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Etel Adnan: Scrivere in una lingua straniera

SCRIVERE IN UNA LINGUA STRANIERA

L’uso di una lingua ha inizio a casa; e dunque comincerò con la storia del mio coinvolgimento con molte lingue e con il modo in cui fui influenzata dall’uso di lingue che non erano quelle che avrei dovuto normalmente parlare o usare scrivendo poesie o prosa. Comincerò con alcune informazioni sulla mia famiglia, e le sue lotte riguardo allo stesso agomento.
Mia madre era greca di Smirne, quando Smirne, prima della Prima Guerra Mondiale, era una città prevalentemente greca, una comunità che parlava greco nel cuore dell’Impero Ottomano. Mio padre era arabo. Era nato a Damasco, Siria. All’età di dodici anni era entrato al War College, l’Accademia Militare di Istambul. Verso la fine del diciannovesimo secolo. Damasco era parte dell’Impero Ottomano e mio padre era un ufficiale ottomano. Essendo la Turchia alleata del Kaiser tedesco, mio padre venne istruito in turco, tedesco, e francese, oltre ai suoi studi in arabo. Nell’Impero Ottomano il francese veniva insegnato per cultura generale, la stessa ragione per cui veniva insegnato in Russia.Mio padre, che era musulmano, sposò mia madre che, molto più giovane di lui, rappresentava anche una cultura diversa. Si era agli inizi della Prima Guerra Mondiale, intorno al 1916. Così mi fu detto. Fra loro parlavano turco; tutti i greci che vivevano in Turchia parlavano un po’ di turco e usavano il greco solo in casa e nelle loro scuole. La loro esistenza era strettamente collegata alla loro chiesa, e cultura e religione si intrecciavano l’una con l’altra. C’erano pochissimi matrimoni al di fuori del proprio gruppo culturale.
L’Impero Ottomano era un “impero”, il che significa che non si trattava di uno stato con una popolazione che costituiva un gruppo unificato. Era un impero in cui il turco non era nemmeno la lingua più parlata. Il turco stesso era una lingua piena di parole ed espressioni arabe, dato che i turchi, essendo musulmani, imparavano il Corano in arabo. C’erano anche gli Armeni nell’Impero che parlavano sia armeno che turco. Così, quasi tutti conoscevano almeno un po’ di altre lingue oltre la propria; ma ciascuno era radicato nella lingua e vita della propria comunità.
Dunque, come dicevo, i miei genitori avevano in comune la lingua turca. Mia madre aveva frequentato la scuola in un convento fino all’età di dodici anni; i francesi avevano conventi in tutte le città più importanti, e le persone “colte” imparavano il francese. Un po’ di francese, almeno. Quindi i miei genitori capivano il francese, sapevano come leggerlo e scriverlo. Mia madre parlava il turco ma non lo aveva studiato. Così quando mio padre era sul fronte dei Dardanelli, vicino ad Istambul, per un periodo abbastanza lungo e in occasione di una importante battaglia, le scriveva lettere in francese. Era una lingua romantica, sull’onda dei romanzi tedeschi, austriaci o russi dell’epoca. Molti anni dopo, dato che queste lettere erano state gelosamente e attentamente conservate da mia madre e costituivano per lei motivo di gioia e orgoglio, ebbi modo di leggerle. Si sarebbero potute trovare in un libro come “Guerra e pace” di Tolstoi: parlavano di amore, di guerra, di vita e di morte. Erano state scritte al suono dei cannoni, con inchiostro nero e una grafia che disegnava le lettere dell’alfabeto con estrema chiarezza. Oggi sono andate perdute a causa dei miei molteplici spostamenti e della disattenzione dei miei anni giovanili.
Io nacqui a Beirut, Libano, perché alla fine della Prima Guerra Mondiale i miei genitori lasciarono la Turchia e si stabilirono a Beirut. Beirut era vicina a Damasco, città natale di mio padre. Nacqui molti anni dopo in un mondo completamente diverso da quello che i miei genitori conoscevano. Gli Alleati avevano occupato e diviso l’Arabia Orientale; i francesi tennero per sé una regione che suddivisero in Siria e Libano. Immediatamente fondarono, in Libano, una serie di scuole gestite da preti, frati e suore francesi.
Così frequentai la scuola di un convento francese e fui educata in francese. I bambini della mia generazione videro un paese governato dai francesi che godevano per loro e la loro lingua e costumi, del prestigio da sempre attribuito al Potere. Studiavamo sugli stessi libri dei ragazzi francesi in Europa, la capitale del mondo sembrava essere Parigi, e imparavamo i nomi di ogni genere di cosa che non avevamo mai visto o sentito: fiumi francesi, montagne francesi, la storia di un popolo dagli occhi azzurri che aveva costruito un impero. Le suore francesi, le cui famiglie avevano appena subito l’invasione delle armate del Kaiser, odiavano i tedeschi e ci trasmisero quest’odio… e così via. In un certo senso respiravamo un’aria in cui sembrava che essere francese significasse essere superiore a chiunque altro, e poiché ovviamente non eravamo francesi, la cosa migliore da farsi era almeno parlare francese. Poco a poco, un’intera generazione di ragazzi e ragazze istruiti si sentì superiore ai ragazzi più poveri che non andavano a scuola e parlavano solo arabo. L’arabo divenne sinonimo di arretratezza e vergogna. Anni dopo seppi che la stessa cosa succedeva in tutto l’impero francese, in Marocco, Algeria, Tunisia, Africa Nera e Indocina.
Il metodo usato per insegnare il francese ai bambini costituiva di per se una specie di condizionamento psicologico contro il quale nessuno fece mai alcuna obiezione, la gente pensava che qualsiasi cosa facessero le suore fosse sempre buona e per il meglio: in tutte le scuole gestite dai francesi alcuni studenti scelti erano incaricati di “spiare” gli altri: chiunque fosse stato scoperto a parlare arabo, in classe o durante la ricreazione, era punito e gli veniva messa una piccola pietra in tasca; parlare arabo era associato alla nozione di peccato. La maggior parte dei ragazzi a casa parlava arabo, ma quando a loro volta diventarono genitori cominciarono a parlare sia in arabo che in francese ai loro figli, o in un miscuglio delle due lingue.
10_mos9Riandando indietro alla mia infanzia: ricordo di aver parlato greco e turco fino ai cinque anni, periodo in cui iniziai la scuola. Il fatto che a scuola parlassi francese, e che in città ci fossero dei residenti francesi – alcuni dei quali nostri vicini con i quali mia madre usava il francese imparato a Smirne nella sua infanzia – fece sì che la nostra famiglia usasse sempre più il francese anche in casa: con gioia di mia madre e riluttanza di mio padre. Anche per questo c’erano valide ragioni: mio padre era un arabo in un paese arabo e parlava arabo quando trattava i suoi affari in città o con i suoi amici. Mia madre, non conoscendo l’arabo, si identificava in qualche modo con i francesi, sebbene non avesse mai pensato che essere greca la rendesse simile a loro. No, lei semplicemente conosceva la loro lingua, in maniera imperfetta, e la usava, e cominciò ad usarla anche con me, unica figlia del suo matrimonio.
Ricordo che mio padre, che era un uomo anziano per la bambina che ero e somigliava più ai nonni degli altri ragazzi, all’improvviso, come quando uno si sveglia da un sogno, cominciò a preoccuparsi e a dire a mia madre cose del tipo: “noi non siamo in Francia e tutto questo parlare francese non va bene. Questa bambina dovrebbe imparare l’arabo”. Lei rispondeva: “Perché non glielo insegni?” e lui restava in silenzio, o diceva qualche parola in arabo, parole che sembravano essere inghiottite dall’intera casa. Quando avevo sei o sette anni ricordo che mio padre aveva una penna stilografica che gli piaceva particolarmente; di tanto in tanto doveva compilare dei documenti amministrativi, e poiché l’arabo era la lingua ufficiale, scriveva, in modo regolare ed elegante, righe e righe in una lingua che per me non era né familiare né estranea. Mi insegnò l’alfabeto arabo, e me lo fece copiare forse un centinaio di volte. Io disegnavo le lettera con impegno.
In seguito, per un po’ di tempo, usò una vecchia grammatica arabo-turca sopravvissuta alla sua vita avventurosa. Era orgoglioso di dirmi che quella era la stessa grammatica arabo-turca che lui aveva usato all’Accademia Militare quando era cadetto: il libro era grosso e stretto, con pagine giallastre, e la copertina era piena di scritte. Su quel libro imparai a declinare verbi e brevi frasi che spiegavano l’uso delle forme verbali. A volte mi annoiavo o mi distraevo; lui mi rimproverava con gentilezza, ma perdeva la pazienza molto presto, e usando mia madre come testimone diceva: “è inutile, è una cosa che dovrebbe fare la scuola, e queste monache sono propagandiste. Tutto è propaganda in questo paese!” Stanco di dare lezioni fuori programma, e forse, e più seriamente, essendo un uomo sconfitto dalla guerra, testimone della fine dell’impero per cui aveva combattuto, era stato ferito e decorato, questo ufficiale ottomano non era un pedagogo: un giorno mi disse di sedermi e copiare il libro di grammatica, pagina dopo pagina: “copia queste lezioni, mi disse, e imparerai l’arabo”.
Ricordo che allora di tanto in tanto (durò un anno, due anni, una sola stagione? Non saprei dire) mi sedevo e copiavo – cioè riproducevo fedelmente, parola dopo parola di cui capivo l’alfabeto, ma raramente il significato – senza mai cercare di capire cosa stessi scrivendo: credo che amassi il solo atto di scrivere cose che non capivo, e fingevo di imparare una lingua senza alcuno sforzo, semplicemente scrivendo. Doveva esserci qualcosa di ipnotico in quegli esercizi perchè molto più tardi, e per diverse ragioni, finii col fare praticamente la stessa cosa. Ma di questo parlerò più avanti.

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Copiare una lingua che non conoscevo non mi fece imparare l’arabo; e vivere in una scuola in cui l’arabo era cosa proibita mi faceva sentire molto sola e volevo smettere. Mio padre mi venne in aiuto senza volerlo; un giorno, forse per la nostalgia dei suoi giorni da studente al War College – ricordo questa cosa molto chiaramente, perché allora dovevo avere circa dieci anni – disse che il futuro del mondo era nelle scienze e specialmente nella chimica, e che quando sarei cresciuta mi avrebbe mandato in Germania a studiare chimica. Fui felice di cominciare a sognare una cosa così straordinaria, o fu solo la scusa ideale per non studiare l’arabo? tutto quello che so è che quando, pochi anni dopo, sotto la pressione del governo, le scuole francesi cominciarono a tenere un corso di arabo per due ore a settimana, io andai dalla Madre Superiora della scuola e le dissi che un giorno sarei andata in Germania a studiare e quindi non avevo bisogno di quel corso. Lei disse che era d’accordo se era quello che i miei genitori volevano. Così presi il corso di latino insieme ai ragazzi francesi di nascita e non andai mai oltre i primi capitoli. La primavera a Beirut ci rendeva irrequieti e l’estate giungeva molto velocemente; studi extra come latino, disegno, cucito e botanica non andarono mai molto lontano con nessuno. E per quanto riguarda il corso di arabo! L’arabo diventò una lingua di seconda classe nel suo stesso paese.
Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale frequentavo la scuola secondaria. Vidi la città di Beirut diventare una città internazionalmente importante. Gli eserciti francesi e britannici avevano i loro quartieri generali e il carattere cosmopolita del luogo scintillava di quello speciale romanticismo a cui ci avevano preparato i film. A una popolazione che includeva comunità di Greci, Italiani, Armeni e Curdi, oltre alla popolazione nativa, si aggiunsero truppe di diverse nazionalità che costituivano l’Esercito Alleato: Australiani, Canadesi, Neozelandesi, Africani, Polacchi liberi. Beirut diventò un microcosmo, un piccolo vortice di guerra e divertimento. Non si vedeva la guerra vera ma gli eserciti che stavano facendo a pezzi il mondo. Per la ragazzina che ero, tutto ciò significava “facce” nuove, “eventi” nuovi, nuove lingue. Diventammo consapevoli dell’“importanza” della lingua inglese e alcune famiglie libanesi che erano abituate ad Alessandria e Il Cairo, che ci avevano vissuto ed erano tornate, rispazzolarono il loro inglese solo per essere nel corso della Storia. L’Università Americana di Beirut, che aveva soprattutto studenti stranieri, cominciò ad incrementare il numero degli studenti libanesi. La città che era stata bilingue diventava ora trilingue. Infatti, quando, circa dieci anni dopo i rifugiati palestinesi vennero in Libano, i più istruiti fra loro conoscevano l’arabo e l’inglese e l’intero quartiere degli affari della città, vicino all’Università Americana, usava l’inglese e non il francese come lingua commerciale.
Le Università creano aree culturali intorno a se stesse e Beirut ruotava intorno a tre Università che rappresentavano tre culture, tre stili di vita, tre opinioni intellettuali, direi tre destini. E, come c’era da aspettarsi, scrittori, riviste letterarie, persino i giornali, seguirono la tendenza. Naturalmente si trattava di una specie di ricchezza, un’apertura sul mondo, un’eccitante diversità. Ma allo stesso tempo tutto ciò, in un paese troppo piccolo per assorbire facilemente un così forte vento di cambiamento e frammentazione culturale, diede origine a sottocorrenti di tensione che sarebbero esplose nella generazione seguente distruggendola.
Poco a poco, in Libano si sviluppò un’intensa vita culturale, ma essa era frammentata nei diversi gruppi linguistici: c’erano importanti poeti (come George Schehadeh) che scrivevano in francese; molti scrivevano ancora in arabo, e c’erano scrittori, poeti e giornalisti che scrivevano in inglese. Per un paese di tre milioni di abitanti un tale fenomeno riduceva considerevolmente i lettori per ciascun gruppo. Era un problema reale. Un poeta o uno scrittore non aveva mai la sensazione di rivolgersi all’intera nazione. Io scrivevo in francese. Cominciai a scrivere all’età di venti anni: era un lungo poema che intitolai “Le livre de la mer, “Il libro del mare”, una poesia che considera le relazioni tra il sole e il mare in una specie di erotismo cosmico. Ma anche in quel caso, in seguito, il fatto che il poema fosse scritto in francese mi pose di fronte a un problema. Di solito il mio lavoro poetico è tradotto in arabo e pubblicato in due o tre delle maggiori riviste letterarie arabe. “Il libro del mare” non è ancora stato tradotto per la semplice ragione che il mare, come sostantivo, in francese, è femminile, e il sole è maschile. In arabo è il contrario: l’intera poesia si sviluppa seguendo la metafora del mare femmina e del sole guerriero, cioè un principio maschile. Così la poesia non solo non è traducibile, ma è, in senso concreto, impensabile in arabo.
All’inizio degli anni Cinquanta, andai a Parigi per studiare filosofia alla Sorbona e scrissi alcune poesie. Alla Citè Universitaire incontrai alcuni studenti americani e dopo un breve soggiorno a Beirut finii a New York, nel gennaio 1955, e pochi mesi dopo a Berkeley, California. Non mi accorgevo che cambiare università non significava semplicemente continuare gli studi da qualche altra parte. Era una totale rivoluzione del proprio modo di pensare, un piccolo terremoto nella vita di uno studente. Passare dalla Sorbona all’Università della California, a Berkeley, nel 1955, era come andare su un altro pianeta. Conoscendo già quattro lingue, più o meno efficientemente, ero consapevole del fatto che la lingua poteva costituire un problema? Davvero, ancora non lo so: quello che so è che arrivai a Berkeley, in un dipartimento di filosofia in un momento in cui le università anglo-sassoni – per rendermi le cose più difficili – erano impegnate principalmente nella linguistica (e, devo aggiungere, logica simbolica). Non avevo pensato che le dieci parole e le cinque frasi di cui disponevo in inglese non erano una preparazione sufficiente per seguire corsi così complessi. Feci del mio meglio; lessi avidamente Time magazine, ascoltai dischi di jazz, e dopo circa sei mesi ero abbastanza integrata – almeno superficialmente – nella vita universitaria americana.
Tuttavia, accadde qualcosa che fu determinante per la mia vita: mi innamorai della lingua americana. Ero eccitata dal modo di parlare inglese dei californiani, dallo stile, dal gergo, dallo slang, delle pubblicazioni americane, dal linguaggio specialistico degli sports americani; ascoltare una partita di baseball o football era come entrare in un mondo segreto. Non so se mi piacessero i giochi nella loro essenza o tutto il linguaggio rituale che li accompagnavano. Ero orgogliosa di descrivere le partite agli amici usando la corretta terminologia. Ero felice di usare le espressioni idiomatiche, capire la parlata dei cowboy e delle piccole città. Sapevo, in americano, cose che non avrei potuto dire in nessuna delle altre lingue che conoscevo, poiché la mia esperienza di quelle altre lingue era limitata, o mi sembrava limitata, o era troppo familiare per mantenere per me il senso della scoperta. Parlare in americano era come risalire il Rio delle Amazzoni, pieno di pericoli, pieno di meraviglie.
All’Università le cose erano diverse. Fu molto dura cercare di provare interesse per i miei nuovi studi; dovevo cambiare direzione a modi di pensare e sentire profondamenti radicati. Ricordo quanto fui sorpresa, o piuttosto scioccata, quando sentii che a uno dei miei colleghi studenti, un giovane yugoslavo, fu rifiutato il tema che aveva proposto per la sua tesi di dottorato. Voleva scrivere su Nietzsche e gli dissero che non era accettabile perché Nietzsche non era un filosofo ma un poeta (le cose sono cambiate dopo la rivoluzione culturale degli anni Sessanta e dubito che oggi quello stesso argomento proposto sarebbe rifiutato). Ma ero tanto più incapace di comprendere la decisione del Dipartimento, dato che consideravo che la filosofia, dopo Holderlin e Heidegger, trovasse la sua massima espressione nella poesia.

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In quei tempi scivevo molto poco perché ero in uno stato di perenne scoperta: un intero nuovo mondo si apriva a me giorno dopo giorno, ed esso includeva la scoperta della Natura come forza, una bellezza seducente, una questione di sogni ad occhi aperti, un’ossessione. Andare in macchina sulle autostrade americane era come scrivere poesie con l’intero corpo. Non rimasi che pochi anni all’Università e non ho mai scritto la mia tesi di dottorato. Trovai lavoro in un piccolo college a Marin County, vicino San Francisco, come insegnante di discipline umanistiche. Ero felice.
Cominciavo qualcosa di nuovo, una nuova esperienza, e la sensazione di una specie di stabilità, una professione con i suoi ritmi, mi riportò il desiderio di scrivere. Mi consideravo ancora di lingua francese, anche se insegnavo in inglese. Ma quando cominciai a pensare seriamente alla poesia e a scrivere di nuovo, scoprii un problema di natura politica. Fu durante la Guerra d’Indipendenza algerina. I quotidiani riportavano regolarmente notizie di algerini uccisi in guerra, o notizie di atrocità che sempre sembravano accompagnare la violenza su larga scala. Divenni improvvisamente, e piuttosto violentamente, consapevole di aver naturalmente e spontaneamente preso posizione, che ero emotivamente partecipe alla guerra, e mi seccava dovermi esprimere in francese. Oggi non ho più queste reazioni violente nei confronti del francese perché il problema si è da tempo risolto. C’è pace tra Algeria e Francia. Allora, le cose erano diverse: l’intero destino arabo sembrava dipendere dall’esito di quel conflitto. Il sogno dell’unità araba era molto sentito, e l’Algeria ne era il simbolo.
Mi accorsi di non poter scrivere liberamente in una lingua che mi faceva confrontare con un conflitto così profondo. Ero turbata in uno dei territori fondamentali della mia vita: il campo della espressione significativa. Qualcosa di abbastanza inatteso risolse il mio problema, una soluzione che era come l’apertura di una finestra laterale, come se una mattina il sole non fosse sorto là dove ci si aspettava, ma là vicino, in un punto diverso dell’orizzonte. A Berkely incontrai una donna che era Capo del Dipartimento di Arte del College. Si chiamava Ann O’Hanlon. Chiacchierammo in mezzo a un viale vicino ai cespugli di rose e quando le dissi che uno dei corsi che avevo seguito era Filosofia dell’arte, mi chiese se dipingevo, e quando dissi “no”, lei chiese come una potesse trattare la filosofia di un argomento che non praticava, e la mia risposta fu, lo ricordo molto chiaramente, che mia madre mi aveva detto che non sapevo disegnare. Lei disse: “E tu ci hai creduto?!”
La fatidica conversazione non solo liberò istantaneamente le mie mani, ma anche, come i pianeti che cambiano orbita, diresse la mia attenzione, e poi le mie stesse energie, verso una nuova forma d’arte che significava un nuovo universo di interessi. Nel tempo libero andavo al Dipartimento di arte e cominciai a dipingere. Capii immediatamente che questo per me significava una nuova lingua e la soluzione al mio dilemma: non avevo più bisogni di scrivere in francese, avrei dipinto in arabo.
Tutto questo accadeva intorno all’anno 1960. Diventai pittrice con furia,. Mi immersi in quella nuova lingua. L’arte astratta era l’equivalente dell’espressione poetica. Non avevo bisogni di appartenere alla lingua di una determinata cultura ma ad una forma di espressione aperta (molti anni dopo, in un viaggio in Marocco, ebbi una conversazione con un pittore marocchino che mi disse che secondo lui il Marocco ha tanti ottimi pittori perché questo è il modo in cui i loro migliori artisti risolvono il problema della lingua, quelli della generazione cresciuta sotto la dominazione della cultura francese). Il mio spirito era libero. Capii che ci si può muovere in diverse direzioni, che la mente a differenza del corpo, può andare simultaneamente in molte dimensioni, che mi muovevo non su piani singoli ma in un mondo mentale sferico, e che quelli che consideriamo essere problemi possono anche essere tensioni, che agiscono in modi molto più misteriosi di quanto possiamo capire. Col passar del tempo, poiché insegnavo in inglese, mi sentii sempre più a mio agio con la nuova lingua che stavo usando. Non usavo una nuova lingua, la vivevo.
Poi ci fu il Vietnam. L’America in Vietnam. Il Vietnam nella psiche americana. La guerra in televisione. Le proteste nelle strade. La rivoluzione culturale che si stava realizzando in America aveva nel Vietnam una delle sue origini, e una delle sue conseguenze fu che la guerra divenne anche un punto di convergenza letterario, un interesse per i poeti e un argomento dinamico. I poeti scrivevano contro la guerra, o piuttosto, combattevano contro la guerra attraverso la poesia.
Un giorno – ero stata particolarmente colpita dalle immagini di guerra in televisione, e mi sentivo stanca e scoraggiata – trovai sul tavolo della sala dei professori, una rivista letteraria che sembrava un giornale piegato in quattro; diceva che era distribuito gratuitamente, e salutava con favore la poesia come azione contro la guerra. Si trattava della S.B. Gazette (S e B stavano per Sausalito e Belvedere, due eleganti piccole città a nord di San Francisco). Tornai a casa, misi un foglio di carta nella macchina da scrivere e, quasi senza fare caso a quello che stavo facendo, scrissi una poesia: “The Ballad of the lonely knight in the present-day America”, e la mandai alla S. B. Gazette. Pochi giorni dopo mi giunse un biglietto scribacchiato a matita su una pagina strappata di un notebook che diceva “poesia molto gradita” e sotto “mandane altre!” ed era firmato “Leon Spiro”. Ero un poeta anche nella lingua inglese!
Scrissi altre poesie, dettate dalle emozioni e dagli eventi, e mi sentii parte di un immenso movimento di poeti americani in un momento in cui la poesia sembrava crescere in quel paese come la musica o l’erba. Un giorno un giornalista chiese a Robert Kennedy, forse per la decima volta, come viveva l’assenza di suo fratello. Bobby Kennedy si mise a piangere e come risposta citò il discorso di Romeo sulla bellezza di Giulietta nella notte. Fui così commossa nel vedere un uomo, in una cultura che nega agli uomini il bisogno di piangere come segno di debolezza, piangere apertamente per la morte del fratello ed esprimere attraverso Shakespeare il suo senso di profonso legame di affetto, che gli scrissi e gli dissi che sarei stata felice se avesse letto la poesia che avevo scritto, la prima, la Ballata. Ricevetti una bellissima risposta in cui mi diceva di essere stato commosso dal testo.
Cominciarono ad arrivarmi richieste di partecipazione a readings o poesie da includere in antologie. Ricevevo lettere da poeti degli Stati Uniti o dall’America Latina inviate solo per condividere idee. Era l’epoca in cui la poesia divenne, per pochi anni, l’unica religione che non aveva dio né dogmi, niente castigo o minacce, nessuna motivazione nascosta o uso commerciale, niente polizia o Vaticano. Si trattava di un’aperta fratellanza per donne, uomini, alberi e montagne.
Avanzavo nella lingua inglese come un esploratore: ogni parola veniva alla luce, le espressioni erano creazioni, gli avverbi immensamente immensi, i verbi frecce scoccate, una semplice preposizione come “dentro” o “fuori” un’avventura! Scrivere era uno sport, le frasi erano come cavalli che aprivano lo spazio con la loro energia, e belli da cavalcare.
ima-copy01I vecchi fantasmi non erano scomparsi. Il Mondo Arabo non era svanito dalle mie preoccupazione. Al contrario. Avevo cominciato a viaggiare, durante l’estate, in Marocco, o Tunisia o in Giordania, Siria, Libano. Feci amicizia con molti poeti arabi che scrivevano in arabo o francese. Poesia e pittura rimanevano separate, ma un giorno decisi di scrivere, o, per essere precisi, copiare poesia in arabo con l’intento di integrare “calligrafia” in uno stile di lavoro con acquerelli ed inchiostri che era contemporaneo, intrapresi un percorso che ancora continuo a percorrere. Trovai dei fogli di carta giapponese piegati, come i vecchi libri di incisioni giapponesi in cui ogni pagina doppia era un’immagine legata, o non legata, a quelle seguenti. Emerse allora qualcosa dalla mia infanzia: il piacere di scrivere, verso dopo verso, frasi arabe che comprendevo in modo parziale: presi poesie dei più importanti poeti arabi e cominciai a “lavorarci”. Non cercai di farmele tradurre, ero soddisfatta dalla strana comprensione che ne avevo: un po’ qui e là, frasi in cui capivo una sola parola chiave; era come guardare attraverso un velo, guardare uno scenario straordinario attraverso uno schermo, come se lo schermo non cancellasse le immagini ma le sfumasse facendole sembrare ancora più misteriose.
Anno dopo anno ho continuato a lavorare su questi lunghi fogli, come rotoli orizzontali, con la mia scrittura imperfetta, consapevole che si trattava dell’opposto della calligrafia classica che era in gioco; era come rileggere l’arte dell’opera di un poeta. Questi lavori sono stati esposti in diverse gallerie negli Stati Uniti e in alcune capitali arabe. Sollevano domande, provocano appassionate discussioni, per lo più sconcertano, si fanno strada in riviste, articoli e saggi critici. Rappresentano per me un confronto, che non mi sarei mai aspettata fino a quando non è accaduto, con i molti fili che costituiscono l’arazzo della mia vita. Mi integravo nel destino culturale degli Arabi per strade molto indirette, e spero che la ricerca non sia ancora finita.
Dove mi trovo ora?
Smisi di insegnare nei primi anni settanta e tornai a Beirut. Lascai gli Stati Uniti all’improvviso. Mi ritrovai in una città che stava vivendo i suoi anni migliori. Mi gettai nel bel mezzo di un vulcano attivo. Era affascinante. Mi trovavo di nuovo in un mondo che parlava francese ed arabo, ma per me per lo più francese, dato che trovai lavoro come direttore delle pagine culturali di un quotidiano di lingua francese fondato da poco. Era bello essere di nuovo nel luogo in cui sembrava si stesse svolgendo la storia araba, andare in vacanza ad Aleppo invece che nelle Sierras, conoscere meglio Il Cairo e Damasco che New York. Era riposante, era eccitante, questo spostamento in un nuovo territorio. Beirut si era sviluppata così velocemente che per me era una città nuova.
Naturalmente, scrivevo in francese, lasciai da parte l’inglese, non avendone affatto bisogno. Ero troppo occupata per fermarmi a riflettere sulle sue conseguenze, su qualsiasi cosiddetta “carriera letteraria”. La letteratura per me non è stata mai una professione, è stata qualcosa per i libri. La mia scrittura era come il mio respiro: qualcosa che facevo.
Una tragica ed orribile guerra scoppiò a Beirut nel 1975. La vita della gente esplose insieme ai palazzi e, come i pezzi degli edifici distrutti, andarono in tutte le direzioni. Alcuni di noi andarono a Parigi. I libanesi che parlavano francese andarono a Parigi. I libanesi che parlavno inglese andarono a Londra o a New York. Alcuni, per lo più per motivi di affari, andarono nei paesi arabi. Io andai a Parigi due anni dopo l’inizio della guerra, non per restarci per sempre, ma in attesa che le cose in Libano si calmassero. Le cose non si calmarono, come tutti sappiamo, andarono di male in peggio, dalla guerra civile all’occupazione. Mentre ero a Parigi, sentii una cosa terribile accaduta in Libano: una donna che conoscevo poco ma di cui avevo grande rispetto fu rapita dalla milizia cristiana, torturata ed uccisa. Non voglio raccontare qui la sua storia, ma solo ribadire che le “ragioni” della sua ordalia non erano moralmente accettabili. Scrissi un libro, un romanzo basato sulla realtà, su quel tragico episodio: “Sitt Marie-Rose” fu scritto e pubblicato a Parigi. In francese.
Per ragioni personali, qualche anno dopo, tornai in California, dato che tornare a Beirut sembrava essere una cosa sempre più difficile. Il giornale col quale lavoravo aveva chiuso. E c’erano da considerare altre difficoltà.
Di nuovo in California. Cosa potevo fare in California se non dipingere e scrivere. Mi accorsi che penso meglio, con un fluire più naturale, quando non sono in lotta con l’ambiente intorno a me. Direi anzi che la mia scrittura è influenzata, o piuttosto cresce, come le piante crescono dal terreno e dall’acqua, dalla terra in cui vivo. Quindi ogni volta che scrivo in America, scrivo in inglese.
Cosa posso dire del fatto che non uso la mia lingua nativa e non ho la sensazione più importante che dovrei avere come scrittore, la sensazione di una comunicazione diretta con il proprio pubblico? È come chiedere che cosa sarei stata se fossi qualcun altro. Non ci sono risposte per tali domande. Queste domande sono come cercare di trattenere fra le mani un’immagine riflessa. C’è un crescente numero di scrittori che usa un linguaggio “internazionale”, come l’inglese, che usa di fatto una lingua diversa dalla propria per ragioni storiche, di esilio o di gusto personale.
Mi sento in esilio? Sì. Ma è passato tanto tempo, è durato così a lungo, che è diventato parte della mia stessa natura, e non posso dire di soffrirne spesso. Ci sono momenti in cui ne sono addirittura felice. Un poeta è, soprattutto, natura umana al suo stadio più puro. Ecco perché un poeta è tanto umano quanto un gatto è un gatto o un ciliegio è un ciliegio. Tutto il resto viene “dopo”. Tutto il resto importa, ma a volte non importa. I poeti sono profondamente radicati nella lingua e trascendono la lingua.
Qualcuno potrebbe alzarsi e chiedermi perché non ho, ad un certo punto della mia vita, imparato l’arabo. È una domanda che a volte mi perseguita. Non voglio accusare il vecchio sistema coloniale (come ha splendidamente fatto Franz Fanon). Non sono, e non lo sono gli scrittori arabi, ad esempio nella situazione degli scrittori neri africani le cui lingue native sono state completamente sradicate sia dall’amministrazione coloniale francese che dai loro stessi governi. Gli scrittori arabi sono totalmente responsabili della lingua che usano.
Ho sempre fatto parte dello qui e ora. Non ho mai usato parte del tempo della mia vita di tutti i giorni per consacrare tutti i miei sforzi per imparare l’arabo come lingua completa. Quando il sole è forte e il mare è blu non riesco a chiudere le finestre e star dentro a “studiare” qualsiasi cosa. Sono una persona del presente perpetuo. Così sono rimasta “fuori”; l’arabo è rimasto un paradiso proibito. Sono sia straniera che nativa della stessa terra, della stessa madre lingua. Questo secolo ci ha detto troppe volte di stare da soli, di tagliare i legami, di non guardare mai indietro, di andare a conquistare la luna: ed è questo quello che ho fatto. Quello che faccio.

(Traduzione di Raffaella Marzano)
Le opere pittoriche sono di Etel Adnan

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adnan_contentspalteEtel Adnan è nata a Beirut, Libano, nel 1925, da padre siriano mussulmano e madre greca cristiana. “Beirut e Damasco” ha detto in una intervista a Margot Badran, “paesaggi della mia infanzia, rappresentavano due poli, due culture, due mondi diversi, ed io li amavo entrambi”. Frequentò una scuola presso un convento cattolico di suore francesi fino ai 16 anni. Lo scoppio della guerra interruppe “i suoi studi e iniziò a lavorare per il French Information Bureau. Tre anni dopo, si iscrisse alla Scuola Superiore di Lettere aperta da poco a Beirut. Insegnò per due anni presso l’Ahliya School for Girls. Nel 1950, andò a Parigi per studiare filosofia alla Sorbona. Cinque anni dopo si trasferì in America dove studiò a Berkeley e Harvard. Fra il 1959 e il 1972, insegnò filosofia al Dominican College a San Rafael, California. La Adnan è poetessa, scrittrice e pittrice. Tornata in Libano nel 1972 ha lavorato come editore letterario del quotidiano di Beirut, L’Orient-Le Jour. Nel 1976 lasciò il Libano. Vive oggi tra Parigi e Sausalito, California. Nei venti anni seguiti alla pubblicazione del suo primo volume di poesie, “Moonshots” (Beirut 1966), la Adnan ha pubblicato libri in inglese e francese di cui due in prosa: “Sitt Marie Rose” (Parigi 1978, tradotto in inglese, tedesco, olandese, arabo e in italiano nel 1979, Edizioni delle donne) e nel 1986 il saggio nella tradizione di Siddharta, “Journey to Mount Tamalpais” (Sausalito 1986). Nel 1985 a Parigi il saggio sull’artigianato in Marocco “L’artisanat créateur au Maroc”. Le sue collezioni di poesie comprendono “Five Senses for One Death” (New York 1971), “Jebu et l’Express Beyrouth-Enfer” (Parigi 1973), “L’Apocalypse Arabe” (Parigi 1980, Sausalito 1989), “Pablo Neruda is a Banana Tree” (Lisbona 1982), “From A to Z” (Sausalito 1982), “The Indian Never Had a Horse and Other poems” (Sausalito 1985), “The Spring flowers own and The manifestations of the Voyage” (Sausalito 1990). Sempre dalla Post-Apollo Press “Paris, When it’s Naked” (1993) e “There” (1997). Inoltre Etel Adnan ha scritto i testi per due documentari di Jocelyn Saab sulla guerra civile in Libano, trasmessi in televisione in Francia, in molti paesi europei e in Giappone; la parte francese dell’opera in più lingue “Civil warS”, di Robert Wilson, prodotta a Parigi e Lione nel 1986; un film (non realizzato) su Calamity Jane in collaborazione con Delphine Seyring. Recentemente è stato realizzato un’opera musicale con le sue “Love poems”. Il suo ultimo libro “In the Heart of the Hearth of Another Country” (2005) è pubblicato dalla City Lights Books di San Francisco.

In Italia ha pubblicato per la Multimedia Edizioni il bellissimo “Viaggio al Monte Tamalpais” e la breve ma intensa biografia “Crescere per essere scrittrice in Libano”, per Jouvence “Ai confini della luna”, per Semar “Apocalisse Araba”. Diverse poesie di Etel Adnan sono state messe in musica, ad esempio da Gavin Bryars (”Adnan Songbook) e da Zad Moultaka (”Nepsis”). Ha anche scritto due opere teatrali: “Comme un arbre de Noël” (sulla guerra del Golfo) e “L’actrice”, che è stata rappresentata a Parigi nel marzo del 1999. È considerata una delle più importanti scrittrici della diaspora araba. È in corso di pubblicazione pressso Multimedia Edizioni il suo “Nel cuore del cuore di un altro paese”.

Etel Adnan in Casa della poesia

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  1. Gordon Poole
    17 marzo 2009 a 9:01 | #1

    Cari amici,
    il saggio di Etel Adnan sulle sue lingue è davvero coinvolgente, esemplare — nella sua personale individualità - di una condizione diffusa, la realtà ormai di masse di persone, della quale lei ragiona con l’intelligenza fanciullesca, da colta puella senex, che è fra le sue caratteristiche più attraenti. Che persona straordinaria! E che bravi voi che la conosceste intuendone l’importanza, e la traduceste in ancora un’altra lingua. Mi ricordo ancora come Etel conquistò i miei studenti anni fa, quando fece una lettura all’IUO. Arrivata a Napoli, la prima domanda che mi fece fu: “Cosa pensano i napoletani del Vesuvio?” - lei, per la quale il rapporto con Mount Tamalpais era una continua ricerca identiaria. La mia risposta allora fu senz’altro madornalmente inadeguata alla pregnanza della domanda, ma non ho mai smesso di pensarci su, e ho anche affrontato l’argomento in qualche articolo e intervento.
    Grazie

  2. 22 aprile 2009 a 13:18 | #2

    Ciao a tutti,

    La conoscenza delle lingue è uno strumento eccezionale in grado di avvicinare popoli e creare relazioni a livello sentimentale e professionale. La mia vita è migliorata tantissimo grazie allo studio ed alla conoscenza delle lingue straniere.
    Ho vissuto in tanti paesi d’ Europa. La mia stessa famiglia è la prova che le differenti culture possono imparare l’ una dall’altra. Imparare una lingua straniera è un’esperienza divertente. All’inizio l’interesse è grande, ma col tempo talvolta l’apprendimento diventa una fatica. Per fortuna ho trovato un corso di lingua molto divertente da http://www.imparare-lingue.eu Li trovate quasi tutte le lingue del mondo – quasi ;-)

    Allegra :)

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