Blue
Maggio 6, 2008
Nel Blu
Vedo il mondo
quando chiudo gli occhi
quando ascolto il blu.
Sento una voce che ha vissuto
nel blu tanto a lungo da contenere
ogni errore, ogni memoria e fantasia.
Una voce ridotta a nulla
così lieve che posso udire ogni nome
in un unico nome, dove la fiamma blu sfiora
questo nome trasformandolo in un sussurro che brucia,
la voce che ti sale dal di dentro
e ti porta al mare
dove una bufera cresce
e ti riconduce all’indietro sull’acqua calma,
la voce che va
dove nessun altro osa.
Quella voce mi arde dentro
nel blu.
Cavallo morto
Maggio 5, 2008
Cavalo Morto
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo.
Una poesia di Lèdo Ivo è una lucciola che cerca una moneta persa. Ogni moneta persa è una rondine di spalle posata sulla luce di un parafulmine. Dentro un parafulmine c’è un movimento di api preistoriche intorno ad un cocomero. A Cavalo Morto i cocomeri sono donne semiaddormentate che hanno in mezzo al cuore il rumore di un mazzo di chiavi.
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo.
Lèdo Ivo è un vecchio uomo che vive in Brasile presente nelle antologie con il viso del folle. A Cavalo Morto i folli hanno ali di mosca e conservano di nuovo nella loro scatola i cerini bruciati come se fossero parole sfiorate dallo splendore dell’ altro mondo. L’altro mondo è il fondo di un bicchiere, un posto in cui il retto ha la forma di ferro di cavallo e c’è una sola strada rivestita di tela di gabardina.
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo.
Un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo è un fiume che si alza di buon ora per andare a fabbricare l’acqua delle lacrime, piccole bugie di pioggia ferita da una spina di acacia. A Cavalo Morto gli aerei legano con cinture di vapore il cielo come se le nubi fossero un regalo di Natale e i felici e gli infelici salissero direttamente agli ippodromi eterni attraverso la scala dell’inanellatore di gabbiani.
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo
Una poesia di Lèdo Ivo è l’amante di una meridiana che abbandona in punta di piedi gli ostelli del giorno dopo. Il giorno dopo è quello che si dicevano quelli che mai riuscirono ad incontrarsi, quelli che anche così si amarono ed escono a braccetto con la brezza dell’imbrunire per festeggiare il compleanno degli alberi e scrivono partiture per il campanello delle biciclette.
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo.
Lèdo Ivo è una scuola piena di fringuelli e un timoniere che canta nel piattino di latte. Lèdo Ivo è un infermiere che benda le onde e accende con il suo bacio le lampadine delle navi. A Cavalo Morto tutte le cose perfette appartengono a un altro, come appartiene il bullone delle stelle marine al predatore delle teste sonnambule e il postino delle rose della domenica alla coroncina delle collaboratrici domestiche.
Cavalo Morto è un posto che esiste in una poesia di Lèdo Ivo
A Cavalo Morto quando muore un cavallo si chiama Lèdo Ivo affinché lo resusciti, quando muore un evangelista si chiama Lèdo Ivo affinché lo resusciti, quando muore Lèdo Ivo chiamano il sarto delle farfalle perché lo resusciti. Datemi retta, i bei ricordi sono fugaci come le volpi, ogni amore che finisce è un cimitero di abbracci e Cavalo Morto è un posto che non esiste.
Dall’altra parte del tavolo
Maggio 2, 2008
Sto leggendo le tue poesie
e un enorme edificio sgangherato compare,
la luce di centinaia di candele
si riversa sulla neve.
All’interno al lungo tavolo bolscevichi massicci
come idranti forgiano le loro discussioni
con giovani Dostojevsky
e socialisti provenienti da una ventina di paesi.
La pelle nero blu del cantante tuareg
brilla con le costellazioni
sahariane mentre lui canta nella lingua del vento,
quella che sua madre gli ha insegnato,
quella proibita a scuola.
Un gruppo di poeti solleva i bicchieri di grappa
e canta con lui.
All’estremità del tavolo, gli intellettuali assaporano
con gusto le sfumature
i riferimenti nascosti e i temi sottesi,
qualcuno si lecca le dita.
La donna sudamericana con la voce di un treno
che geme
attraversando le piccole città degli scomparsi si piega
verso il sikh e le sue sillabe di Guru Nanak.
La sciamana siberiana crea nel suo canto
una maschera di corda
annodata attraverso la quale noi
vediamo la processione di animali
sui vasti territori del nord.
Una danza di corteggiamento e mele comincia all’alba.
Tre giovani con una stridula colonna sonora
gridano simultanee
storie personali di orrori di guerra.
C’è qualcosa nelle caverne del cuore
in cui tutte le canzoni si incontrano,
Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna
il dramma di mani sopra un tavolo fra i sordi
e quelli che cantano.
C’è qualcosa nelle caverne del cuore
in cui tutte le canzoni si incontrano,
Bella Ciao, l’Internazionale, il riff jazz e la ninnananna
il dramma di mani sopra un tavolo fra i sordi
e quelli che cantano.
La chiave è nel diamante della porta,
aprite, sono io.
Nella poesia che tiene la porta socchiusa,
ah, stavamo aspettando.
In piedi presso il muro - Video
Aprile 23, 2008
per me non esistevano ciglia / che le tue, bambina mia // nella cella per loro divento pittore / sul muro su cui sono gli sputi delle vite passate / incise nel cemento // regolarmente cancellano quello che disegno / da tempi remoti, ancor prima del giudizio umano / siamo pupazzi impotenti nelle mani del destino // odierai la mia impotenza: lo so / quella che vorrebbe darti la tenerezza / nel vuoto in cui siamo affondati / mentre cerchi il padre // uno più forte ti ha inghiottito / uno più forte mi ha divorato / le tue brune sopracciglia ha offuscato, o mia rinviata / fortuna / di sui ora sono più importanti / i passi tra le mura della cella // hai ragione / hanno ragione / ho ragione // per il mondo che viviamo solitari saremo / induriti / ognuno con le proprie convinzioni