Intervista a Martin Matz - M. De Feo
Aprile 17, 2008
Fino a pochi mesi praticamente sconosciuto in Italia, dopo i reading al festival della poesia di Cagliari nel luglio scorso, e a quello di Napoli all’inizio di settembre, Martin Matz sta conoscendo una inaspettata - da parte sua - popolarità: «La gente in Italia ha risposto in modo meraviglioso alle mie poesie- dice - meglio che in qualsiasi altra parte. Mi piace».
Il 22 ottobre sarà possibile ascoltarlo alla Casa della Poesia di Baronissi (Salerno, info: 089/951621). Lo abbiamo incontrato a Roma per farci raccontare un po’ della sua vita tutt’ora «on the road».
.
Perché ti stupisce tanto la reazione del pubblico in Italia alle tue poesie?
Ho sempre ricevuto una buona accoglienza anche negli Stati Uniti, ma là non ho mai visto tanto pubblico, la folla, la pubblicità, non c’è lo stesso entusiasmo, figurati che a Napoli addirittura venivano a chiedere il mio fottuto autografo!! Chiedevano di farsi fotografare con me!
E a Londra nell’84, quando hai letto le tue poesie con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti nell’Albert Hall?
Là c’erano 26.000 persone, e mi hanno tributato un grande applauso, ma poi nessuno è corso a chiedermi un autografo o cose del genere. In Italia la gente è diversa…nell’Albert Hall nessuno mi baciava sulle guance
A Napoli sul palco indossavi lo stesso vestito che avevi a Cagliari…
Sono diventato superstizioso. In Sardegna era andata così bene che non ho voluto cambiare. E’ un vestito africano, me l’ha regalato un amico.
Sei nato a New York?
Sì, a Brooklyn, nel 1934.
C’erano molti italiani a quell’epoca?
Oh certo, Brooklyn era pieno di italiani ed ebrei. La strada dove vivevo era abitata per metà da italiani e per metà da ebrei. Era veramente divertente, c’erano delle bande, delle bande di strada, ma non italiani contro ebrei, era la strada in cui vivevi contro quelli della strada vicina. Non era una cosa seria, niente a che spartire con le gang che ci stanno adesso. Non ci si uccideva, ci sparavamo contro con fucili di legno, in pratica delle fionde. Nulla di veramente pericoloso… sono rimasto a New York fino a 11 anni, poi mio padre è morto, fabbricava guanti, mi portava alle riunioni dei socialisti, dei comunisti, ai musei, ai concerti…mia madre si è risposata e ci siamo trasferiti a Omaha, in Nebraska, un posto terribile, terribile per me che venivo da New York. Era una piccola cittadina con gente piena di pregiudizi. Non avevo nulla in comune con i miei compagni di scuola, non riuscivo a coinvolgermi in nessuna delle loro attività, e per un po’ mi convinsi che in me ci fosse qualcosa di sbagliato, e questo durò fino a quando finii il servizio militare e tornai a New York, nel Greenwich Village, dove con i primi spinelli realizzai che non ero io ad essere «sbagliato», ma quei fottuti di Omaha.
Dove hai fatto il servizio militare?
Erano i tempi della guerra in Corea…e l’ultima cosa che desideravo era andare a combattere, così un giorno quando nel mio reparto hanno chiesto se c’era qualcuno bravo con gli sci e ad arrampicarsi sulle montagne, mi sono subito fatto avanti. Naturalmente non sapevo nulla di sci e montagne, ma poi sono diventato un esperto. Mi mandarono a Colorado Springs per 18 mesi, a Camp Carson, d’inverno. Là mi addestrarono per un anno, poi mi ruppi la schiena in un incidente con una jeep, e così non sono mai andato in Corea. Continuo a ricevere una piccola pensione per quell’incidente alla schiena, non è abbastanza per vivere negli Stati Uniti, ma mi basta per stare in Messico.
E dopo il militare?
Nel ‘56 sono andato a San Francisco, avevo il nome di una persona, Bob Kaufmann, e appena arrivato lo incontrai a North Beach, un posto pieno di teatri e artisti che sarebbero poi diventati famosi come Kerouac, Cassady, Corso e gli altri beat. Bob Kaufmann era un mio grande amico, scriveva poesia sulle buste del pane, seduto per terra…era sposato con una donna bianca e i poliziotti di San Francisco - a quel tempo molto razzisti - ogni volta che lo incontravano lo picchiavano. A New York lo misero dentro, gli fecero l’elettroshock…quando l’ho conosciuto era un uomo pieno di allegria, brillante, spiritoso, pieno di spirito, lo ridussero a un guscio vuoto, una persona che camminava per strada parlando da solo. Quando parlava con me riusciva a ricordarsi le cose che erano successe molti anni prima, ma magari non si ricordava più quello che aveva fatto poco prima o il giorno precedente. Ha continuato comunque a scrivere poesie, bellissime, ma spesso erano poesie orali, che solo in seguito sua moglie ha messo su carta. E’ morto nell’86 per un enfisema, problemi respiratori…
Quando ti sei trasferito in Messico?
L’anno successivo, nel ‘57, sono partito per il Messico e ci sono rimasto fino al ‘78, tornando solo saltuariamente negli Stati Uniti. Ma ho viaggiato anche a lungo nei paesi dell’America del sud, due anni e mezzo in Perù, a Cuzco, poi otto-nove mesi in Colombia, per breve tempo in Bolivia, Ecuador, Brasile…ero in Cile proprio nei giorni che precedettero il golpe, e dopo che Allende è stato ucciso, con Pinochet al potere, non ci sono mai più voluto tornare. Il Cile mi piaceva, prima di Pinochet veramente mi piaceva, era un posto speciale.
Sono stato in Spagna quando c’era Franco, e su tutti i palazzi, le monete, dappertutto c’era scritto «Por dios, y la patria y el generalissimo Francisco Franco» …merda! (ride).
Mio zio Benjamin Matz era stato in Spagna durante la guerra civile, in una brigata internazionale, contro i fascisti. Stava nel movimento operaio e in quello comunista negli anni ‘30, al tempo della Grande Depressione. Era trotzkista come mio padre, non seguace di Stalin, e andò fino a Città del Messico per vedere Trotzkji in esilio, prima che fosse ucciso.
Le migliori righe che ho mai letto a proposito di ogni guerra sono quelle della Pasionaria, in Spagna - «è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio» - che grandi righe! E quanto vere.
Sono stato veramente contento quando Franco è morto. Mussolini era stato ucciso in Italia, Hitler si era suicidato in Germania, ma quel fottuto di Franco continuava a restare aggrappato alla Spagna.
Che effetto ti fa quando torni negli Stati Uniti?
Ogni volta che ci torno è peggio. Non mi piacciono gli Stati Uniti. Mi piace tanta gente, ho tanti buoni amici che vivono là, ma il Paese veramente lo odio, sono pazzi, fascisti…Hitler è morto nel 1945 e si è detto che aveva vinto la democrazia, ma è la filosofia del fascismo quella che comanda oggi. Viviamo in un mondo fascista, la filosofia di Hitler è viva e vegeta negli Stati Uniti. Forse non allo stesso livello…non si uccide tanta gente come faceva Hitler nei forni, ma la filosofia di Hitler è in ottima salute negli Stati Uniti. Non voglio vivere lì. Si dice che è la terra della libertà, ma per me è la terra della polizia.
Sei stato anche in Oriente?
Per otto anni, dal 1987 al 1995, per lo più in Thailandia, a Chaing Mai, la seconda città del paese dopo Bangkok, ma ho vissuto anche per due anni e mezzo a Bang Nong Moi, un piccolo villaggio cinese a nord, tra le montagne, dove un sacco di gente coltivava papaveri da oppio e tutti lo fumavano.
E poi in India, Birmania, Malesia, Cina, per un po’ in Giappone - costa troppo - in Nepal, due volte in Tibet, a Lhasa. Il paese che mi piace di più è la Birmania, ma ha il peggior governo…sono come Saddam Hussein in Iraq, terribili..
Ricevo una pensione molto piccola…quando mia moglie ha ereditato, dopo la morte di sua madre, ci siamo trovati con un sacco di soldi - 400.000 dollari - e li abbiamo spesi in otto anni viaggiando attraverso l’Oriente. Ce la passavamo veramente bene.
Sei uno scrittore prolifico?
No, posso stare anche molto tempo senza scrivere niente, ma ho casse e casse piene di cose che ho scritto.
Hai pubblicato dei libri?
Si, ma non tanti, quattro libri. Nessun editore mi ha mai voluto pubblicare e allora me li sono pubblicati da solo. Uno contiene solo tre poesie.
Come scrivi?
In genere è la poesia che fluisce attraverso di me. Negli ultimi anni ho provato a fare così: aspetto di trovare una riga che mi piace e poi parto da quella per svolgimenti diversi, così dalla stessa riga iniziale posso scrivere anche 10, 20, 30 poesie diverse. Quindi prendo le parti che mi sembrano migliori. Ma è chiaro che ognuno scrive in maniera differente. Non è un problema come lavori, l’importante è il risultato. Io posso veramente scrivere in maniera brillante su ogni cosa…ma non è questo che mi interessa. Io desidero una sola cosa: scrivere grandi poesie, e questo succede solo quando non sono io che scrivo poesia, ma è la poesia che mi usa, che fluisce attraverso di me.
Leggi molto?
Oh sì, continuamente. Non sempre grande letteratura, ma ho letto anche la grande letteratura, racconti dozzinali, poesie, roba buona, roba cattiva, ho letto tutta la vita, è la mia principale forma di intrattenimento.
E la tv?
Di tanto in tanto. Mi piacciono le partite di football, il calcio, la boxe…mi piace guardare lo sport.
Hai mai fatto sport?
Da giovane facevo lotta greco-romana a scuola.
E’ vero che è diventato pericoloso girare per Città del Messico? Che avvengono rapine in pieno giorno soprattutto ai danni di turisti?
E’ quello che ho sentito dire, ma non so bene, non ci vado mai a Città del Messico, non mi piace, è così inquinata che non puoi respirare…le tre città più inquinate in cui sono stato sono Mexico City, Bangkok e Jakarta. Io vivo a Oaxaca, là è okay, un posto tranquillo, pieno di artisti, stranieri ma anche messicani.
In Messico il peyote e i funghi allucinogeni sono considerati piante sacre, spesso vengono presi da tutta la famiglia riunita…
La prima volta che ho preso il peyote è stato nel 1956, stavo al Los Angeles City College, e qualcuno venne con una grande scatola piena di peyote, peyote essiccato, poi l’ho preso molte altre volte. Mi piace, ma all’inizio ti fa stare male, ti fa vomitare. E’ la sola cosa al mondo che piace di più quando viene fuori che quando la mandi giù.
Ci sono molti tipi di funghi allucinogeni. Nella sierra mazateca vicino a Oaxaca ce ne sono almeno 20 tipi differenti. Ce n’è uno che si chiama «derrumbe», la valanga, è un piccolo fungo di colore nero-blu, è quello che preferisco, ma è buono anche il San Isidro…..il problema con gli allucinogeni è che se tenti di controllarne l’effetto con la mente allora è sicuro che va male, bisogna lasciarsi andare, abbandonarsi, lasciarsi portare, allora è meraviglioso. Non puoi tentare di controllarne l’effetto.
Ho iniziato ad andare nella sierra mazateca nel 1959. Andavo a Huatla, ma non Huatla de Jimenez, dove stava Maria Sabina, là vicino, in un altro villaggio a un giorno e mezzo di cammino. Ho incontrato Maria Sabina nel 1960 e all’epoca non era ancora così famosa. Ho preso i funghi con lei
Sei religioso?
Non seguo nessuna religione, credo nello spirito della vita, nello spirito dell’uomo, l’universo è pieno di vita, io non sto con nessuna chiesa, le chiese sono istituzioni reazionarie
Intervista a Martin Matz
di Massimo De Feo
(per Alias supplemento de “il manifesto”)

Commenti
Hai qualcosa da dire?
Devi essere registrato per scrivere un commento.