Nuova collaborazione Casa della poesia e il Fatto Quotidiano
04/04/2011

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I libri creano massacrati e massacratori
Gianluca Paciucci Panorama hr

Meritoriamente la casa editrice “Multimedia” di Salerno, dopo i volumi dedicati a Salamun (“Il ragazzo e il cervo”, 2002) e a Zemljar (“L’inferno della speranza, 2002), e in attesa delle annunciate raccolte di Marko Vesović e di Sinan Gudžević, ci ha offerto una bella antologia di Josip Osti, poeta di Sarajevo ma che da anni vive tra Tomaj sul Carso e Lubiana, dal titolo “L’albero che cammina” (2004, Salerno, Multimedia Edizioni, pp. 178, 15,00 Euro). La copertina coglie Osti in un atteggiamento tipico mentre legge ad alta voce i suoi versi, la mano aperta – come in una stele dei bogomili – e l’altra a sorreggere un foglio di carta intelligentemente venato come una foglia degli alberi di cui il poeta ci dirà più volte nelle poesie proposte. La foto è di Mario Bocia, la copertina di Pier Paolo Iagulli: una buona accoppiata. e poesie sono tratte da diverse raccolte, le prime in bosniaco/serbo/croato (o come si voglia chiamare la lingua che si parla ora in Serbia Montenegro, Croazia e Bosnia Erzegovina) e in sloveno le altre, a coprire un arco temporale che va dal 1974 al 2003. La traduzione è di Jolka Milič, la prefazione di Sinan Gudžević. Le poesie di Osti sono canti d’amore e di guerra, sono canti d’un amore che sa di essere assoluto ma che pure si accorge di quanto succede nell’universo accanto: se il nostro altro non è che uno dei tanti cosmi, chiedersi cosa stia accadendo nel cosmo vicino è forte operazione etica. Nella poesia programmatica che dà il titolo alla raccolta, “Sono un albero che cammina, corre, vola…” questa coesistenza tra i due mondi viene detta con chiarezza: “…(sono) Un albero che non ha cessato di lasciarsi / incantare dal bel paesaggio carsico e nello / stesso tempo di scandalizzarsi per ciò che / accadevo nel suo paese natio. (…) / Che una volta vola sopra Sarajevo e la seconda / sopra Tomaj. Che tranne l’amore assurdo, / non ha né patria né paese natio…” (pag. 89). Mi sembra ci sia un po’ tutto, anche se bisogna saper diffidare dei testi programmatici e cercare altrove che nelle intenzioni del poeta la verità di uno scritto. La tematica è quella brechtiana, oggi contestata e da alcuni ritenuta ipocrita ma che in qualche modo continua ad interrogarci: “Quali tempi sono questi, quando / discorrere d’alberi è quasi un delitto,/ perché su troppe stragi comporta silenzio…” (da “A coloro che verranno”); oppure del Quasimodo più celebre che scrive “E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore…”(“Alle fronde dei salici”, dal salmo 137). Gli ingredienti sono gli stessi, con significative variazioni: una natura che vuole essere cantata e che pure sa accogliere il silenzio della poesia, in Brecht e Quasimodo, cui Osti risponde spiazzante “…Io piantavo alberi / anche in tempo di guerra…” (“In mezzo al mondo” p. 87); e un uomo che si fa albero, come in una fiaba, e che poi vola sopra le terre amate guardando partecipe quello che gli sgherri sono capaci di fare alla capitale del rispetto e dell’eresia, a quella Sarajevo che è ancora in piedi per denunciare la diserzione appena passata della maggior parte di noi. Osti, sia detto per inciso, non ha mai dimenticato la capitale bosniaca e anche durante la guerra si è adoperato per riuscire a pubblicare decine e decine di poeti, voci della resistenza dell’umano al delirio infallibile delle artiglierie e dei cecchini dalle colline intorno. Alberi e guerra, poesia e silenzio: se molti nella storia sono stati i poeti-soldato, Osti non è tra questi. Suo non è il vitalismo né l’estetismo con cui certi “intellettuali” si sono gettati da sempre nelle imprese belliche, non ultimo il “poeta” Karadžić. Ancora Brecht: “…Dalle biblioteche / escono i “massacratori…”, ma anche i massacrati, spesso: ambiguità del libro, poeti che ordinano gli incendi delle biblioteche, della Vijećina, altri che salvano i libri dal rogo o che bruciano odiati o cari volumi per scaldarsi durante l’assedio… L’”amore assurdo” è allora la sola consistenza dell’apatride, la sola terra che permette di battersi, quella che le radici portano con sé quando altro non si può fare che andarsene, dal sud al nord, infine circondato da alberi differenti” ma di cui presto si impara la lingua per capirsi e ricostruirsi. Nella patria dell’”amore assurdo” i cittadini sono almeno due (essi possono anche moltiplicarsi e trasformarsi in un gioco infinito, ma Osti gioca sul due, sul numero “facile che è difficile fare”, che terrorizzava Kafka e che Erri De Luca in positivo definisce “Il contrario di uno”): il poeta, ovvero colui che dice “io” nel testo, e la “sua” donna. Il tema della nudità attraversa tutta l’antologia: “…La seta azzurra che avvolge il corpo della mia / donna nuda…” (“La povertà mi ha arricchito”, p. 17); “Sei andata a passeggiare / nuda e scalza nella notte…” (“Ti sei alzata anche tu stanotte come me”, p. 21); “Chissà quante volte già, nuda davanti allo / specchio, ti sei chiesta che cosa indosserai stasera./ Poi, ancora nuda, con l’ombrellino pieno / di fiori campestri in mano…” (“Chissà quante volte già”, p. 23); e così lungo tutta la raccolta e nei testi cardine di questa come “Il maestrale sfoglia il libro nella mia mano” (p. 25), “Nuda stai davanti allo specchio” (p. 33) testo estremamente complesso, capitale, con unità di luogo (la “casa degli specchi”) e non di tempo, con nudità maschili e femminili, con “la mano di un giovane / abbronzato senza volto, posata sul tuo seno”, quasi Eros e Psiche l’uno sull’altra dopo l’amore, finalmente, e poi duplicazioni (“due angeli… due solari corolle… due uomini / dallo stesso volto che ti conducono allo stesso tempo in due / diverse direzioni…”) e immagini metafisiche o piuttosto russoviane (d’Henri Rousseau, intendo, il Doganiere ingenuo: “…una pantera nera / attraversa un prato pieno di bianche margherite…”), e la grande figurazione – oserei dire petrarchesca – di una sorta di dea delle origini e delle fondazioni in “Costruisco di nuovo una casa” (“…La costruisco in / un prato incolto, sul quale giaceva una donna nuda / con una nuvola d’oro nell’occhio e una peonia / sul seno…”, p. 53). La nudità cercata, voluta, praticata con forza e assiduità è l’esatto contrario di quella a cui l’aguzzino costringe il prigioniero per umiliarlo e animalizzarlo (la “nuda vita” dei campi di concentramento di cui parla Giorgio Agamben): è invece animalità cercata, raggiunta nello splendore dell’incedere consapevole d’essere rimirato dall’occhio attento di chi in amore scrive, lucido e sopraffatto. Accanto a questo tema che tutto ricopre (avvolgente, calda nudità) altri se ne individuano: l’amore e lo strano prodotto che ne esce quando “regna / un unico dio – il dissoluto eros” e cade ogni “differenza atavica” tra umano e animale, tra natura e cultura, e la potenza del sesso può ritrovare la forza delle epoche arcaiche e amorali (“Il frutto dell’amore”, p. 83); gli amici poeti e scrittori, chiamati come complici dèi di protezione (Borges Poe e Pessoa, ma su tutti il poeta sloveno del Carso Srečko Kosovel e quello di Sarajevo, il nostro caro Izet Sarajlić in “Mi chiedi spesso” – e ancora Paul celan, hart Crane, Attila Joszef, Majakovski e Esenin, ovvero tutti quelli che la morte portò via giovanissimi, suicidi uccisi, nel bel testo di pag. 123, “Amo anche per voi”); e infine il Carso e il giardino delle apparizioni e dei luccichii in cui può accadere che un “frammento / di bottiglia” offuschi “la bellezza di tutti i fiori del giardino” (pag. 149) e che attraverso l’erba, strapiena di denti / di leone in fiore, simili a stelle, mi si avvicna / nuda” una serpe (p. 151) e emani voglia di baci nella calura. Si esce da questo libro diversi da come ci si è entrati, como dopo una di quelle esperienze che possono portare altrove e a cui ci disponiamo in questi giorni in cui, anche da giovani, sentiamo la furia dei giorni che invecchiano e abbiamo bisogno di “svolte nel respiro”, come scrive Celan. Il velocista Osti, della mitica staffetta 4x400 di Sarajevo che stabilì il recordo jugoslavo nel 1967, come ricorda Gudžević nella prefazione, è il lento autore di poemi lentissimi, anche quando si risolvono in rapidi distici (“L’ombra nera di una ninfea bianca nei capelli / dell’annegata. L’occhio in una lacrima” (p. 171), ed è autore decisivo per quantità e qualità di questa patria delle lettere balcanica, mediterranea e universale che però come nessuno è legata stretta a ogni pietra, a ogni frammento di sogno che qui e solo qui poteva svilupparsi. Se lo sentiamo come “nostro” è perché anche noi siamo suoi e ci troviamo bene affiancando per strada l’”albero che cammina” quasi fosse un saggio nativo d’America. Gianluca Paciucci