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04/04/2011

giustizia-da-morire-voci-umane-dei-bracci-della-morte-degli-stati-uniti Introduzione

Giustizia da morire. Voci umane dei bracci della morte degli Stati Uniti "Vorrei che questo libro venisse letto da quante più persone possibile, donne e uomini di ogni età e condizione, ragazze e ragazzi soprattutto. È un libro bellissimo, generoso e commovente. Ci aiuta a capire che l'esecuzione capitale è un crimine peggiore dei delitti che vuol punire, perché non solo uccide ma insegna a uccidere. Ci aiuta a capire che fino a quando la pena di morte esisterà, anche in un solo angolo della terra, l'umanità non sarà uscita dalla barbarie". (Luigi Pintor)
giustizia-da-morire
Giustizia da morire. Voci umane dei bracci della morte degli Stati Uniti 1998 88-86203-3-4 160 Altre Americhe Marco Cinque
12,50 €
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“Vorrei che questo libro venisse letto da quante più persone possibile, donne e uomini di ogni età e condizione, ragazze e ragazzi soprattutto.
È un libro bellissimo, generoso e commovente.
Ci aiuta a capire che l’esecuzione capitale è un crimine peggiore dei delitti che vuol punire, perché non solo uccide ma insegna a uccidere.
Ci aiuta a capire che fino a quando la pena di morte esisterà, anche in un solo angolo della terra, l’umanità non sarà uscita dalla barbarie”.

Luigi Pintor

Qualcuno sta uccidendo gli autori che riempiono le pagine di questo volume. Gli autori in questione sono i prigionieri rinchiusi nei bracci della morte, mentre gli assassini sono i tribunali, le autorità statali e federali e i boia statunitensi.
Anche la popolazione degli Usa, in buona percentuale, è più o meno attivamente consenziente alle uccisioni legalizzate. Ma, nell'immaginario collettivo dei cittadini americani, i condannati a morte assumono cliché ben determinati: killer spietati, bruti perversi, mostri assetati di sangue e via dicendo. Tale faziosità, in gran parte indotta dalle autorità governative e dai mass-media, nel rappresentare i prigionieri in attesa d'esecuzione, determina una diffusa predisposizione a desiderarne la soppressione. È proprio sul lavoro metodico di disumanizzazione dei condannati a morte che si riesce a rendere accettabile, talvolta irrinunciabile, la pena capitale agli occhi della collettività. Ma se questi condannati venissero in qualche modo riumanizzati, se emergessero i loro sentimenti, le loro paure, le loro debolezze, allora, anche in caso di colpevolezza o responsabilità accertata del crimine di cui sono accusati, non ci sarebbe più la stessa vasta propensione popolare a volere la loro morte. Questo è uno dei motivi per cui le autorità politiche e carcerarie non prevedono alcun programma di riabilitazione in favore dei prigionieri, al contrario, cercano di abbrutirli quanto più possono per giustificarne l'eliminazione fisica e sociale.
Gli Stati Uniti d'America, questo grande paese che viene considerato e si autoconsidera paladino planetario del progresso e della civiltà, della cultura e dell'etica morale, delle libertà civili e dei diritti umani, sono anche l'ultimo paese occidentale a prevedere e ad attuare la pena di morte. Qui la vita umana viene ancora estirpata in nome della collettività e con la pretesa che tale assassinio, che resta sempre e comunque un assassinio, acquisti un valore e una sacralità che non gli spettano.
Con questo libro si ha l'intenzione, in special modo a partire dal capitolo "Voci umane", di andare oltre la pur nobile retorica e di mettere il lettore nella condizione di poter approfondire l'argomento attraverso le dirette testimonianze dei condannati alla pena capitale.
I contributi qui pubblicati, provenienti dai bracci della morte, sono prevalentemente frutto di corrispondenze epistolari. Nei rapporti umani che intercorrono tra i prigionieri in attesa d'esecuzione e le persone del mondo libero, si è stimolati a ragionare oltre i consueti termini di innocenza o colpevolezza, e si aprono porte inattese che lasciano intravedere i nostri stessi lati oscuri.
Ogni condannato a morte di questo volume, ognuno tra i tanti, meriterebbe un'intera pubblicazione; cosa che per alcuni è già avvenuta. Ma quello che si vuole evitare è proprio la personalizzazione eccessiva o l'accentramento di attenzione su un unico caso giudiziario. Prese una alla volta, queste persone dalle vite a perdere, non darebbero mai l'immagine di iniquità, immoralità e ingiustizia subìte che l'intero coro dei "senza voce" è in grado di dare. L'urlo silenzioso dei condannati in attesa d'esecuzione deve scuotere le sopite coscienze delle cosiddette società civili, e dev'essere motivo di profonda indignazione per ogni essere umano che voglia ancora sentirsi degno di chiamarsi tale. Non si riuscirà a intravedere un benché minimo barlume di equità e di giustizia fino a quando gli omicidi legali non verranno giudicati alla stregua di quelli illegali; oppure, più ragionevolmente, sin quando non si cancellerà la pena di morte in ogni luogo della Terra.
È duro ammetterlo, ma è possibile che durante il tempo trascorso tra lo scrivere, il pubblicare e il far leggere questo libro, alcuni degli autori saranno stati già privati della loro vita. Purtroppo, oggi, è ancora questa la realtà che si va consumando nella "civile" America. Una realtà spietata, dove i "figli di un dio minore" vengono soggiogati, brutalizzati, torturati, eliminati, nella feroce mattanza travestita da giustizia, ma che è, in verità, l'espressione più vergognosa della crudeltà umana: la pena di morte. Ma impartire una lezione di morte per insegnare a non uccidere è una contraddizione tanto evidente quanto inaccettabile. Sarebbe come pretendere di insegnare la non-violenza con la violenza.
Come può uno Stato considerare immorale e improponibile legalizzare e far propri reati come il furto o la truffa, e non esitare a legalizzare e far proprio, in modo freddo, spietato e premeditato, il peggiore dei reati: l'omicidio?

Marco Cinque