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04/04/2011

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Le "donne che non sono mai state amate".
15/06/2012 Claudia Landolfi Casa della poesia

“… ma ci sono poi quelle ragazze sbiadite,

già vecchie, che di continuo si lasciano

andare senza reagire, forti, intatte nel più intimo,

che non sono mai state amate.”

(R. M. Rilke)

 

Chi o cosa sono le anime scalze? Volti come cose, desideri nelle assenze … In quale luogo è possibile incontrarle? Quale percorso circoscrivono le loro orme, sì da risalire ai vissuti che si celano dietro il disparire di una voce?
C’è una zona di frontiera dove cose e corpi reinventano l’orientamento, uno spazio che diventa luogo abitabile tra passaggi frettolosi, razzie e soste, per raccogliersi o scomporsi: è il terreno della poesia, calpestabile solo in una essenziale nudità.
Il terreno della poesia è sempre, in qualche modo, incolto, impreparato, in-appropriato  e fertile al tempo stesso: spinoso, lacera le vesti, le scarpe, porta via le fronde in eccesso, richiedendo un risparmio, una povertà che - scelta o subìta – espone le anime a uno svelamento immediato e crudo, a un racconto spezzato, breve e carico, in cui la verità è un precipitato fattuale, condensato in uno schiaffo, una cicatrice, un addio mal pronunciato e rimasto a metà, nella gola. O il rumore di una porta che si chiude.
Memoria e verità dei corpi si fanno strada, così, nel contatto ‘a piedi nudi’ con la terra poetica che diventa un mondo non appena viene camminato.
Ed è ben presto raggiunto e dissodato dalle mani delle donne: le donne raccontano altre donne nella poesia perché a loro si addice la sintesi - non hanno mai tempo, infatti, le donne. Né ‘una stanza tutta per sé’. La poesia è raccolta di cocci in un tiretto, frettolosa e spigolosa, senza indugiare in narrazioni diacroniche: non ce n’è bisogno - nell’immagine/cosa c’è già tutto. Anche l’anima. E nel mentre la vita passa, scorrendo come un tappeto su cui rotolano pensieri come preghiere, le donne si truccano, rassettano (nella tensione dell’attesa e dell’operosità che rinnova la speranza: “Si mascherano le sue ferite con del colore / le si decora con dei fiori/ lo si presenta come fosse nuovo / e cominciasse a battere / adesso.”), ‘fanno casa’ curando cose che non restituiscono loro la cura, semmai l’ombra di un ospite inutilmente atteso. Di un passante che solleva lo sguardo verso una finestra. Di un gatto o un cane che assicura la persistenza del mondo esterno.

Preservate nell’innocenza, le anime a cui Maram Al Masri dà voce in questa ennesima sua intensa prova, al passo con la vita, sono le donne vittime dell’isolamento, della solitudine, dell’abbandono, della brutalità e della violenza maschile, della separazione. (È ormai da un anno/che Nassima è rinchiusa in casa, come una bambola/in una scatola di giocattoli./La sua casa è la sua tomba.) Sono i figli di donne ‘sbagliate’, rifiutate, imperfette. È la terra di Palestina, corpo dilaniato e abbandonato a se stesso. Sono tutti i piccoli che non trovano sosta o riparo.
Nel lavorio della poetessa, l’anima è un corpo alleggerito, sottratto al peso, materia resa sottile dal non essere praticato nella relazione d’amore, è voce afona e perenne non interrotta dal dialogo salvifico che rilancia e risolleva il cuore.
Per questo Anime scalze è un libro da leggere ad alta voce: per ripercorrere in gola il fiato ora debole, ora ansimante, delle donne qui ritratte dalle poche parole (<Non ha mai conosciuto altri uomini./“A che servono?”>), perché nella lacerazione del rifiuto, dell’abbandono, della negazione c’è ancora vita, c’è ancora vita e il corpo di donna non è ancora (o forse mai) inerte relitto da esplorare, o cosa tra cose da catalogare…
E così Madame Charles ha accuratamente riposto novantacinque anni nel suo armadio e fa sempre progetti.
Le anime scalze continuano a cercare uno sguardo, sebbene non possano circolare,  private delle scarpe e della socialità, espropriate del proprio tempo (Lui, il gigante /che protegge le porte della caverna/affinché il sogno non possa fuggire/con le scarpette di satin/rosse.). L’esser scalzi rende più duro e faticoso il cammino di vita: inibite alla fuga, le donne, assenti sulla scena del teatro della loro stessa vita, non possono andare molto lontano (“È difficile trovare una pantofola/che non somiglia a nessun’altra/Lei ne cerca disperatamente una/con le ali.”).
Non potendo affrontare il mondo degli altri scavano da sé, ad ogni giro di vita con rinnovato dolore, il loro girone, senza rinunciare al movimento intimo di costruzione di un tracciato, di una storia da raccontare, di un varco in cui accogliere, nel profondo del costato, qualcuno da amare. 
Anima scalza non ha una casa: la casa è interdetta allo stesso modo alla donna senza fissa dimora così come alla sposa sepolta viva dal mito della prigione dorata del vincolo matrimoniale. La sposa, la ‘ragazza della porta accanto’ è stato ed è il sogno aproblematico e rassicurante di ogni ordine simbolico maschile: carezzevole e vicina, inerme e rinchiusa in un recinto, la donna oggetto di violenza domestica o abbandonata ‘non si riconosce’, non ha uno stemma, ci vive accanto. È a portata di mano e invisibile. Non c’è altro terreno di vita, allora, se non nella poesia. Il dolore delle donne, però, ha dei luoghi ben precisi: la cucina (dove coabitano ‘ il fuoco e il gelo’,‘il coltello e le carezze’); la stanza da bagno dove defluiscono i fluidi vitali e le lacrime; la strada, dove si è aperti e scoperti, lungo un bordo - talvolta irreversibile - che segna la parabola di un’intera esistenza.
Nel restituirci con pochi tocchi lo stridore di tante vite, assieme ai corpi segnati dagli anni che scandiscono le fasi vitali, Maram Al Masri riprende - con occhio fotografico - e riconosce anche gli oggetti: è un insieme di cose che riempiono i silenzi e le assenze, cui le donne, i bambini e gli animali sono associati, accatastati insieme in una stessa logica di funzionalità domestica. Oggetti su cui il tempo è trattenuto e non evade, su cui si fissano le impronte e i pensieri soffocati, arredando il buio di intrecci, di incubi e fantasie. Cose continuamente mediate da mani di donna che rendono possibile l’epifania del quotidiano in cui il male è sommessamente accettato, e già il solo consegnarlo alla poesia lo dispiega e sottopone a trasformazione vitale.
Vi è un atto d’amore sotteso alla scrittura poetica di Maram Al Masri che si rivela nel suo stile poetico: l’incontro si fa evento quando produce effetti di cambiamento e la poetessa entra in contatto col dolore delle donne di cui parla cambiando penna, registro, ritmo, producendo uno schedario, umile registro minore che lascia spazio alla carne e accantona la tradizione poetica che scolpisce la materia con la luce di visioni compiute. E lo schedario, infatti, è la forma più appropriata di un linguaggio poetico che ambisce ad assumere il ruolo di strumento di conoscenza e di navigazione nel flusso degli incontri ai quali si è sempre, in qualche modo, esposti senza protezione. Qui si raccoglie - meteore dimenticate sulla spiaggia - si accarezza, si ascolta, si conserva, si cede la parola, ci si ritrae davanti al ‘personaggio’ che chiede all’autore di vivere ancora una volta, ogni volta, di nuovo, prendendo spazio senza reclamarlo, non potendo – per l’eccedenza stessa dell’esperienza al limite della dicibilità – stare nei ranghi del verso ricondotto a misura e limato. A un certo punto, addirittura, la parola precipita lasciando cadere lettere una dietro l’altra, come un filo di perle spezzato non più ricomponibile che inaugura una nuova, pesante ed essenziale, forma di vita. Lettere su lettere in una strettoia, nella cruna di un ago, un rantolo di voce che il lettore salva nel ricordo del significato. Così è il corpo di donna umiliato, disarticolato, lanciato e proteso in un estremo sforzo verso un’altra donna, la poetessa, Maram, madre e amica: ‘poesia è…condizione femminile’, la poesia di donna è l’accoglienza che si lascia parlare addosso, che accetta la presa sbilanciante dell’altro e offre lo spazio destinato a sé – conquistato dal suo stesso movimento di scrittura -  a donne segregate che chiama per nome facendocele conoscere ad una ad una, incastonando i loro volti come gemme preziosissime e delicate nei nostri pensieri per sempre.
È una cifra linguistica che modifica e innova la cornice espressiva dei codici poetici e letterari, andando oltre la prosa, oltre la metrica… Se ne può fare una ‘anagrafica’, una ‘ritmica’, una ‘fotografica’... Ma anche una ‘agiografica’: donne santificate nel dolore bruciante della sabbia del deserto e nella solitudine, e, per eccesso, intatte, come voleva Rilke a proposito delle ‘mai amate’, simbolo perfetto dell’amore e del bello che è sempre, per definizione, terribile.

Ma… “superamento della condizione umana attraverso la condizione femminile … è la poesia”.
Con questo gesto di profondo amore, la poetessa si eleva sul piano della ricerca etica, superando il confine ormai logoro, sebbene ancora violento, dell’Io e rendendo la parola uno strumento che non ha pretesa di linearità o di perfezione, ma, nel suo farsi quotidianità, diventa un outil il cui scopo principale è il contatto, il passaggio rapido, essenziale, di cose, di vissuti, la trasmissione - mai neutrale - di stati, di frammenti abbaglianti che feriscono l’ascoltatore, conducendolo nello spazio agonico della disuguaglianza di genere: non più estraneo, è invece coinvolto e segnato anche chi legge. Non è tempo di esercizi di stile, è questo un tempo che richiede la massima disponibilità del poeta a fare spazio, nella sua stessa carne e nella sua stessa presa di parola, a ciò che viene ostinatamente taciuto, alla continua battaglia di genere che vede, ogni anno, migliaia di donne cadere sotto i colpi delle persone più vicine o, nel migliore dei casi, condurre una vita sotto il segno della rinuncia a sé.

 

Claudia Landolfi