Neanche il Papa poté - Martin Matz
Aprile 17, 2008
“Il tempo aspetta, una linea a volte ricoperta di muschio tra novembre e il mare. Il tempo aspetta, per me solo. Passando lentamente da un suono di basso e solitudine al neon, al dolore delle due del pomeriggio di caldo verde sulla montagna. Il tempo aspetta, e da qualche parte, oltre Mexico City Blues; due cuori come uccelli si muovono battendo da sogno a sogno. Cercando un campo di musica; nell’irrequieto palmo dell’eternità”.
Questo è un racconto di galera. Una storia vera sui miei anni passati in una prigione messicana, e sulle persone che erano rinchiuse con me.
Non si trattava dei felini killer dalle grandi zanne dei tropici, né di mortali crotali che scivolano silenziosi nell’ombra della giungla; ma solo di piccoli bastardi senza denti a cui qualcuno aveva dato la caccia e qualcun’altro aveva incatenato, che abbaiavano alle ombre e alla pioggia d’estate.
Il truffato, il torturato, lo stupido e il furbo, lo storpio e lo scaltro, autori di imprese insignificanti che provenivano da un paese di camere ammobiliate, venivano da vicoli di bidoni di immondizia vecchi come il tempo; comprare un po’, per vendere un po’ o rubare un po’ sotto insegne al neon e macchinari puzzolenti. Le loro vite erano trascorse nei quartieri malfamati le cui frontiere non oltrepassavano mai le finestre con cartelli di affittasi persone di passaggio. Camere per dormire. Poca manutenzione; dove attraverso un grosso registro con migliaia di nomi, tutti Miss Smith o Mr Jones, l’impiegato che solleva la penna ti dice con lo sguardo, capo, dammi un nome falso è meglio per tutti e due.
Emergevano dalle tante pareti verdi e dalle tante anticamere gelide che portano le ombre di arredi di un’altra epoca. Quel deprimente sordo verde come dei dollari, proprio il colore del dubbio; dove ogni letto che dai in affitto fa di te un accessorio del losco passato di qualcun’altro.
Si trascinavano con disinvoltura attraverso i loro incubi part-time in una sedicente luce del giorno non meno terribile di tutti i loro sogni. I loro nomi erano i nomi di popoli blu notte e raramente si stendevano per riposare.
I loro crimini erano malattia, pigrizia, esuberanza, noia, e mala sorte. Erano quelli che non erano riusciti a legarsi a tribunali, pubblici ministeri o polizia. Persino una piccolissima pietra era grande abbastanza da farli inciampare e quando cadevano, cadevano fino in fondo. Cadevano fino in fondo e non si rialzavano mai più. Se la vita è una passeggiata che si misura in centimetri, loro la rendevano a metri.
Amanti, drogati, cimici in volo, i truffati, i mutilati, i torturati, gli orribilmente caduti, e i furbi. Tutti quelli che non sono legati a nessuno, e per i quali nessuno prega. Quelli che il difensore d’ufficio difende dicendo, “Vostro onore, quest’uomo ha avuto la sua occasione.”
Chiunque abbia mai incontrato Billy Joe Smith concorderebbe senza esitazione che non fosse l’uomo più brillante mai nato in Texas, ma era sveglio abbastanza da sapere che non gli piaceva essere rinchiuso in una prigione messicana. Potrà essere stato ottuso, ma lui pensava di essere scaltro e sapeva in fondo alle viscere che nessuno sporco messicano aveva il diritto di trattenere in prigione un buon vecchio ragazzo Battista di lingua inglese come lui. Dio non avrebbe mai approvato e nessun nativo texano avrebbe tollerato una tale perversione della legge di natura. Così Billy Joe immaginava che se avesse fatto conoscere il suo caso alle persone giuste sarebbe uscito in un battibaleno. Far conoscere il suo caso significava scrivere lettere, e poiché Billy Joe non era pigro, aveva la vera etica del lavoro americana, non gli dispiaceva scrivere tantissime lettere. Accadde dunque che le persone giuste finirono per essere tutte quelle che gli riuscì di pensare. Scrisse a deputati, preti, Senatori, capi di polizia, pompieri, sindacati dei netturbini, avvocati, il Re del Nepal, Ambasciate straniere inclusa l’Ambasciata Russa, scrisse persino al Papa, senza dubbio l’uomo più influente del mondo nella Repubblica Messicana. Quasi nessuno si prese il disturbo di rispondere alle sue lettere sebbene ricevette una risposta dall’accalappiacani di Lizard Shit, Arizona. Sfortunatamente quel degno gentiluomo non sembrava avere abbastanza influenza politica da smuovere il Governo Messicano. Cominciò a disperarsi. Avrebbe voluto scrivere a Madame Blavatsky nel paradiso della teosofia, ma non sapeva la grafia del nome. Mi dissero che aveva scritto tre lettere a Dio, il cui nome sapeva scrivere, ma non sono sicuro che avesse l’indirizzo giusto. Bene, attraverso le lettere di Billy Joe, il resto dell’America seppe la verità, ma la verità non ci rese liberi. Una domenica, esattamente 2 anni, 9 mesi e 16 giorni dopo aver mandato una lettera al Santo Padre, chiedendogli di intercedere per lui, Billy Joe ricevette una visita. Due Suore Carmelitane, Sorelle di Misericordia, vennero a trovarlo. Gli diedero una banana split liquefatta come regalo e gli mostrarono una lettera su carta intestata del Vaticano che chiedeva alle buone sorelle di informare Billy Joe Smith che il Papa non poteva aiutarlo. Completata la loro missione non ebbero più nulla da aggiungere e incapaci di offrirgli conforto, fuggivano dalla sua presenza, lasciando solo quella triste banana split come consolazione.
La notizia della visita delle suore a Billy Joe, e la risposta del Papa alla lettera divampò come un incendio fra gli americani. In meno di un’ora tutti i 134 cittadini degli Stati Uniti imprigionati seppero quel che il Papa aveva detto. Così in un istante Billy Joe Smith divenne direttamente responsabile della morte di ogni speranza nei nostri cuori e nelle nostre anime. Neanche i più ostinati ottimisti poterono più nutrire alcuna illusione su un prossimo rilascio. L’unica via d’uscita per un gringo era morire o scontare ogni singolo giorno della sua condanna. Fummo annientati dalla realtà, e senza eccezione comprendemmo la verità. Se, nella più cattolica delle nazioni, il Papa non poteva aiutare Billy Joe Smith eravamo tutti completamente fottuti.
In memoria di Herbert Huncke

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