Nuovo sito per Casa della poesia. Cosa ne pensate? Inviateci un feedback
04/04/2011

ismael-ait-djafer-compianto-dei-mendicanti-arabi-della-casba-e-della-piccola-yasmina-uccisa-dal-padre

Ismaël Aït Djafer – Compianto dei mendicanti arabi della Casba e della piccola Yasmina uccisa dal padre
Giancarlo Cavallo Casa della poesia

Questo non è un libro: è un pugno tirato dritto alla bocca dello stomaco. E, sorprendentemente, colpisce forte e preciso anche a distanza di più di sessanta anni, tanti ne sono trascorsi dal 1951 anno di pubblicazione di questo testo in Algeria.
Colpisce sin dal lungo titolo (Compianto dei mendicanti arabi della casba e della piccola Yasmina uccisa dal padre) che ne rappresenta un’efficace sintesi, e dalla dedica in esergo (“Dedicato a chi non ha mai avuto fame”) che mi sembra un’immediata e inappellabile chiamata di correità.
Nel parlare di questo libro, vorrei soffermarmi su tre aspetti: la vicenda da cui scaturisce, la fortuna del libro e del suo autore, il valore, letterario e non solo, dell’opera. Prioritariamente devo scusarmi per il modo sommario con cui dovrò affrontarli in questa sede, ma rinvio il lettore all’apparato critico (l’introduzione di Gianluca Paciucci dal significativo titolo “Contro la viltà occidentale-orientale”, le puntuali note al testo a fronte, due  precedenti introduzioni - di Kateb Yacine del 1987 e di Francis Jeanson in Les temps modernes del 1954 - poste in coda al volume, seguite dalla nota biografica sull’autore), che, a mio avviso, impreziosisce questa prima edizione italiana rendendo agevole per il lettore l’accesso al testo, anche grazie all’ottima traduzione dello stesso Paciucci e di Dominique Gianviti.
La vicenda è presto detta nella sua agghiacciante semplicità: nel 1949, nella Casba di Algeri, un mendicante, Ahmed Khouni, spinge la figlia Yasmina di 9 anni sotto le ruote di un camion e, poiché non è stata investita, ve la spinge di nuovo e, stavolta, per la piccola non c’è scampo. L’uomo viene processato, dichiarato pazzo, rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Joinville. Appare quasi superfluo rammentare che all’epoca l’Algeria era una colonia francese, anche se si avvertono i primi segnali della lotta di liberazione che inizierà nel 1954.
L’opera, pubblicata originariamente in Algeria nel 1951 grazie a una “pubblica sottoscrizione”, appare successivamente in Francia sulle pagine della rivista Les temps modernes diretta da Jean Paul Sartre e poi è successivamente più volte riproposta, anche in traduzione inglese. Dell’autore, Ismaël Aït Djafer (Algeri 1929, Parigi 1995), sappiamo che da giovane aiutava il padre nel negozio di tabacchi vicinissimo alla Casba e che, oltre a scrivere articoli e interventi in numerose riviste, si dedicava alle caricature; successivamente, dopo aver vissuto tra il ’58 e il ’62 in Germania e Svezia, rientrò in Algeria, per andare in esilio nel ’65 dopo il colpo di stato di Boumédiène, e, avendo “ucciso in lui il poeta” (Yacine), vivere di un lavoro burocratico fino alla morte nel 1995. Le altre due opere che di lui si conoscono (Cri e Poèmes écrits en prison non méritée) sono state pubblicate postume (rispettivamente nel 1996 e nel 1998).
Ma veniamo all’opera ed alla sua originalità e attualità. Il Compianto è estremamente interessante nella sua struttura polifonica, un caleidoscopio come è stato giustamente detto da Levi-Valensi e Bencheick nel loro Diwan algérien (Paris, 1967), in cui si alternano e si miscelano la rabbia della voce narrante con l’uso satirico delle canzoncine di bimbi “con la pancia piena”, brani di cronaca tratti dai  giornali, il compianto per la povera Yasmine e per la terribile condizione dei mendicanti, la condanna senza appello per tutti quelli che si sono assolti (“iene e sciacalli”), modi di dire o frasi celebri volutamente deformati, apostrofi a Carlo Magno assurto a simbolo della Francia e dell’educazione repubblicana, luoghi comuni ed espressioni del parlato quotidiano. La sapiente orchestrazione di tutta questa complessa materia contribuisce a rendere felicemente vario il lungo poemetto, senza nulla perdere della tensione emotiva che lo sorregge e ne scandisce gli apici, anzi, come giustamente nota Paciucci nella sua introduzione,  la “robusta pasta sonora” di cui è fatto lo propone, naturalmente direi, per l’ascolto e la messa in scena.
Il Compianto è un testo fortemente politico, che si schiera dalla parte delle vittime senza fare sconti a nessuno, nemmeno al padre di Yasmina, accusato di aver autoritariamente deciso della vita della figlia e di aver ottenuto un pasto caldo e un letto sicuro nell’ospedale psichiatrico in cui viene destinato dalla falsa coscienza dei giudici e dell’opinione pubblica benpensante.
Dicevamo della straordinaria tenuta del testo: a mio parere essa è dovuta a due fattori determinanti. Da un lato aver saputo tenere insieme un fatto di cronaca circostanziato con le motivazioni socio-politiche, prima fra tutte la terribile diseguaglianza tra chi mangia caviale e chi muore di fame, che trascendono quel fatto e rendono attuale la perorazione (basti pensare a quanto sta accadendo in questi anni in tutta l’area dell’Africa mediterranea scossa da rivolte che hanno alla base la totale indigenza di gran parte della popolazione); dall’altro aver dato una veste poetica decisamente moderna e perfino anticipatrice di alcune tendenze letterarie che si sarebbero affermate solo nei decenni successivi.
Detto questo, appare del tutto conseguente la scelta da parte di Djafer della lingua francese: è principalmente alla Francia (e dunque all’Occidente ricco) che questo “cahier de doléance” si è rivolto e continua a rivolgersi, nella speranza, forse vana, di trovare ascolto, di suscitare un moto di repulsione e di rivolta o, almeno, la partecipazione al compianto.
In conclusione, anche noi non possiamo assolverci: siamo complici, se non carnefici, dei delitti che si compiono contro tutte le Yasmine che ogni giorno vengono massacrate sulla terra. Questo libro si rivolge anche ai nostri cuori e alle nostre coscienze, beviamone il succo, seguendo l’esortazione dell’autore, per quanto amaro possa essere.


Giancarlo Cavallo