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Poesie come pane (5)

ALBINO PIERROalbino-pierro1
I ‘nnammurète

Si guardaàine citte
e senza fiète
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante.

E tècchete, na vota, come ll’erva
ca tròvese ‘ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paròua,
po n’ata, po cchiù assèi:
schitte ca tutt’i vote
assimigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnèta
ca le sìntise ‘a notte e ca po tòrnete
chiù dèbbua nd’ ‘a iurnèta.

Sempe ca si lassàine
parìne come ll’ombre
ca ièssene allunghète nd’i mascìe;
si sintìne nu frusce, appizutàine
‘a ‘ricchia e si virìne;
e si ‘ampiàite ‘a ‘ùcia si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.

Nu iurne
- nun vi sapéra dice si nd’u munne
facì’ fridde o chiuvìte -
’ssìvite nda na botta
‘a ‘ùcia di menziurne.

Senza ca le sapìne
i ‘nnammurète se tinìne ‘a mèna
e aunìte ci natàine nd’ ‘a rise
ca spànnene i campène d’u paìse.
Nun c’èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìne i sonne d’i vacantìje
cucchète supre ll’erva e ca le vìrene
u cée e na paùmma
casi pàssete ‘nnante.

Avìne arrivète a lu punte iuste:
mo si putìna stinge
si putìna vasè
si putìna ‘ntriccè come nd’u foche
i vampe e com’i pacce
èutìna chiange rire e suspirè;
ma nun fècere nente:
stavìne appapagghiète com’a ‘a niva
rusète d’i muntagne
quanne càlete u sòue e a tutt’i cose
ni scìppite nu lagne.

Chi le sàpete.
Certe si ‘mpauràine
di si scriè tuccànnese cc’u fiète;
i’èrene une cchi ll’ate
‘a mbulla di sapone culurète;
e mbàreche le sapìne
ca dopp’u foche ièssene i lavìne
d’ ‘a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp assèi
lle ‘nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèi.

Mo nun le sacce addù su’,
si su’vive o su’morte,
i ‘nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll’è voste separète.
Nun mbogghia Ddie
ca si fècere zang ‘nmenz’ ‘a via.

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ALBINO PIERRO
Gli innamorati

Si guardavano zitti
e senza fiato
gli innamorati.
Avevan gli occhi fermi
e brillanti,
ma il tempo che passava vuoto
vi ammucchiava il buio
e i tremiti del pianto.

Ed ecco, una volta, come l’erba
che si trova incastrata dentro un muro,
nacqua una parola,
poi un’altra, poi più assai:
solo che tutte le volte
la voce somigliava
a una cosa sognata
che la senti di notte e che poi torna
più debole durante la giornata.

Sempre che si lasciassero
sembravano come le ombre
che si allungano nelle magie;
se sentivano un rumore, aguzzavano
le orecchie e si vedevano;
e se lampeggiava la luce si trovavano
faccia a faccia nel rosso dei mattini.

Un giorno
- non saprei dirvi se nel mondo
facesse freddo o piovesse -
uscì tutt’a un tratto
la luce di mezzogiorno.

Senza che lo sapessero
gli innamorati si tenevano per mano
e nuotavano insieme nel sorriso
che le campane del paese spandono.
Non c’erano più angosce;
si sentivano più lievi di un santo,
facevano i sogni delle giovinette
coricate sull’erba e che vedono
il cielo e una colomba
che gli passa davanti.

Erano giunti proprio al punto giusto:
ora si potevano stringere
si potevan baciare
si potevano unir come nel fuoco
le vampe e come i pazzi
piangere ridere e sospirare;
ma non fecero niente:
se ne stavano assorti come la neve
rosata delle montagne
quando il sole tramonta e ad ogni cosa
strappa un lamento.

Chi lo sa!
Senza dubbio temevano
di sparire toccandosi col fiato:
eran l’uno per l’altro
la bolla di sapone colorata;
e forse lo sapevano
che dopo il fuoco scorrono torrenti
di cenere e che i pazzi
se gridano troppo
li chiudono per sempre dove nessuno
oserebbe entrar mai.

Ora non so dove sono,
se son vivi o son morti,
gli innamorati;
non so se camminano insieme
o se il demonio li abbia separati.
Non voglia Iddio
sian divenuti fango nella via.

(Traduzione a cura dell’autore)


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albino-pierro1Albino Pierro, nacque a Tursi, in provincia di Matera, il 19 novembre 1916. La sua infanzia fu segnata dalla prematura scomparsa della madre, morta poco più che trentenne quando il poeta aveva solo pochi mesi: un’esperienza traumatica che lo turberà in modo duraturo e irreversibile, e di cui vi è una nobile e malinconica traccia nella sua poesia. Trascorse la giovinezza in varie città italiane: Taranto, Salerno, Sulmona, Udine, Novara, e infine Roma, dove ha sempre vissuto a partire dal 1939 e dove si laureò nel 1944, dopo una carriera scolastica piuttosto disordinata. Alla professione (era docente di storia e filosofia nei licei della capitale) alternò sempre il “mestiere di poeta” e nel 1959, dopo una serie di raccolte in lingua, cominciò a scrivere in tursitano, l’arcaico idioma della sua infanzia, che non aveva ancora conosciuto alcun tipo di trascrizione letteraria. Pierro, senza alcuna tradizione alle spalle, ne esaltò magistralmente le risorse foniche e simoboliche, tanto da attirare l’attenzione e guadagnarsi la stima di studiosi del calibro di Contini, Folena, Marti, Migliorini, Petrocchi, per citarne alcuni. Proprio per la sua opera dialettale, più volte fu candidato al Premio Nobel per la letteratura (le maggiori chances le ebbe nel 1990). Nel 1992 ricevette la laurea honoris causa dall’Università degli Studi di Basilicata, che in tal modo intese rendere omaggio “all’interprete di una condizione esistenziale che fa corpo tutt’uno con l’anima antica della civiltà lucana”. È morto a Roma il 23 marzo 1995, lasciando tutti i suoi averi al Comune di Tursi. Grazie a tale lascito è stato istituito un premio per il miglior poeta italiano che si esprima in dialetto.

  1. Vincenzo Esposito
    15 febbraio 2009 a 19:58 | #1

    In comune fra me e Albino Pierro sta appunto uno stato di “passione”, da cui poi ciascuno ha tratto cose diversissime, liberandosene: e non importa se la liberazione che ne è conseguita è stata per me opera di scienza e per lui opera di poesia.

    Così scriveva Ernesto de Martino nel 1959, introducendo la raccolta di poesie intitolata “Il mio villaggio”, di Albino Pierro. E così continuava:

    Questo incontro tra me e Pierro, fra un poeta e un etnologo, racchiude, credo, un insegnamento che merita di non andare disperso, in un’epoca in cui il reale “incontrarsi” è diventato così raro, così faticoso, malgrado le folle delle metropoli. E’ un insegnamento semplice, ma importante, anzi decisivo: ed è che alla base della vita culturale del nostro tempo sta l’esigenza di ricordare una “patria” e di mediare, attraverso la concreteza di questa esperienza, il proprio rapporto col “mondo”.

    Cinquant’ anni dopo, l’amore, la cura (I care) per gli uomini e le cose “reali”: il dolore, la gioia, la vita, la morte, possono essere pensate e interpretate anche attraverso la poesia così come attraverso la ricerca scientifica o qualsiasi altro impegno critico e riflessivo che ci coinvolga e ci metta in discussione, perché questo è ciò che fanno tanto la letteratura e la poesia quanto lo studio e l’impegno “antropologico” -
    Cinquant’anni dopo, l’amore e la cura (I care) per gli uomini e le cose “reali”: il dolore, la gioia, la vita, la morte, ecc. sono i soli in grado di salvare la nostra presenza intesa - così diceva Ernesto de Martino - come centro di decisione e di scelta. Ovvero di libertà.
    Incontriamoci sul serio con gli altri e con le loro ragioni; non permettiamo che gli innamorati cantati da Pierro divengano zang ‘nmenz’ ‘a via. Mai.

  2. Mario Mastrangelo
    22 febbraio 2009 a 13:01 | #2

    Splendida poesia questa degli innamorati di A.Pierro, da gustare - non è difficile - anche nella versione dialettale, per le sonorità che vi si trovano e per il gioco di rime che scompare nella traduzione. Il linguaggio è denso di belle metafore, di suadenti traslati che portano questo dialetto ad essere pari all’elaborazione stilistica della poesia in lingua. Efficace la narrazione di una storia d’amore, dal suo timido incipit, ad una conclusione che è ignota, che rischia di mischiare le figure dei due giovani amanti con il fango della strada. Delicatissima la metafora delle bolle di sapone che rischiano di scoppiare. Poesia veramente bella.
    Grazie per aver avviato un’ iniziativa che farà conoscere le sugestioni della grande poesia in dialetto.
    Mario Mastrangelo

  3. Felice
    9 febbraio 2010 a 22:17 | #3

    Concordo pienamente con le considerazioni fatte sul testo di Pierro. E’ una vera perla, e come tale va custodito dalle anime sensibili nel fondo del proprio cuore. E’ bello calarsi nella tenerezza dei versi e sentirsi confortati dall’anelito di libertà che emanano. Ringrazio e apprezzo moltissimo l’iniziativa di diffondere la poesia dialettale!

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