La lettera - Il racconto
Aprile 20, 2008
Ho raccontato molte volta la storia di cui parlo anche qui, a tavoli di caffé e fra amici e compagni oppure nelle loro case, ma ho sempre esitato a metterla per iscritto per paura che si prestasse ad una inutile dimostrazione di auto-importanza da parte mia. Ora, a 68 anni, e con la pubblicazione da parte di City Lights (San Francisco) di una scelte delle mie poesie degli ultimi 50 anni, Front Lines, — in cui è inclusa una poesia in memoria di Ernest Hemingway, che compare alla fine di questo racconto, insieme alla lettera, — su suggerimento del mio editore italiano, Sergio Iagulli, della Multimedia Edizioni, racconterò la storia “on-line”. Lo faccio in questo modo anche perché la storia coinvolge un periodo in cui la macchina da scrivere era il principale strumento di lavoro di uno scrittore, e in cui, nel mondo del giornalismo, il ticchettio rumoroso delle telescriventi non era lontano.
Nel 1952, di giorno studiavo al City College (CCNY) ad Harlem: Letteratura, Latino (l’anno seguente il greco). Avevo già letto tutti i racconti di Hemingway, così come le cronache della Guerra Civile spagnola che erano state pubblicate sulla rivista “Esquire”, e il romanzo relativo alla stessa guerra, “Per chi suona la campana”. Adoravo Hemingway come scrittore, per una quantità di motivi:
Prima di tutto, a 16 anni, avevo già lavorato come reporter per “The Bronx Times”, e il mondo del giornalismo era quello che volevo. Quel giornale era stato costretto a chiudere un paio di anni prima. La Commissione Kefauver di inchiesta sulla criminalità era venuta a New York ed aveva denunciato che il giornale era una copertura di una agenzia di allibratori che gestiva un centralino per e da la Yonkers Raceway, un centralino allocato in nell’altra stanza delle due che costituivano il nostro ufficio.
In effetti io e l’editore, Al Wahnon, mettevamo insieme le dodici pagine settimanali indipendentemente dai due tizi che venivano ogni giorno nell’altra stanza per passare i risultati delle corse agli scommettitori. Avevo 16 anni e avevo un tesserino stampa che mi consentiva l’ingresso a bordo ring agli incontri di boxe, a dire il vero mi consentiva di visitare anche i luoghi dei crimini. Guadagnavo 5 dollari alla settimana lavorando tre ore ogni giorno dopo la scuola, e tutto il sabato. Non erano molti soldi ma ero in paradiso. Inutile dire che quando venne fuori la faccenda tra l’editore del giornale (la famiglia Martinelli, proprietaria del “Yonkers Daily Times”) e la Kefauver Commission, fui felice di non dover comparire davanti alla Commissione. Nessuno fu imprigionato. Ma il giornale dovette essere liquidato.
Quando il giornale chiuse, ottenni un lavoro di un giorno alla settimana per scrivere buona parte delle due pagine di sport per “The Bronx Press-Review”, un altro settimanale del Bronx. A quel tempo avevo cominciato il college – il primo anno alla Long Island University, che, dopo la Columbia, si diceva avesse il miglior dipartimento di giornalismo nell’area di New York, ma anche perché non avevo né i soldi né voti abbastanza alti per andare alla Columbia.
Inoltre ottenni un lavoro come copiatore**** nel turno di notte all’Associated Press a Manhattan. Mi dirigevo lì dopo le lezioni alla LIU (e poi alla CCNY, alla quale mi trasferii nel 1952, quando mi fu chiaro che era la letteratura e non il giornalismo il campo di disciplina che davvero mi interessava).
I giorni di Hemingway come reporter al “Kansas City Star”, e il suo sviluppo come grande artigiano dell’arte dello scrivere, in quei giorni erano spiritualmente con me. Inoltre, avevo anche scoperto, nella biblioteca della CCNY, la Active Anthology, curata da Ezra Pound. In essa, Hemingway era presente con un gruppo di poesie, e la cosa che più mi colpì di quelle poesie era che, fra la cosiddetta “generazione perduta” di ex-patrioti fra le guerre, Hemingway aveva scritto forse le poesie più direttamente anti-fasciste di tutto quel gruppo sperimentale. Pound, che non aveva ancora completamente abbracciato il fascismo, le aveva pubblicate, non solo per amicizia, credo, ma per un’evidente franchezza nella loro composizione. E poiché il mio viaggio nella letteratura non era disgiunto da un sempre più profondo sentimento anti-fascista (ero da lungo tempo lettore del “Daily Compass” e anche del “Daily Worker”), Hemingway si profilava non solo come una guida come reporter ma come una figura di integrità sia letteraria che politica.
Non era quindi sorprendente che le storie che scrivevo in qui tempi, in cui ero piuttosto influenzabile, fossero in imitazione dello stile di Hemingway. Il sorprendente fu che, dopo aver messo uno dei miei racconti in una busta, insieme a una lettera in cui descrivevo la mia esperienza giornalistica giovanile, ed averlo spedito a Cuba a Hemingway, un mese dopo ricevetti la sua risposta!
Quella sera mostrai la lettera ad Herb Barker.
Herb Barker era il Redattore Capo all’Associated Press di notte, dove andai a lavorare come copiatore. Era un bell’uomo, forte che in realtà somigliava un po’ ad Hemingway; aveva un forte carisma, prendeva il comando quando le notizie cominciavano ad arrivare sulle linee nell’enorme ufficio di New York che rimbombava del rumore di macchine da scrivere e telescriventi. Teneva in riga tutti gli altri redattori e allo stesso tempo era paternamente fraterno. Io, lontano da casa, lo consideravo come il mio primo padre spirituale.
Dato il mio crescente interesse per la letteratura, campo che lui conosceva bene, ed era un fan di un poco conosciuto scrittore virginiano della decadenza sudista, James Branch Cabell, ma anche di Hemingway e Thomas Wolfe, fui preso sotto le ali benevole di Herb quando arrivavo alla sua scrivania, portando tra le dita le strisce di carta strappate dalle telescriventi e che era mio compito infilzare sui chiodi verticali, di cui tutte le scrivanie erano provviste, in modo che i redattori avessero continuo accesso alle notizie del giorno. Alla scrivania di Herb mi era concesso di sedermi e parlare di letteratura ogni volta per qualche minuto.
Quando gli mostrai la lettera di Hemingway, gli occhi quasi stentarono a crederci. Era profondamente sorpreso. Pare che Hemingway non fosse noto per l’abitudine di scrivere a giovani scrittori. Mi chiese se potevo fargli una copia della lettera e, naturalmente, lo feci.
Un anno dopo, quando avemmo la notizia che Hemingway era precipitato con il suo aereo in Africa, Herb mi si avvicinò. “Senti, Jack, non voglio essere crudele, ma se Hemingway dovesse morire (in quel momento non conoscevamo ancora la sua sorte), potremmo passare la tua lettera alla telescrivente? Sarebbe un bell’omaggio nei suoi confronti.”
Gli risposi, Certo.
Fortunatamente Hemingway non morì.
L’anno seguente, lasciai New York per un posto di studente-insegnante all’Indiana University a Bloomington. Ci rimasi per quattro anni,e poi ottenni un posto di due anni come istruttore al Dartmouth College nel New Hampshire. Nel frattempo mi ero sposato e mia moglie Ruth aveva dato alla luce mio figlio David e mia figlia Celia. Il mio contratto al Dartmouth sarebbe scaduto nel luglio 1961, e avevo ricevuto un’offerta per insegnare alla UCLA, sull’altra costa del paese.
Eravamo molto in ansia quella primavera perché non avevamo i soldi necessari per attraversare tutti gli Stati Uniti. Poi, in aprile, ricevetti una telefonata dalla Lilly Library della Indiana University, dove mi ero laureato e avevo preso il Master: la Biblioteca stava organizzando un archivio di Letteratura Americana; avevano avuto notizia della lettera che in passato avevo ricevuto da Ernest Hemingway e volevano acquistarla per la loro collezione.
Mi accordai per vendere la lettera per $500, dopo naturalmente averne fatto una copia, e con i soldi comprai una Pontiac station wagon tutta ammaccata ma solida per il nostro viaggio attraverso gli States.
Dopo aver lasciato il Parco Nazionale di Yellowstone quell’estate del 1961, mentre eravamo diretti a ovest, attraversammo la parte più a nord dell’Idaho per andare verso Seattle dove andavamo a trovare Victor Erlich, lo studioso russo che avevo conosciuto in Indiana e con il quale avevo adattato, in americano, le poesie futuriste di Majakovsky (adattate, nel senso che Victor aveva tradotto le poesie alla lettera – all’epoca non conoscevo il russo – e io le trasformai nei ritmi americani).
Eravamo passati a nord di Ketchum, Idaho e andavamo verso ovest quando la radio annunciò che Hemingway si era ucciso.
Il dolore che provai era misto a un senso di acuta ironia, persino di colpa. Stavo guidando la macchina che, in effetti, era stata acquistata dalla lettera di Hemingway; ed eccomi qui, stavo passando proprio a nord di dove lui stava e lui si era ucciso. Dovetti darmi un bel da fare per non personalizzare la sincronicità, cioè a non colpevolizzarmiper aver venduto lettera, come se la vendita avesse avuto a che fare col suo farla finita con la vita.
Quando arrivammo a casa di Victor, un giorno e mezzo dopo, mi disse che alcuni reporter mi avevano cercato. In un primo momento non misi in collegamento la cosa con la lettera; infatti nella mia giovanile ingenuità, avevo pensata a tutt’altra cosa: qualche mese prima avevo pubblicato il mio primo libro di poesie, A Correspondence of Americans, e ridendo avevo detto a mia moglie che le cose letterarie erano molto diverse nella West Coast, riferendomi al fatto che i reporter erano venuti a cercarmi.
Stupida presunzione!
La verità era che, dopo la morte di Hemingway, i giornali di tutto il paese avevano pubblicato la sua lettera indirizzata a me. Apparentemente, quando la tragedia era esplosa, Herb Barker dell’Associated Press, aveva chiesto al mio buon amico, Jim Moran, se pensava che mi sarebbe spiaciuto che usasse la lettera, e Jim gli aveva dato il suo assenso. Così Herb l’aveva passata alla telescrivente, il che significò che la lettera comparve immediatamente negli uffici della maggior parte dei giornali.
I reporter erano andati alla casa di Victor a Seattle perché pare che Jim avesse detto a Herb che io stavo insegnando a Datmouth, ma quando avevano telefonato lì, avevano detto loro che ero partito per la California, e qualcuno doveva aver detto che sarei passato da Seattle prima di andare verso sud.
La lettera, per quanto io sappia, non è mai stata pubblicata fra le lettere di Hemingway, e per una ragione che non conosco, visto che era disponibile nella collezione dell’Indiana. O forse perché sconvolge molti degli stupidi stereotipi su Hemingway che sembrano abbondare. L’estrema umiltà dell’uomo, la sua premurosa attenzione, lo humour, la tenerezza e la saggezza sulla capacità di scrivere sono esempi superbi di una persona che era lontana dall’essere il macho superficiale che veniva spesso descritto.
Qualsiasi essere umano ricevendo una lettera come quella la riterrebbe un tesoro di sentimenti, e sarebbe meno umano se non lo facesse.
Concludo con la lettera e con la prima poesia che scrissi sulla West Coast, che è un tributo a lui. Nella poesia, poiché volevo associare la sua morte alla “fine” degli States, specialmente alla California, faccio sembrare che avessi appreso la notizia della sua morte in California. Ma forse la verità di quella inquietante ironia geografica descritta sopra emergerà in ogni caso.

Commenti
Hai qualcosa da dire?
Devi essere registrato per scrivere un commento.