Il libro della “Regola Celeste” del Tao
Aprile 17, 2008
Il mio libro preferito? Il libro della Regola celeste del Tao. Perché?
“Niente è senza conseguenze,” è la convinzione ricorrente in tutta la tradizione sapienziale. Perché ogni azione, anche minima, produce una reazione uguale e contraria. Figuriamoci a mettersi, consapevoli o no, sulla via del Tao. Gli effetti non tarderanno ad arrivare, come in ogni autentica pratica esoterica, e lo può bene testimoniare chi ha intrapreso un viaggio iniziatico dentro il mistero della vita. “Non sarai più lo stesso della partenza,” recita senza reticenze il monito ai neofiti, “e non potrai mai più tornare indietro.” Le parole che pronunciamo e attraversiamo con crescente partecipazione ci modificano nel profondo. È così per tutti coloro che decidono di essere se stessi fino in fondo.
La prima cosa che il saggio ti consiglia è questa: “Guardati dai sapienti e liberati dagli eruditi, e ne trarrai cento volte vantaggio”. Non sta parlando a proprio danno e diffamazione, perché la saggezza tanto più è alta quanto più è vigile nei confronti di ciò che sa. E il sapere, solo se è un modo d’essere (ragione e sentimenti, testa e cuore), conta veramente per noi e ci consente di vivere in pace con noi stessi e in armonia con il caos apparente del mondo.
Quali sono le doti necessarie per cercare la verità? Il libro della Regola Celeste ne elenca almeno quattro di irrinunciabili: l’umiltà, la spontaneità, la capacità di stupirsi, l’autoironia. Tutto ciò è fondamentale perché la strada della conoscenza ci porta dritti nell’intreccio dei misteri. E, mentre si procede sulla via dello scindere le cose le une dalle altre (analisi), si scopre inevitabilmente che le cose sono interdipendenti, legate le une con le altre in un insieme inscindibile.
Di fronte alla logica, il cui esercizio non si sospende mai, assume rilievo quell’intuizione ineffabile che è frutto solo della raggiunta maturità. Allora ci accorgiamo senza più dubbi dei vani inseguimenti della nostra vita: magari non siamo ancora capaci di darci nuovi orientamenti, ma sentiamo crescere dentro di noi la certezza che la nostra salvezza è altrove.
In questo cammino, ognuno non può procedere che per conto suo, con le sue gambe e con la propria testa. Ma può giovarsi della testimonianza di chi si è messo in marcia prima di lui e ha colto qualche segnale in grado di orientare gli altri che sono più indietro. Ecco quello che dice, sulla difficoltà di decifrare la realtà, il mio maestro John Blofeld, uno dei grandi taoisti del nostro tempo: “Se si può accettare l’identificazione della sorgente di tutto e dell’essere con la mente (e con questa supposizione oggi molti fisici danno supporto ai mistici), allora scompaiono gli ostacoli che si oppongono alla comprensione e tutto si ritrova nel posto che gli compete. Si possono spiegare anche i miracoli, la malattia viene curata con la mente. La carne non è attaccabile dal fuoco. Gli oggetti compaiono e scompaiono. Le barriere di tempo e spazio vengono superate di colpo.”
La mente (il dispiegarsi di energia “pensante”) è l’unica realtà: tutti i processi e gli effetti fisici hanno il loro essere nella mente, che può modificare la loro natura e i loro modi. Il controllo della mente influisce sul comportamento e sulle proprietà delle componenti fisiche del corpo: con la meditazione si può arrivare a superare la dualità di soggetto-oggetto. Tutta la materia, animata e no, è “mente” che si materializza in entità soggette a sviluppo e decadenza, dice il libro della Regola Celeste, concordando sostanzialmente con la definizione scientifica della materia come emanazione dell’energia.
Tutto è veramente possibile, ma dentro la metamorfosi in atto che è la vita (le entità che il Tao forma non smettono mai di mutare) e che passa attraverso la morte. L’immortalità non è possibile, neppure quella evocata trasformando la saggezza in alchimia o in scienza (è una degenerazione del sapere), perché sarebbe la fine della vita: “la vita e la morte sono un’identica cosa”. I presunti poteri soprannaturali o magici non esistono: il problema vero non è stare sopra la normalità, ma dentro. È la normalità stessa che contiene in sé il soprannaturale. Questa è la scoperta e nessuno può impararla dagli altri, ma solo dalla propria personale esperienza, che tuttavia può essere guidata e favorita da un Maestro.
Il maestro è un modello che si può imitare, avendo però l’accortezza di metabolizzare in proprio tutto ciò che ci trasmette come paradigma. Per esempio, il saggio evita l’azione premeditata, che non è mai spontanea, armoniosa, libera (“Il calcolo e la premeditazione a scopi egoistici conducono verso azioni diaboliche”). In questo senso, la cosa da mettere in pratica è il non-fare: disporsi nella calma naturale per farsi attraversare dal Tao, come le piante “che assorbono il pulsare dell’energia attraverso le foglie” o le stelle che “pulsano con l’ardente energia del fuoco”.
Il Tao è “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”. Per intenderne le qualità, bisogna liberare la mente da pensieri inutilmente preconcetti e imparare a guardare alle cose in prospettiva. Questo è l’esempio che cita il saggio: “Un piccolissimo seme che tenendolo in mano si fa fatica a vedere ha in sé la potenzialità di diventare un grandissimo albero.” Non ci si pensa, ma è uno dei tanti prodigi della “normalità”.
Per aiutare l’intuito, che coglie l’unione dei contrari, l’indivisibilità dell’uno e del molteplice, la coesistenza di essere e non-essere, la strategia del fare senza fare, bisogna perseguire la calma del corpo e dello spirito. L’effetto massimo si ottiene in assenza di desiderio, che deve essere tenuto lontano mediante la contemplazione dell’unità indifferenziata, coincidente appunto con la mente libera e sgombra. Ecco la condizione che consente all’individualità di ritornare dentro la corrente del Tao e l’unione con il Tao, attraverso la perdita di sé, riconcilia con i ritmi della vita.
“Chiudi le porte, smussa le asperità, sciogli i nodi, diminuisci la luce, per conquistare l’uniformità misteriosa.” È un processo di liberazione dal desiderio, ma anche da qualsiasi peso. “Lascia che i tuoi occhi e le tue orecchie comunichino con ciò che sta dentro.” È la scoperta del “sapere che non sa”, cioè il raggiungimento di una consapevolezza senza oggetto, senza l’adesione all’oggetto della percezione: “il limpido specchio che riflette tutto senza aderire a nulla.” E questa condizione consente di intuire il non-oggetto che è la chiave del nostro essere.
Tutto ciò si ottiene attraverso la meditazione e la respirazione, che la favorisce con le stesse pratiche che gli indiani hanno chiamato yoga. Nella posizione a gambe incrociate, che aiuta lo stato di calma, la respirazione lenta e regolare porta il pensiero ad aderire al ritmo del Tao. Più la respirazione si fa profonda (coinvolgendo con i polmoni il ventre) e più si accumula nel corpo energia cosmica che trasmette consapevolezza appunto profonda. Così il controllo del pensiero coincide sempre con il raffinamento del corpo e, mentre si potenzia la consapevolezza del non-essere, si allunga la vita. Perché l’energia cosmica elimina dal corpo impurità e malanni.
La straordinaria efficacia degli esercizi di respirazione ha ingenerato nella stessa tradizione delle pratiche taoiste l’illusione di superare la longevità in immortalità. Ma nessun vero saggio ci ha mai creduto, condannando anzi come superstizione frutto dell’ignoranza l’idea di alimentare nel proprio corpo la così detta “pillola aurea”, un accumulo di energia interiore per ingannare età e morte.
L’alchimia è stata usata nel passato per inseguire il sogno dell’immortalità, proprio come la medicina ai giorni nostri. Ma l’alchimia come la medicina non sono che mezzi per accrescere vigore e longevità. La combinazione di meditazione e di pratiche yoga assicura una vita lunga e una vecchiaia sana, come dimostra uno sterminato stuolo di longevi saggi taoisti. E, a questo fine, fondamentale per gli uomini, è la conservazione del liquido seminale, che non deve essere eiaculato perché la fuoriuscita comporta uno spreco di forza yang. Attraverso il rapporto sessuale, dalla donna (la cui forza vitale è inesauribile), l’uomo prende il fluido yin che, mescolato allo spirito e all’energia che passa attraverso il respiro, produce la miscela che potenzia la vita.
Ma è altro dalla longevità e dal vigore lo scopo della così detta “alchimia interiore”, che persegue la coniugazione della “forza generativa” (ching) e dello “spirito” (shen) per mezzo del “respiro vitale cosmico” (ch’i). Serve a raggiungere, con le facoltà intellettive non meno che con quelle fisiche, cioè da persone adulte e il più possibile complete, l’unione mistica con l’irraggiungibile, il senza limiti, il senza nome, l’entità suprema, la totalità dell’Amore, Dio.
Anche se viene da quella zona aurea e un po’ sfocata nella leggenda di 4500 anni prima della nostra era, il nucleo fondamentale del Taoismo non è affatto ingenuo. Al contrario, è smaliziato, intellettualmente raffinato, e toglie già subito in partenza credito e legittimità al suo seguito popolare fatto poi, più che di pensiero, di ritualità religiosa, di processioni, di esorcismi demoniaci, di pratiche magiche, di cerimonie fastose, nella Cina dei secoli successivi; convinto com’è che i riti sono solo “intrattenimenti” che servono alle coscienze pigre e incapaci di rendersi autonome, un dispendioso palliativo che si fonda sull’eccesso di gesti, di apparati, di discorsi. Tuttavia il saggio non si preoccupa per coloro che non hanno sperimentato in vita l’intuizione mistica, perché sa che anche loro morendo ne faranno sia pure in ritardo esperienza.
Le parole che liberano le coscienze si ispirano all’essenzialità e alla parsimonia. Il libro della Regola Celeste è la “dottrina senza parole”: un trattato di non più di cinquemila parole già più che sufficienti per parlare del “senza nome”. Sulla via del Tao, il numero delle parole è destinato a ridursi progressivamente, forse neppure a cinquanta. A imporsi, da un certo momento in poi, è l’esperienza intuitiva: una contemplazione interiore in cui il sapere, la logica, la ragione, tacciono perché non ce n’è più bisogno. E, nel silenzio perfetto dentro di sé, si dichiara un’armonia che è la condizione capace di cogliere l’amore profondo.
Come dice il saggio, l’amore “si fa sentire” e non ha bisogno di parole: “parlare spesso dell’amore è sintomo sicuro e causa della sua assenza o del suo declino.” Attraverso l’amore sentito nel profondo si entra nella “limpida percezione dell’unità ininterrotta del Tao” e tale percezione è coincidente con l’esperienza di una luce assoluta, non più accecante come nell’esposizione comune degli occhi a una fonte piena.
L’essere contenuti nella luce, il sentirsi di colpo senza peso, il guardare senza guardare, il ritrovarsi distesi fuori di sé nella libertà assoluta, sono espressioni usate dai mistici di molte fedi religiose per descrivere la serenità gioiosa della loro esperienza. La loro unanimità su questa come su molte altre cose lascia intendere, come dice il saggio, che “hanno percorso strade diverse per arrivare all’identica meta.” Il “senza nome” viene chiamato con nomi diversi ma non per questo cessa di essere quello che è e l’unico modo per conoscerlo è qualcosa di impronunciabile, appunto quell’illuminazione che riconduce al “puro ardere dell’amore” tutta la consapevolezza dell’ego.
Paolo Ruffilli

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