a malmenare brutalmente gli altri prigionieri se non volevano a loro volta essere torturati o anche uccisi. Nella sua prefazione al libro Predrag Matvejević spiega i motivi per cui ha conosciuto in ritardo l'opera di Ante Zemljar e la sua leggenda personale. Pur essendo stato un poeta della Resistenza, scrive, le sue opere non sono state per molto tempo accessibili. La sua opera, rileva Matvejević, occupa nella poesia dei campi e dei gulag un posto a parte. "Il suo autore" prosegue "è rimasto, questo è altrettanto eccezionale, fedele ai suoi ideali di gioventù, opponendosi con un coraggio straordinario ad una distruzione barbara della Jugoslavia ed ai regimi ultra nazionalisti instaurati in alcune delle sue componenti." Laura Marchig